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L' anno della morte di Ricardo Reis

L' anno della morte di Ricardo Reis

di José Saramago


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Descrizione

Nel 1936, mentre all'orizzonte si preannuncia la seconda guerra mondiale, scoppia la guerra di Spagna. In quello stesso fatidico 1936 muore Ricardo Reis, solo un anno dopo la scomparsa del suo inventore, Fernando Pessoa. Reis è infatti uno dei tanti eteronimi di Pessoa, che ne aveva immaginato l'ideale biografia (nato a Porto nel 1887, educato dai gesuiti, medico, espatriato per ragioni politiche in Brasile nel 1919) e gli aveva attribuito come poeta classicistiche odi oraziane, ma non gli aveva dato carne e sentimenti. Cosa che invece compie Saramago, che lo fa tornare dal volontario esilio in occasione della morte del suo creatore, gli fa aprire uno studio medico a Lisbona, gli fa vivere una vita sociale, gli fa avere due donne, la cameriera d'albergo Lidia e la giovane Marcenda, e un figlio, e prima di morire lo fa essere testimone di tragici eventi, filtro attraverso cui rileggere la storia della patria salazarista, allineata a fascisti, nazisti e falangisti in tutt'Europa.

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Voto medio del prodotto:  4.5 (4.7 di 5 su 3 recensioni)


5.0L'eteronimo di Pessoa, 08-05-2012
di M. Cela - leggi tutte le sue recensioni

«Il libro che mi ha aperto un mondo: quello di Saramago e della sua favolosa scrittura orale. Lisbona 1936: Saramago dà vita a Ricardo Reis, eteronimo di Fernando Pessoa, e lo fa ritornare in Portogallo per rendere l'ultimo omaggio a colui che l'aveva "creato". Il mio primo Saramago. Per me uno dei migliori della sua produzione.»

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4.0L' anno della morte di Ricardo Reis, 26-08-2010
di G. Salce - leggi tutte le sue recensioni

«Nella tenue confusione di un sogno pomeridiano verità e finzione si mescolano, Pessoa e i suoi molti eteronimi sbarcano a Lisbona. il solo Saramago che vorrei. Il dottor Riccardo Reis – medico generico, non dottore avvocato o commercialista – è un personaggio di Pessoa. Saramago non può averlo conosciuto. Reis non esiste, Pessoa muore nel ‘35, quando Saramago ha 13 anni. Però avrà pensato che, scegliendosi Pessoa come amico, gli spettava anche l’eteronimo. Perciò per illuminarne meglio la vita, ci fornisce un racconto realistico di quei sei mesi in cui Reis, tornato a Lisbona, incontra Pessoa che, essendo morto, di lui non può più scrivere nulla. Se non fosse per Saramago, non sapremmo che fine ha fatto Ricardo Reis. Il ‘35 è l’anno in cui Reis rientra dal Brasile dove l’ha esiliato Pessoa, monarchico come lui. A quel tempo i reati di opinione – in alternativa all'esilio - si pagavano sul patibolo. Dopo sedici anni, Reis è in Portogallo, i tempi sono cambiati, il suo creatore è morto, e quindi anche di lui – eteronimo – resta poco. Pessoa, come molti, deluso dagli amici, se ne creava diversi che, speriamo, sapevano come soddisfarlo meglio di quelli veri. Nei sei mesi che gli ci vogliono “to fade away” dopo la morte – Pessoa era bilingue e metafisico, avendo vissuto molto in Sudafrica - fa tornare Reis per riambientarsi. Oppure semplicemente ha voglia di compagnia. Chi attraversa l’ultima soglia può sentirsi solo. Libertà dei poeti! Anche Saramago scrive liberamente e Reis, sarà anche un ombra, un doppio o quant’altro di complesso si possa immaginare, ma in realtà vive in proprio, una vita prosaica, come qualunque esiliato che tornando in patria si sente spaesato. Ne coglie gli aspetti grotteschi, non sa come comportarsi, si innamora di Marcenda, figlia del notaio che, socialmente alla sua altezza, lo rifiuta nonostante abbia (lei) un difetto fisico non tanto lieve. Forse per essere ancora troppo giovane? o forse intuendo che il finale non sarebbe stato lieto. In compenso Lidia, la cameriera, ben si presta. Comunque anche Pessoa lo conferma: “Marcenda, un bel gerundio” forse voleva dire che effettivamente si stava disfacendo, a cominciare dal braccio sinistro, misteriosamente mortole in un mese. Comunque preferiva che Reis - vittima del solito pregiudizio di classe - ammettesse invece di essere innamorato di Lidia, cameriera d’albergo, nome di ninfa ispiratrice di poeti, traboccante di quella vitalità lusitana, che i tre non possiedono: Pessoa, Reis, Saramago. E che, a sentir loro, non esiste, se non come forma esagerata di entusiasmo plebeo che, di li a poco, si rivelerà infondato o comunque socialmente pericoloso. Pessoa, come tutti i morti, risiede al cimitero, ma va spesso a trovare Reis, qualche volta anche a sproposito, durante gli amplessi con Lidia. Per fortuna resta invisibile ai più. Gira senza occhiali, nonostante li avesse chiesti un attimo prima di morire. Poi, da morto, spiega a Reis, “la prima cosa che si perde è la lettura”. Quindi la mano che avrebbe potuto passarglieli, e non l’ha fatto, è perdonata. Resta Lidia, la ninfa e ancella da cui Reis avrebbe un figlio – se alla fine non morisse: non è un’anticipazione, è implicito nel titolo. Ha abortito? aveva anche promesso di portare le tende per schermare la finestra della camera da letto, troppo esposta, dell’appartamento in cui si incontravano. Le avrà attaccate? Non è un lavoro da poco, forse sarebbe stato meglio chiamare un tappezziere.»

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5.0Una scoperta straordinaria, 13-07-2010, ritenuta utile da 5 utenti su 5
di A. Scandone - leggi tutte le sue recensioni

«Sono venuto a conoscenza della grandezza di Saramago indirettamente, attraverso gli annunci della sua morte dati dai giornali di qualche settimana fa, e, paradossalmente, attravertso le stroncature ingenerose e settarie della stampa vaticana o dei paraggi.
Il primo libro di Saramago che mi è capitato di leggere è stato proprio questo, L'anno della morte, e per me si è trattato di una vera e propria rivelazione. Non tanto per gli aspetti formali dell'opera, che anzi spesso mi sono sembrati eccessivamente programmatici e tendenzialmente provocatori, come lo stravolgimento della punteggiatura, la scomparsa delle indicazioni dialogiche, i blocchi narrativi apparentemente anonimi, con i vari capitoli senza titoli e senza numerazione, ecc. Quanto piuttosto per l'audacia delle soluzioni narrative, che per molti aspetti richiamano alla mente le soluzioni rivoluzionarie di Joyce, per il flusso di coscienza che ci consente di partecipare dal di dentro all'evoluzione dei pensieri dei personaggi, per la paradossalità delle situazioni, che richiama molto da vicino le vertiginose trovate di Borges, per l'originalità delle situazioni ai limiti del surreale, che ricreano certe atmosfere kafkiane (l'albergo di Lisbona come la locanda in cui passa la notte Joseph K. de Il Castello), per la scorrevolezza e la leggerezza del linguaggio, con quell'alternarsi di tempi, dal presente (prevalente) al passato remoto. E poi, la profondità delle considerazioni umane, le introspezioni psicologiche, le incursioni nella storia contemporanea e nella politica, condotte sul difficile crinale dell'ironia e della contrapposizione, lo sdoppiamento della personalità, che pur rimane tutt'una, tra Reis e Pessoa. Insomma, un libro fitto, coinvolgente, intrigante, avvolgente, che ti scuote, e che si lascia leggere con gradevolezza e con utilità. Non è cosa da poco, con i tempi che corrono...
Fosse solo per questo romanzo, meritatissimo il Nobel per la letteratura.
Antonio Scandone
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