Suttree

Suttree

di Cormac McCarthy


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Descrizione

Per vivere Suttree pesca pesci gatto nelle acque limacciose del fiume Tennessee. E sul fiume vive, in una baracca galleggiante ai margini della città di Knoxville, fra ratti reali e metaforici. Ci si è trasferito dopo aver abbandonato un'esistenza di privilegi borghesi e pastoie religiose; l'ha fatto per vivere. Ora nel suo nuovo mondo impara ciò che il fiume insegna: che nel tutto in movimento - quel flusso ora grigio, ora bruno, nero, marrone, color peltro, ardesia, inchiostro o carbonio della cloaca maxima - "il colore di questa vita è acqua" e perciò solo "le forme più primitive sopravvivono". Alcune di esse finiscono impigliate nelle sue reti di pescatore e, volente o più spesso nolente, Suttree deve tentare di portarle in secca, magari immergendosi con loro in liquidi a più alta gradazione. Prima fra tutte la forma di uno spassoso troglodita come Harrogate, giovane topo di campagna con una passione contronatura per i cocomeri e una determinazione tanto candida quanto feroce a trasformarsi in ratto di città. A fianco di questo novello Huckleberry Finn e dei suoi guai Suttree impara altri colori dell'infinito scorrere.

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5.0La vita di un ubriacone (e non solo), 27-04-2012
di E. Corradin - leggi tutte le sue recensioni

Pubblicato finalmente in Italia con un incomprensibile ritardo di decine d'anni, acclamato dalla critica come il suo miglior libro, Sutree ci guida tra le giornate del protagonista Buddy Cornelius Sutree. Ubriacone, disoccupato, povero, vive la sua vita tra pesca e bevute, circondato da universo di comprimari delineati in modo perfetto.

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4.0Un libro crudo e difficile, 03-08-2011
di P. Raffo - leggi tutte le sue recensioni

Un libro che ha un forte impatto sul lettore. Ti raggiunge come un pugno nello stomaco, grazie alle sue magnifiche descrizioni in contrapposizione ai dialoghi essenziali e ai silenzi del protagonista. Racconta di uno spaccato d'America degli anni 50, dell'America dei derelitti, dei rinunciatari alla vita, di persone che si lasciano sopraffare dal destino e nulla fanno per cambiarlo, ma si lasciano trasportare dalla corrente del fiume, si lasciano passivamente vivere o forse morire ogni giorno un po' . Siamo molto lontani dall'America che spesso troviamo negli altri romanzi, quella delle grandi opportunità, del sogno americano, quella dove ogni uomo può modificare il suo destino. L'autore riesce a dare dignità letteraria a questi personaggi, i miserabili e i derelitti.

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3.0Suttree, 05-07-2011
di A. Basile - leggi tutte le sue recensioni

Capolavoro di critica e di pubblico, acclamato come il vero best seller del 2010. Bello, nelle ultime 250 pagine. Il resto una noia mortale. Mc Carthy è un cultore della scrittura, della parola, della ricerca spasmodica della frase neobarocca, cupissimo e visionario insieme. Tuttavia il lettore di normale cultura è messo duramente alla prova da una lingua che non di rado richiederebbe il vocabolario a portata di mano per capire le leziosità dell'uso di termini marinareschi e botanici; a prova ancor più dura viene esposto per cercare di tenere insieme nella mente un racconto complesso, ma spesso poco riconducibile ad una narrazione uniforme. Personaggi appaiono, creano aspettative e poi spariscono con te che ti chiedi che fine abbiano fatto, quale fosse il loro ruolo nel racconto.
Un racconto epico, sotto certi aspetti. Ma epici sono anche gli sforzi per arrivare alla fine da svegli.


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5.0Suttree, 31-03-2011
di P. Napolano - leggi tutte le sue recensioni

A questo autore io darei il Nobel per la letturatura! Riesce nell'impresa di scrivere un'opera monolitica, muovendosi abilmente fra grottesco e lirismo, comicità e tragedia. Lo fa mettendo in scena le vite dei diseredati, scandite da notti costellate di bevute e notti costellate di botte in guardina. L'assodata bellezza della sua scrittura risalta ancora di più, in questo mondo fatto di scorie.
Grande narrativa, generata tramite mitopoiesi dello squallore.


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3.0Suttree, 15-02-2011
di G. Remotti - leggi tutte le sue recensioni

Ho comprato questo libro perchè in offerta. Libro apprezzatissimo, capolavoro per molta critica, grande successo di pubblico, meraviglioso secondo un mio amico scrittore prestato all'informatica. Bello, nelle ultime 250 pagine. Il resto una noia mortale. Mc Carthy è un cultore della scrittura, della parola, della ricerca spasmodica della frase neobarocca, cupissimo e visionario insieme. Tuttavia il lettore di normale cultura è messo duramente alla prova da una lingua che non di rado richiederebbe il vocabolario a portata di mano per capire le leziosità dell'uso di termini marinareschi e botanici; a prova ancor più dura viene esposto per cercare di tenere insieme nella mente un racconto complesso, ma spesso poco riconducibile ad una narrazione uniforme. Personaggi appaiono, creano aspettative e poi spariscono con te che ti chiedi che fine abbiano fatto, quale fosse il loro ruolo nel racconto.
Un racconto epico, sotto certi aspetti. Ma epici sono anche gli sforzi per arrivare alla fine da svegli.


Ritieni utile questa recensione? SI  NO 


4.0Suttree, 14-02-2011
di J. Smith - leggi tutte le sue recensioni

Ho appena finito di leggere queste deliziose pagine. Devo dire di essere rimasto soddisfatto. Mi chiedo: perché libri come questo ci colpiscono tanto? Perchè - quei pochi fortunati di noi che sanno recepirlo - se li sentono fin nelle ossa, in modo quasi fastidioso?
Questa disperazione, questa vita fatta di una misera casa galleggiante, e pesca su un fiume lurido, e amore e morte nel fango, e prostitute che - forse - sono qualcosa di più, ma invece no, e illusioni di luce, e buio che incombe.
Perché sono così vividi, così permeanti, così densi di ciò che sappiamo essere vero?
Perché - noi, intendo, noi che sappiamo - non preferiamo leggere di vero amore, di vite nella luce e in mezzo ad assolati campi di grano? Perchè cerchiamo la sofferenza, perchè amiamo chi ci dice che siamo attorniati da fango, sabbie mobili, gelo e labirinti dalle pareti vischiose?
Perché è così.
Perché, per saper parlare davvero di luce, si deve conoscere meglio il buio. Perchè, per apprezzare davvero la bellezza che è ovunque, bisogna esserne privati.

Questo mondo oscuro, complicato, bellissimo e sofferente è tutto ciò che abbiamo. Non sarebbe giusto mancargli di rispetto dipingendolo colmo di farfalle e margheritine.


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5.0La Luce è ovunque, 04-10-2010
di C. Biondini - leggi tutte le sue recensioni

Mi sto ancora chiedendo da dove mi sia uscito questo titolo per il commento.
Per Suttree.
Per un libro che marcia - il più delle volte - tra desolazione, gelo, ubriachezza, botte, fame, ingiustizie, morte, rassegnazione.
Credo di averlo scelto perchè - in fondo - McCarthy non ce la fa. Seppur immerso fino alla radice dei capelli in una trama oscura e complicata, non riesce ad andare a fondo. O meglio, non vuole.
E meno male.
Vedete, questo è Suttree:
"Suttree fra gli scarti come feccia sul fondo di un calice, particella di materia attonita che si essicca nel fango conciante, la terra damnata della defunta alchimia cittadina".
Allegro, sì.
Ma Suttree è anche questo:
"Si accasciò e incrociò i polsi in grembo. Davanti agli occhi un mondo di incredibile bellezza. In qualche cavità recondita del suo cervello il sangue di lontane antenate celte lo indusse a discorrere con le betulle, con le querce. Nei boschi baluginava un freddo fuoco verde e lui riusciva a sentire i passi dei morti. Tutto gli era caduto di dosso. Distingueva a stento i confini tra se stesso e il mondo e non se ne curava. Giaceva supino sulla ghiaia, le ossa attratte dal centro della terra, briosa vertigine momentanea, illusione di essere sbalzato nello spazio azzurro e ventoso, nel fuorigioco del mondo, a precipizio tra gli esili cirri lassù".
Ecco fatto. McCarthy può essere dolce come un poeta romantico o duro come un cazzotto sul grugno.
Per fortuna, sa scrivere, e scrivere di tutto. Di una città intirizzita dal freddo, stremata dal caldo, dove ci si muove in un niente di gesti quotidiani dalla semplicità insulsa.
Dove i pub sono ricavati in abitazioni fatiscenti, i topi di città - esili e intelligenti, svelti e sfortunati - se ne stanno in baracche di fortuna sotto i ponti e si fanno esplodere per rincorrere grandi idee di fortuna.
Dove ci sono ciechi e uomini di colore bloccati nell'ombra di un letto, e amici che ti trascinano in mezzo a risse fumose di alcool, e se ti pigli qualcosa in testa non puoi neppure lamentarti.
Suttree e il suo fiume, pescare, osservare la corrente, osservare - piuttosto - il tempo scivolare via, come cera giù da una candela, il buio si avvicina e tu dove sarai?
"Una vecchia scritta su una vecchia insegna diceva vagamente che era vietato entrare. Qualcuno doveva averla girata perchè indicava il mondo esterno. Tuttavia lui proseguì. Dicendosi che era solo di passaggio".
Precarietà.
Nulla sembra importare abbastanza. Eppure, il modo in cui Suttree percepisce le cose ci parla di un uomo che cova emozioni. Che cerca nonostante tutto: scopi, motivi, spiegazioni.
L'attesa - qui - non è un qualcosa di dinamico. Piuttosto, è uno sciabordio lento, un osservare pacato e profondo, un'esistenza fatta di gesti semplici, resi definitivi dalla loro scontatezza.
Colpi di scena? No.
Lo snervante incantesimo dell'essere. Ora e qui. Ma senza un granchè da fare. A parte vivere, ancora e ancora.

Mi chiedo: perchè libri come questo ci colpiscono tanto? Perchè - quei pochi fortunati di noi che sanno recepirlo - se li sentono fin nelle ossa, in modo quasi fastidioso?
Questa disperazione, questa vita fatta di una misera casa galleggiante, e pesca su un fiume lurido, e amore e morte nel fango, e puttane che - forse - sono qualcosa di più, ma invece no, e illusioni di luce, e buio che incombe.
Perchè sono così vividi, così permeanti, così densi di ciò che sappiamo essere vero?
Perchè - noi, intendo, noi che sappiamo - non preferiamo leggere di vero amore, di vite nella luce e in mezzo ad assolati campi di grano? Perchè cerchiamo la sofferenza, perchè amiamo chi ci dice che siamo attorniati da fango, sabbie mobili, gelo e labirinti dalle pareti vischiose?
Perchè è così.
Perchè, per saper parlare davvero di luce, si deve conoscere meglio il buio. Perchè, per apprezzare davvero la bellezza che è ovunque, bisogna esserne privati.

Questo mondo oscuro, complicato, bellissimo e sofferente è tutto ciò che abbiamo. Non sarebbe giusto mancargli di rispetto dipingendolo colmo di farfalle e margheritine.
Il Buio incombe.
Ma la Luce è ovunque.


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4.0il McCarthy che ho consigliato agli amici, 26-08-2010
di G. Salce - leggi tutte le sue recensioni

"Forse l'opus magnus di McCarthy. ... con ogni probabilità il suo libro più esilarante e insopportabilmente triste": così Stanley Booth definisce Suttree. La storia di un giovane uomo, fuggito dalla routine borghese di una famiglia che ormai lo odia e finito tra i rottami umani e metafisici, che popolano le rive del Tennessee, nei pressi di Knoxville.
Un posto che McCarthy conosce bene, per averci passato l'infanzia: nei meandri del fiume si muovono ladri, derelitti, assassini, fattucchiere, puttane, negri e poliziotti nell'America brutale dei primi anni cinquanta. Un mondo segnato dalla miseria, dall'alcol e dalla violenza. Suttree mette in scena la solitudine di un uomo che ha passato il confine, per arrivare in "Un mondo dentro il mondo. In queste lande straniere ... che i giusti vedono passando dalle auto e dai treni, dove un'altra vita sogna"[senza fonte].
La narrazione è spesso intricata come la vegetazione che infesta le rive del fiume. Il fraseggio è greve e intriso di spossatezza. Una maledizione incombe sui paesaggi e sugli esseri che li popolano. Suttree si muove sfruttando le correnti, attraversando secche e gorghi assassini. Segue la linea di minor resistenza, non riesce ad evitare naufragi catastrofici ma riemerge sempre, perché, a differenza dei tanti derelitti avidi e violenti, ignoranti e disperati che popolano il ghetto di McAnally, ha una fede individuale e crede. "Credo che gli ultimi e i primi soffrono allo stesso modo perché non è solo nelle tenebre della notte che tutte le anime sono un'anima sola".
Suttree è stato paragonato a Ulisse di James Joyce, Vicolo Cannery di John Steinbeck e Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain.


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3.0carino..., 06-08-2010
di D. Tadiotto - leggi tutte le sue recensioni

Il romanzo dove tutti i confini sono sfumati, confusi, sovrapposti. Vita e morte....decomposizione. Suttree e Harrogate con le loro identità. Vita in prigione cadenzata e scomposizione del quotidiano nel continuo girovagare fuori. Fiume e fango che a stento lo delimita ...

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