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Poesie

Poesie

di P. Paolo Pasolini


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Descrizione del libro

Nel 1970 Pier Paolo Pasolini curò personalmente un volume di "poesie vecchie" tratte da "Le ceneri di Gramsci" (1957), "La religione del mio tempo" (1961) e "Poesia in forma di rosa" (1964). Considerava questa scelta come "un atto conclusivo di un periodo letterario per aprirne un altro" e su richiesta di Livio Garzanti ne scrisse l'introduzione, intitolandola "Al lettore nuovo". L'antologia - qui riedita integralmente con l'aggiunta di una breve nota proponeva un volume di poesie a sei anni di distanza dall'ultima raccolta pubblicata.

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Voto medio del prodotto:  4 (4 di 5 su 1 recensione)

4Poesie., 25-09-2011
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Silloge di componimenti dell'ultimo Pasolini, quello più compiutamente poeta nella sua complessa e molteplice attività, prima ancora che cineasta, narratore, drammaturgo e saggista, il ruolo di poeta è quello centrale, anzi primario non solo in ordine cronologico. Basterebbe rileggersi questi versi per ritrovare in nuce temi, ispirazioni e spunti che saranno ripresi negli altri campi della sua attività sino alla fine (e oltre si pensi al postumo "Petrolio") .
Bisogna aggiungere che le prime prove dal poemetto "Le Ceneri di Gramsci" che è del 1954 fino alla sezione intitolata "Una disperata vitalità" che è del 1964 contengono versi bellissimi, che reggono al tempo e che assicurano alla produzione poetica di Pasolini un ruolo di primo piano non solo nel panorama di quegli anni, ma di tutto il Novecento. Sono versi completamente slegati e avulsi dal corso che stava prendendo la poesia italiana in quel decennio, in un certo senso "inattuali" rispetto ai contemporanei si pensi al recupero della terzina, di un sistema (benché parziale) di metri e di rime, per non parlare dell'assenza di riferimenti tanto all'ermetismo, quanto alla parola pura, quanto sul versante opposto alle avanguardie. Eppure avendo solo una lontana ascendenza musicale alla Penna o alla Caproni, per cosi dire, in chiave prosaica la poesia di Pasolini si pone ai maggiori livelli di tutta la nostra letteratura novecentesca proprio per il suo fraseggiare musicale. Quanto ai temi presenti con forza, c'è da dire che certi squarci su Roma sono straordinari, se non altro perché si è reinventato una città cantata da secoli con uno sguardo, al tempo stesso, soggettivo e oggettivo, visionario e minimalista, lucido e accorato, corale e intimo. Anche il confronto con la storia passata e presente tocca corde che non si possono non considerare come tra le più intense del suo tempo. Eppure questa stagione poetica dura una decina d'anni e non di più. Altre per fortuna sarebbero state le strade percorse da lui. Quella poetica si esaurisce, o peggio: si essicca come un fiume evaporato tra le pietre bruciate del deserto. Resiste ancora un tono leggero che non gli si addice o una polemica che cede al clima dell'epoca, quella sbornia ideologica di poeti digiuni di politica e che pretendevano di condizionare le scelte politiche del loro campo, smarrendo gli accenti personali a lui più adatti. Quando Pasolini si confà ai dettami delle neoavanguardia più di quanto volesse non convince, anzi fa quasi tenerezza. Poeta albatro come pochi le sue movenze in mezzo alla ciurma di ammutinati sono ormai più che ridicole: illeggibili.
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