Freud e la psicologia dell'arte

Freud e la psicologia dell'arte

5.0

di Ernst H. Gombrich


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Voto medio del prodotto:  5.0 (5 di 5 su 1 recensione)

5.0Gombrich tra storia dell'arte e psicologia, 01-03-2011, ritenuta utile da 1 utente su 1
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Questo libriccino, che raccoglie tre conferenze di Ernst Gombrich, gode di una fortuna editoriale e di una alta considerazione tra gli specialisti che non sembra diminuire. Giustamente, aggiungo io, perché questo smilzo libretto è davvero splendido!
Come dicevo, tre conferenze; tre conferenze in cui Gombrich affronta il tema, per certi versi spinoso, della indagine psicologica applicata allo studio delle opere d'arte e degli artisti. Il grande storico dell'arte giunge spesso a delle conclusioni inaspettate che gettano nuova luce su questioni diverse (specialmente in riferimento all'idea generale sull'estetica freudiana), riversando nelle pagine molti dei capisaldi della sua speculazione (in particolar modo nella seconda conferenza).
Nella prima conferenza, il cui titolo originale è "Freud's Aesthetics", Gombrich affronta da vicino l'estetica freudiana, offrendone una interpretazione personale e diversa da quella, più diffusa e semplicistica, che vede in Freud un interesse esclusivo per il significato inconscio dell'opera d'arte.

Partendo dal noto tradizionalismo di Freud (vengono ricordati i suoi rifiuti dell'Espressionismo e del Surrealismo), Gombrich, ricollegandosi alla nozione di "motto di spirito", dimostra quanto sia insufficiente l'interpretazione dominante della teoria artistica freudiana: "Lungi dal cercare nel mondo dell'arte solo il contenuto inconscio, egli insistè su quel grado di adeguamento alla realtà che solo può trasformare un sogno in un'opera d'arte"; dunque, Freud non era interessato solo ai dati inconsci dell'artista presenti nell'opera, e soprattutto, non è la presenza di quei dati a determinare l'appartenenza dell'opera alla sfera dell'arte. Infatti: "E' spesso l'involucro a determinare il contenuto. Solo le idee inconsce che possono essere adeguate alla realtà delle strutture formali divengono comunicabili e il loro valore per gli altri sta per lo meno altrettanto nella struttura formale quanto nell'idea stessa. Il codice genera il messaggio". La forma diventa quindi, nel pensiero freudiano, il fattore determinante che distingue le opere dei pazzi (degli espressionisti, per esempio), dalle opera d'arte create dagli artisti.

La seconda conferenza presenta alcuni dei punti fondamentali del pensiero di Gombrich: da un lato l'insistenza sull'importanza della tradizione artistica nello sviluppo degli stili ("molti artisti giovani che vorrebbero documentare le immagini del proprio inconscio, ritornano da questa loro descensus ad inferus con una versione dell'ultima trovata di Picasso, modificata quel tanto che basta perché l'opera sembri auto espressiva"), dall'altro la consapevolezza che "un'arte matura può crescere solamente entro i limiti di ciò che io chiamo l'istituzione - entro, cioè, il contesto sociale di un determinato atteggiamento estetico". E dunque, come scrive Carlo Ginzburg in Gombrich, la storia (i rapporti tra fenomeni artistici e storia politica, religiosa, sociale, della mentalità, ecc.) estromessa silenziosamente dalla porta rientra dalla finestra.

L'ultima conferenza affronta invece i temi, più generali, del possibile rapporto di collaborazione tra studi storico artistici (più specificamente, l'iconologia) e psicologia per lo studio della storia dei simboli; del significato del simbolo, legato al segno attraverso cui si manifesta; e dunque il rapporto tra forma e contenuto espressivo.
Un libriccino, dicevo all'inizio; ma un libriccino denso di idee e spunti di riflessioni che, nonostante i più di quarant'anni passati dalla sua prima pubblicazione in lingua italiana, non perde nulla della sua vitalità!
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