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La fortezza della solitudine

La fortezza della solitudine

di Jonathan Lethem


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Descrizione

È la storia dell'America anni Settanta, un tempo in cui anche le decisioni più semplici - quale musica ascoltare, a chi rivolgere la parola - erano cariche di potenziali cataclismi politici, sociali, razziali. È anche la storia dell'America anni Novanta, un tempo in cui a nessuno importava niente di niente. È la storia di due ragazzi, Dylan Ebdus e Mingus Rude, vicini di casa. Dylan è bianco, Mingus è nero, e la loro amicizia non è tra le più facili. È anche la storia di quattro vie di Brooklyn, abitate quasi solo da neri: ma si sussurra che i bianchi stiano tornando. È la storia di ciò che accadrebbe a due ragazzi ossessionati dai fumetti se davvero avessero i superpoteri. È la storia di pomeriggi felici di giochi in strada, di anni di estorsioni da marciapiede, di una società cui appartieni ma che non ti vuole.

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5.0La fortezza della solitudine, 14-07-2011
di M. Ambasso - leggi tutte le sue recensioni

«Mi spiace per il recensore precedente, ma io lo trovato interamente un capolavoro. Di molti romanzi si dice che sono capolavori. Di alcuni romanzi lo si può dire a ragion veduta, perché li si è letti. Io non solo l'ho letto; lo rileggo e credo proprio che me lo rileggerò. E per me è e resta un capolavoro, anche se per entrarci dentro ci vuole tempo (anche per le dimensioni). La storia potrebbe essere semplicissima, quasi banale: due ragazzini, Dylan e Mingus, crescono insieme in un quartiere di Brooklyn. Uno è bianco, l'altro nero. Uno è imbranato, l'altro sveglio. Uno non capisce bene che sta vivendo in un ghetto, l'altro l'ha capito benissimo. Eppure sono in serbo per entrambi destini ben diversi, per niente prevedibili date le premesse. Attorno ai due protagonisti, New York negli anni Settanta e Ottanta, mentre la musica passa dal soul al punk e alla New Wave, mentre la controcultura muore in un diluvio di droghe (tra cui la grande novità del crack) , mentre i quartieri neri diventano sempre più desolati. Lethem non solo sa raccontare l'infanzia da dentro, sa anche farci avvertire la storia che cammina inesorabile e che si porta appresso tutti, spietatamente, inarrestabilmente. Per questo una volta si parlava di grande romanziere, e sarebbe il caso di usare il termine anche oggi. Se non dobbiamo rimpiangere i Flaubert e i Tolstoj, lo dobbiamo anche a questo scrittore quarantenne che parla di Talking Heads, di fumetti Marvel, di Guerre stellari, e di scritte sui muri. Della nostra vita, parla, e pochi sanno farlo come lui.»

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