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Il terzo strike. La prigione in America

Il terzo strike. La prigione in America

di Elisabetta Grande


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Descrizione del libro

Elisabetta Grande mostra come l'America abbia abbandonato il principio della proporzionalità della pena al reato, della risocializzazione del condannato, in nome di una "certezza" sempre più vicina alla tentazione di estromettere definitivamente il detenuto dalla vita sociale, quando non a farne lo strumento di una speculazione d'affari. In Italia ci fu una appassionata discussione fra giuristi, gli uni persuasi che la pena dovesse essere resa duttile in corso d'esecuzione, e rivalutata rispetto all'evoluzione personale del condannato, gli altri spaventati dall'arbitrio potenziale di quella flessibilità, e inclini a una riforma del codice penale che correggesse la misura eccessiva delle pene previste. Prevalse in teoria la prima, con la riforma del 1975 e le successive misure, di cui il nome di Mario Gozzini diventò il simbolo, ma progressivamente svuotate da provvedimenti ispirati alla galera come toccasana e regalo circense alla pubblica opinione. L'indulto - una scelta retrospettivamente preterintenzionale, così da spaventare i suoi stessi autori - ha riportato un sollievo umano e un po' di legalità nella condizione delle carceri. Sono necessarie però riforme sostanziali: la cancellazione di leggi punitive e contrarie alla vera sicurezza, la riforma del codice penale che depenalizzi gli attuali reati di scarsa o nulla pericolosità. La proporzione di gente in prigione non è un indice della criminalità e dell'insicurezza di un paese, ma solo della sua politica penale.

Voto medio del prodotto:  3 (3 di 5 su 1 recensione)

3Il terzo strike, 11-08-2011, ritenuta utile da 1 utente su 1
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Forse troppo sintetico visto l'argomento, si doveva approfondire di più, il modello di pena americano (che ha ormai da tempo rinunciato a qualunque pretesa di rieducazione e riabilitazione) e una logica di pura e semplice esclusione delle categorie deboli dalla società non sono certamente modelli invidiabili per una nazione come la nostra che ha dato i natali a Cesare Beccaria.
Già dagli anni reaganiani e ancora durante il mandato Clinton e oltre, la legge del three strikes out (mutuata dalla famosa regola del baseball) ha mandato in galera eserciti di piccoli malfattori con pene detentive assolutamente sproporzionate al reato; ci sarebbe da ridere se non si trattasse di vite umane, condannate all'ergastolo per il furto di tre mazze da golf o per aver falsificato e speso un assegno da 88 dollari, solo perché non si tratta della prima condanna. Un'enormità, una totale follia che tramuta il diritto penale in una specie di tragica barzelletta.
L'uso smodato del plea bargaining (il corrispondente del nostro patteggiamento) ha portato a spalancarsi le porte del carcere per moltissimi appartenenti ai ceti sociali deboli, neri innanzitutto, poi ispanici e ovviamente indigenti di ogni colore non in grado di permettersi un proprio avvocato. Le percentuali di chi è stato costretto a far ricorso al difensore d'ufficio sono impressionanti; nei dibattiti in aula, negli scambi dialettici a cui ci hanno abituato i telefilm come Law Order non sono certo gli avvocati d'ufficio di infima categoria o molto inesperti a vincere contro un prosecutor (il corrispettivo del nostro pubblico ministero) la cui carriera avanza secondo il numero di condanne ottenute, come un commesso viaggiatore a provvigione. Ne consegue che spesso sono i difensori d'ufficio stessi, e perfino i giudici, a sollecitare un ricorso al plea bargaining: un poveretto sceglie di farsi condannare ad una pena un po' più mite pur di non incorrere in un dibattimento di sorte incerta e forse molto peggiore.
Tutti in carcere, dunque: e parliamo di una nazione che ha costruito centinaia di nuovi penitenziari negli ultimi decenni spendendo cifre impressionanti e che ha stipulato accordi con società che gestiscono carceri private (cui convengono detenzioni lunghe per accaparrarsi le sovvenzioni statali per il mantenimento dei prigionieri). Condizioni carcerarie pessime, ovviamente, soprattutto nei cosiddetti Supermax, istituti ad alta sicurezza dove torture, violenze, morti sono all'ordine del giorno. Sfruttamento del lavoro dei detenuti mai a fini riabilitativi ma di puro guadagno per aziende consociate, con salari risibili e nessuna possibilità di assistenza e organizzazione sindacale.
Questa l'America; ma dove va l'Italia? Sia Adriano Sofri nell'introduzione che l'autrice stessa affermano chiaramente che la direzione intrapresa dai nostri governanti e legislatori è la medesima. A partire dalla ex-Cirielli e continuando con la Fini-Giovanardi sulla droga, la tendenza è decisamente americanizzante. La totale sfiducia e il disinteresse per la rieducazione hanno riportato indietro di secoli le lancette dell'orologio della civiltà giuridica, mettendo da parte ogni tentativo di dare un volto umano all'esperienza carceraria.
Un saggio interessante, anche se non sempre scorrevole per l'enorme quantità di statistiche, numeri e percentuali che spesso fanno perdere il filo del discorso e che forse avrebbero trovato una più giusta collocazione in un apparato di note.
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