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Il volo della martora

Il volo della martora

di Mauro Corona


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In sintesi

9 ottobre 1963, ore 22.39: 270 milioni di metri cubi di terra si staccano dal monte Toc e precipitano nel lago artificiale formato dalla diga del Vajont, sollevando un'onda che spazza la valle, travolgendo boschi, case e vite umane. Mauro Corona, che all'epoca della tragedia era poco più che un bambino, fa rivivere in queste pagine quel mondo scomparso. E lo fa attraverso ventisei racconti che raffigurano le vicende di uomini e donne semplici, ma anche di animali, di alberi e di rocce. Storie di fatica e sofferenza, il ritratto di un universo scomparso, custodito con amore nella memoria dell'autore.

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Voto medio del prodotto:  4.0 (4 di 5 su 2 recensioni)


4.0Corona agli arbori, 06-07-2010, ritenuta utile da 1 utente su 2
di G. Fracasso - leggi tutte le sue recensioni

«Mauro Corona descrive in questo libro come in un paese chiamato Erto che quindi gia' il nome ne esprime le caratteristiche geografiche, flaggellato dal disastro del Vajont, la vita risulti particolarmente cruda e difficile..»

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4.0Il libro d'esordio di Mauro Corona, 12-11-2008, ritenuta utile da 10 utenti su 12
di R. Montagnoli - leggi tutte le sue recensioni

«E' il libro di esordio, nel 1997, di Mauro Corona, una raccolta di racconti dove l'io narrante è sempre e unicamente l'autore stesso, in un omaggio alle genti della sua zona nel riepilogo di fatti e vicende che emergono dalla memoria.
Ci sono ricordi dell'infanzia, ma anche di epoca più recente che sembrano percorrere una strada, secondo un filo logico che li concatena, fino al tragico evento del 9 ottobre 1963 che, oltre a mietere migliaia di vittime, provoca di fatto una frattura insanabile, con la perdita di una realtà fatta da anni di vita legati alla terra, alle tradizioni e al paese, e rende i superstiti orfani della loro storia.
La frana gigantesca del monte Toc, causata indirettamente da chi progettò la diga sul Vajont, rappresenta una scure che divide nettamente due epoche e che proietta nel futuro i superstiti, con un domani tuttavia incerto, per non dire inconcludente, proprio per quello sradicamento dal proprio passato.
Sono racconti che trovano nella semplicità dell'esposizione una freschezza che consente di assaporare i rapporti che esistevano fra i valligiani, le relazioni con la natura, mai vista ostile, in un lungo viaggio che porta il lettore alla consapevolezza che quel mondo che non tornerà più era, pur nelle difficoltà della vita, un microcosmo di comuni sentimenti e modi di agire che connotava una comunità a suo modo strutturata perfettamente.
Ora, senza voler rifarsi al detto che si stava meglio quando si stava peggio, appare comunque evidente una vena di nostalgia nella scrittura di Corona, a tratti anche un rimpianto per un mondo più vero, dove esistevano valori perpetuati nel tempo, dove l'amicizia era un bene supremo e dove il rispetto era reciproco.
Ritorno sullo stile dell'autore, semplice, ma non scarno, e con un notevole senso della misura, soprattutto quando si lascia andare a riflessioni, sempre apprezzabili, senza mai diventare greve.
E' quasi un modo innato, come l'arte di scolpire il legno di cui lui è maestro indiscusso, una capacità di coinvolgimento che con il tempo e l'esperienza si è via via perfezionata, raggiungendo accenti di notevole efficacia, anche attraverso periodi di prose poetiche, come è possibile verificare nel più recente I fantasmi di pietra.
Del resto, anche il prefatore (nientemeno che Claudio Magris!) è rimasto colpito da questo stile e pur non sbilanciandosi, cioè non gridando ai quattro venti che questa raccolta è un capolavoro, ha tuttavia evidenziato la sua ottima valenza, anche con un certo stupore, trattandosi di opera prima.
Da allora Mauro Corona ha fatto molta strada, ma non ha perso, anzi ha affinato le sue caratteristiche, già riscontrabili in modo chiaro e inequivocabile in questo volume di cui raccomando vivamente la lettura.
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