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Un posto sbagliato per morire

Un posto sbagliato per morire

di Hans Tuzzi


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Descrizione

Un'inchiesta in cui la personalità della vittima è la chiave per arrivare al colpevole? Succede, più spesso di quanto si creda. Mai come in questo caso, però, il commissario Melis ne sembra convinto. Manrico Barbarani: una laurea in architettura, uno studio affermato, un socio da trent'anni al suo fianco, tante amiche, alcuni affezionati nemici, una passione per l'alpinismo, due mogli, anzi: due ex mogli. E un figlio di cui potrebbe essere il nonno. Già. E tre proiettili piantati in corpo. E dove, poi! Nella più squallida delle periferie di Milano. Qualcosa però non convince Melis, a cominciare dal fatto che l'auto di Barbarani è in garage. E allora? E allora, nel sereno settembre milanese del 1981, quando già s'annunciano i toni dell'autunno, il commissario e i suoi uomini iniziano un'indagine che, muovendosi fra i luoghi del potere più o meno occulto e le feroci dispute di una difficile separazione fra coniugi, sembra condannata ad arenarsi. Fino a quando, inatteso, l'assassino colpisce di nuovo. Allora, ecco, tutte le tessere del mosaico sembrano andare lentamente al loro posto, disegnando una vicenda di grande amarezza, di grande solitudine, di grande amore. Quell'amore per il quale un uomo può persino tradire sé stesso.

Dettagli del libro

  • Titolo: Un posto sbagliato per morire
  • Autore: Hans Tuzzi
  • Editore: Bollati Boringhieri
  • Collana: Varianti
  • Data di Pubblicazione: Maggio 2011
  • ISBN: 883392131X
  • ISBN-13: 9788833921310
  • Pagine: 174
  • Formato: brossura
  • Reparto: Gialli

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5.0Un posto sbagliato per morire, 31-05-2012
di R. Tortora - leggi tutte le sue recensioni

«Scopro per caso questo scrittore. E insieme a lui, il commissario Melis, il protagonista del romanzo di Hans Tuzzi; ill commissario è uomo silenzioso, ma un grande osservatore della natura umana. E la natura umana parla ancor di più dei fatti!
Ci troviamo in quella che negli anni '80 era la "Milano da bere", quando lo yuppismo la faceva da padrone e tutto sembrava possibile. Avere successo, mettersi in mostra, era, in quegli anni, il diktat per chi voleva "esserci". Ma al commissario tutto questo non importa, lui scava nei meandri della vita e dell'anima delle vittime per riuscire a risolvere il caso. Un architetto famoso, della Milano bene, è stato assassinato in un vicolo malfamato della periferia; cosa ci faceva lì a quell'ora di notte, in un posto sbagliato per morire?
L'indagine parte da qui, dapprima in maniera canonica, ma lentamente il commissario intuisce che la chiave di volta dell'indagine sta nella vita della vittima. Un affermato professionista, tanti amici ma anche tanti nemici, due ex moglie e un figlio, il piccolo Duccio, che potrebbe essere suo nipote per la grande differenza di età, ma che è stato, fino all'omicidio, la ragione di vita dell'architetto. Queste informazioni sono di pubblico dominio, ma cosa può esserci nella vita di un uomo irreprensibile da spingere qualcuno a ucciderlo? Il commissario Melis comincia così a mettere a nudo "l'anima" della vittima e a scavare nella sua vita e in quella delle persone che lo hanno circondato.
La trama si delinea e il racconto ci prende, narrando una vicenda di grande solitudine e di amore che a volte lascia l'amaro in bocca. Le domande del commissario diventano quelle del lettore. Lo stile asciutto, i personaggi ben caratterizzati e sullo sfondo Milano, città forse difficile da vivere in quegli anni, rendono il ritmo narrativo serrato e scorrevole. E quando l'indagine sembra arenarsi un evento improvviso porta il commissario a risolvere il caso. Tutte le domande sembrano trovare risposte. Tutte tranne una: dove vanno i palloncini quando volano di mano ai bambini, allontanandosi nell'azzurro, lassù fino a essere un punto lontano lontano?
A questo Melis non sa dare risposte.
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