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Il ruolo della religione nel pensiero e nelle opere di Niccolò Machiavelli

Il ruolo della religione nel pensiero e nelle opere di Niccolò Machiavelli

di Alessandra Terenziani


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  • Tipologia: Tesi di Laurea di secondo livello / magistrale
  • Anno accademico: 2015/2016
  • Relatore: Gino Ruozzi
  • Correlatore: Gian mario giusto Anselmi
  • Relatore: Gino Ruozzi
  • Università: Università degli Studi di Bologna
  • Facoltà: Lettere
  • Corso: italianistica e scienze linguistiche
  • Cattedra: letteratura italiana moderna
  • Lingua: Italiano
  • Formato: PDF
  • Protezione: Adobe DRM (richiede software gratuito Adobe Digital Edition)
Questa tesi si propone di studiare il ruolo che la religione ricopre nel pensiero e nelle opere di Niccolò Machiavelli. Il focus è posto proprio sul linguaggio da lui utilizzato per esprimere la sua elaborazione teorica sull'argomento, che attraversa, seppur in modi diversi, tutte le sue opere. La ricerca parte dalle fonti che hanno influenzato, più o meno apertamente, lo scrittore fiorentino, come Lucrezio e Polibio. Per quanto riguarda più propriamente il pensiero di Machiavelli sulla religione, occorre specificare che è scorretto definirlo ateo, in quanto l'ateismo appartiene a una categoria di pensiero moderna. L'interesse dello scrittore fiorentino per la religione, da quanto trapela dai suoi scritti, resta strettamente connesso a quello della prassi politica. Egli è, tuttavia, avverso alla religione cristiana, anche a causa dell'inadeguatezza politica mostrata dal Cristianesimo stesso nel corso dei secoli. Fondamentale è la cura con cui Machiavelli distingue la sostanza dall'apparenza. Nei discorsi, l'accento si sposta sulla questione degli ordinatori: nei capitoli XI-XV, tutti dedicati al tema “della religione dei romani”, essa non è mai affrontata da un punto di vista spirituale o escatologico, ma come il frutto faticosamente ottenuto grazie all'opera di un legislatore sapiente; un frutto che, senza le dovute attenzioni, rischia di perdersi. L'esempio di Numa, più di tutti, è illuminante su questo punto. Qui si apre un lungo discorso sull'imitabilità dell'esempio di Roma antica, dei «buoni costumi», ossia l’abitudine alla moderazione politica, all'obbedienza civile, al rispetto dell'autorità. Tutte queste caratteristiche sono la condizione necessaria per ricevere la «forza obbligante delle leggi», e sono a loro volta la conseguenza di una buona religione. Risulta evidente che il problema della falsità o verità della religione non deve porsi: bisogna indirizzare verso uno scopo politico le energie e i sentimenti che essa suscita nell'animo degli uomini; per esempio, per spronare un esercito. Per raggiungere lo scopo, lo statista saggio ha la necessità di fingere, simulare l'effettivo personale giudizio nei confronti delle cose. Nel confronto da antichi e moderni, Machiavelli giudica tutte le religioni alla luce di un medesimo criterio, che è quello della loro funzionalità politica. Ma anche il Cristianesimo, come tutte le cose del mondo, è soggetto alla perpetua «oblivione» che ciclicamente colpisce le civiltà umane. Il Cristianesimo si distigue semmai dalle altre sètte nel senso di una sua specifica difettività funzionale: infatti esso, pur agendo con una certa “volontà di cancellazione” nei confronti della religione a sé precedente, commise, secondo Machiavelli, un errore: non essersi fornito di un nuovo strumento linguistico, con la conseguenza che la memoria delle cose romane non si spense mai del tutto. Nei discorsi viene sviluppata una vera e propria “teologia-filosofia-cosmologia”. Essa, per quanto non possa definirsi una trattazione organica, si sviluppa attorno a tre nuclei tematici principali: il primo, consistente nella «delineazione e analisi della costituzione romana, che, in forza del suo equilibrio e del suo dinamismo, fu all'origine della potenza e della conquista»; il secondo, che tratta il «grande tema polemico dell'imitazione degli antichi ordini politici e militari»; e il terzo, riguardante l'ossessione della decadenza e dell'eternità del mondo. In questa tesi ho analizzato dapprima la questione dell'eternità del mondo, poi la “cosmologia” machiavelliana in senso stretto, soffermandomi sulle figure dei cieli, la fortuna, Dio e Cristo. In seguito, l'analisi si è spostata sulla Chiesa come istituzione, partendo dal capitolo XI del Principe. In questo ambito rientrano anche le figure dei due papi il cui merito è, secondo lo scrittore fiorentino, di avere accresciuto il potere della Chiesa: Alessandro VI e Giulio II. Successivamente, si analizza la fondamentale questione dell'etica machiavelliana, e del suo rapporto con la politica, a lungo dibattuto nei secoli successivi alla stesura delle sue opere. Viene inoltre trattato il tema della presenza della Bibbia in Machiavelli, e dell'accezione che assumono due personaggi chiave delle scritture: David e Mosè. Infine, un paragrafo è dedicato alle opere non politiche di Machiavelli, in cui la letteratura si fa strumento d'indagine della realtà e nelle quali l'aspetto della religione non ha minore importanza: la Mandragola e la favola di Belfagor. L'ultimo capitolo è dedicato a un'analisi più lessicale di alcuni aspetti del linguaggio machiavelliano.