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Visioni e ascese

Visioni e ascese

di Muhammad Al-Khalidi


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5.0visioni e ascese, 10-04-2009
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La fionda del testo scritto bene colpisce nel tempo, anche dopo la morte di chi la tenne in mano: ma nessuno pensa alla vera felicità del vero lettore, prima e dopo. La felicità sembra l'Assente o l'Impossibile: gli altri si baciavano solo sulla bocca, ma io Ti mangiavo ogni mattina, e allora perché ero così triste?

Parole di David Maria Turoldo, prete, in poesia. La felicità sembra o un termine difficile («travagliata, e insieme pura felicità»: Ortese, Corpo celeste) o un calembour amaro (Vivier e Sermeus uccidono «senza alcuna / ragione», «lungo il viale della Felicità», nella falsa prosa di Quasimodo; oppure le arguzie di Dario Fo in Mistero Buffo, su Paolo VI che parla di felicità e non sorride). In questa assenza, la felicità si riduce ad una metafora ineffabile: «ho trascorso interi pomeriggi a discutere un andare a capo, come se dalla riuscita di quella poesia dipendesse il destino del mondo. Ancora di più: dipendesse la felicità di chi in quel momento passava per strada, ci sfiorava sui marciapiedi. Folle e preciso intreccio di esistenze. Era il tribunale delle parole» (Milo De Angelis, «Italian Poetry Review», 2 [2007], p. 475). Qui la felicità è nominata, per una volta: ma è la felicità di un altro, sconosciuto, sul suo marciapiedi che non è la mia casa; ma la spia del disagio è in un come se che uccide la realtà. Allora non è veramente così, per De Angelis: in fondo il «tribunale delle parole» non ha niente a che vedere con la felicità del passante, e ancora meno con quella di chi scrive: il tribunale è un luogo nevrotico, non lo spazio in cui «gli Angeli facevano festa». Il passante è allegorico, la sua felicità è un esempio inventato: un come se. Così è la poesia italiana, oggi.

Per questo le parole di Muhammad al-Khâlidî sono nuove: «Si tratta di un viaggio dell'anima volto a godere della vita sostanziale, dove scompaiono le coltri e i veli finché si rivela la conoscenza spirituale e sopraggiunge la felicità». Dal punto di vista sufi, il piccolo come se è abolito dalla realtà, che spacca il mondo in schiere cieche o vedenti: «Hanno cantato le loro estasi / Ma noi non abbiamo fatto festa con loro / Hanno creduto che l'amore fosse una creatura / E si sono inorgogliti / Ma non abbiamo fatto festa con loro. Essi ignoravano l'amore e l'ardore / Sebbene amore e ardore li circondassero». Per questa ignoranza la nostra poesia è già giudicata, come se fosse nata morta.

Le possibilità sono due, e opposte: un Dio sconosciuto, non venerato, non amato, non inserito nel cuore («Dio dice: "Né i cieli né la terra Mi contengono, ma Mi contiene il cuore del Mio fedele"»: questa è l'essenza del Corano, secondo Ibn âl-Arabî); oppure un Dio conosciuto, la sua «vita sostanziale», venerato e amato, immerso nel cuore del fedele. al-Khâlidî scrive a partire da questa felicità, e in nome della felicità: il suo stato è «sublime». Ne scrive liberamente, all'esterno di qualsiasi appartenenza che adora una religione e non il Dio unico. Il fedele, perfettamente libero, conosce l'Amore, che non si consuma: «Una scintilla di Dio che nuota nell'infinito / Diventammo», e allora «Prendi una scintilla della nostra passione / Prendi un tizzone del nostro ardore! // Accendi le città dell'amore»; mentre il profeta dichiara la violenza sull'Oriente e sullo stesso Corano, e il poeta impone il silenzio sulle «dolorose visioni».

Chi ha visto ha la coscienza onesta di profetizzare cose vere, così come è conscio di gioire realmente. Sa anche di non essere più l'uomo di prima: «Noi fummo i prescelti». Dal punto di vista dei cuori ciechi; questo punto di vista è un ossimoro: non c'è; è folle scrivere: «Mi ha detto: / Ho illuminato - se sapessi! - la via per te / Sii la guida per chi si perde nel labirinto». La salvezza è stata vista, quindi c'è: «Dove siamo andati c'è gioia / Dove abbiamo sostato c'è festa». Ma la nostra piccola scienza non nomina più questa felicità: ha paura di viverla, paura di scriverne, paura di crearla in altri.
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