La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme

La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme

4.5

di Hannah Arendt


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Descrizione

Otto Adolf Eichmann, figlio di Karl Adolf e di Maria Schefferling, catturato in un sobborgo di Buenos Aires la sera dell'11 maggio 1960, trasportato in Israele nove giorni dopo e tradotto dinanzi al Tribunale distrettuale di Gerusalemme l'11 aprile 1961, doveva rispondere di 15 imputazioni. Aveva commesso, in concorso con altri, crimini contro il popolo ebraico e numerosi crimini di guerra sotto il regime nazista. L'autrice assiste al dibattimento in aula e negli articoli scritti per il "New Yorker", sviscera i problemi morali, politici e giuridici che stanno dietro il caso Eichmann. Il Male che Eichmann incarna appare nella Arendt "banale", e perciò tanto più terribile, perché i suoi servitori sono grigi burocrati.

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Dettagli del libro


Voto medio del prodotto:  4.5 (4.4 di 5 su 13 recensioni)

5.0Una analisi storico-filosofica sul Male , 12-07-2012, ritenuta utile da 2 utenti su 2
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Mai nessuno come Hannah Arendt ha avuto la capacità di descrivere il nazismo e i nazisti con lo stesso disincanto lucido della filosofa. Il libro è filosofico solo in maniera molto intrinseca, bisogna leggere tra le righe dei fatti narrati per comprendere ciò che Arendt vuole comunicare: il male, un elemento che l'uomo ha sempre attribuito esclusivamente a esseri demoniaci, psicopatici e deviati, in realtà viene smascherato, messo a nudo; esso si nasconde infatti dietro a persone che per dirla con la filosofa sono 'terribilmente normali', banali appunto. Un libro che ci mette di fronte alla responsabilità di ciò che facciamo, di ciò che pensiamo, poichè dobbiamo ricordarci un monito la cui eco rintoccherà sempre nelle nostre coscienze: i nazisti non sono mostri, ma carnefici che SI assomigliano e CI assomigliano.
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3.0Interessante, ma non semplice, 26-03-2012, ritenuta utile da 3 utenti su 3
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E' un libro non di facile accesso: una persona approcciandosi alla Arendt ha 2 alternative, o terminarne le opere faticosamente oppure lasciarle interrotte. Se quest'opera viene letta come scritta dalla corrispondente del The New Yorker inviata a Gerusalemme in qualità di giornalista, ecco l'opera stessa va fuori tema. In realtà, si colloca come ceppo finale di una serie di testi della filosofa stessa, massima esperta dell'età dei totalitarismi. Non aspettatevi un testo facile, dunque.
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4.0La banalità del male, 23-03-2012, ritenuta utile da 1 utente su 1
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Una cronaca senza fronzoli di un processo ad un gerarca nazista, analizzata con capacità straordinaria dalla scrittrice-giornalista, che ci narra di un male terribile nato da una burocrazia malata, composta da uomini stupidi e pure ignoranti. La riflessione più importante e sconvolgente è la banalità con cui l'orrore è stato studiato e la drammatica sottomissione degli ebrei. Una tragedia umana che per mancanza di senso non lascia nessun appiglio al lettore.
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3.0Il processo ad un gerarca nazista, 12-03-2012, ritenuta utile da 1 utente su 1
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Si fa fatica ad attraversare le dense pagine di questo libro, a mezza strada tra reportage giornalistico, testo storico e riflessione filosofica sui principi giuridici. Dirò solo che ho personalmente apprezzato moltissimo in quest'opera, più ancora del reportage da cui emerge la 'banalità maligna' del ridicolo e perfetto burocrate dello sterminio, le pungenti, intelligenti, giuste, stimolanti osservazioni dell'autrice sull'essenza della giustizia. Per questo forse mi sono goduta tantissimo, dopo la lettura del libro vero e proprio, la stupenda appendice, vera chiusura in gloria di uno dei libri che chiunque dovrebbe leggere prima di morire Certo la Arendt ne ha per tutti (ma proprio per tutti, forse persino per noi che non c'eravamo! ) , ma sempre con estrema intelligenza, freddezza e ciglio asciutto.
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5.0La banalità del male, 15-02-2012, ritenuta utile da 1 utente su 1
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Eccellente libro della filosofa tedesca Hannah Arendt, che scrive di argomenti che conosce personalmente: emigrata dalla Germania a ventisette anni a causa delle leggi razziali, si ritrova inviata dal New Yorker, quasi trent'anni dopo, a Gerusalemme per assistere al processo del nazista Adolf Eichmann. Il titolo è un ottimo riassunto di ciò che emerge nel processo: "la banalità del male", Eichmann è desolantemente banale.
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5.0Per riflettere, 23-08-2011, ritenuta utile da 1 utente su 1
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La Arendt ci narra con una lucidità ineguagliabile questo processo e tutte le atroci verità che questi aveva sollevato e reso pubbliche. Mi ha colpito come, a differenza di tanti altri libri sulla deportazione e il genocidio degli ebrei in cui vi sono racconti accorati e pieni di dolore, lei riesca a raccontare un evento che tanto l'ha toccata (essendo ebrea) con gli occhi di un bambino, mai vendicativa e risentita, ma solo inerme dinanzi al Male, il male quello vero. Un libro per riflettere, su ciò che è stato, su cosa trarre come lezione e su come imparare ad affrontare le situazioni.
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5.0La lucidità di Arendt, 15-04-2011, ritenuta utile da 3 utenti su 3
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La cosa che mi ha stupito di più è la lucidità con la quale Arendt analizza i fatti del nazismo. Una lucidità veramente rara da trovare nei saggi sull'argomento. La sua esposizione piana e precisa, sempre centrata, riesce a far passare al lettore concetti articolati e a far comprendere procedure giuridiche complesse. Una libro che nutre chi lo legge, che arricchisce e stimola in continuo il cervello.
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5.0Sul male e sulla coscienza, 05-04-2011, ritenuta utile da 3 utenti su 3
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Lucida e fondamentale riflessione sulle azioni di un uomo (Eichmann) che è stato protagonista della persecuzione nazista contro gli ebrei, da parte di una filosofa tedesca di origine ebrea che, nonostante abbia conosciuto l'esilio a causa delle stesse pesecuzoni, non smarrisce il senso di giustizia.
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5.0L'impiegato Eichmann!, 13-12-2010, ritenuta utile da 6 utenti su 7
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Uomo incolto, svogliato e privo di una vera e propria identita' , si mette in luce avanzando in modo veloce nella sua carriera nell'apparato burocratico nazista inizialmente impiegando le sue energie nell'emigrazione degli ebrei dall'Europa per renderala "libera dagli ebrei", e sul finire occupandosi della deportazione nei centri di sterminio di ebrei e non ebrei. Un colletto bianco che svolge il suo compito sottostando soltando agli ordini impartiti dall'alto, svolgeva il suo compito omicida consapevolmente, ma come si puo' disobbedire ad un ordine? Gli ordini sono ordini! Svolgeva queste sue mansioni infliggendo dolori indicibili a gruppi interi di umanita' , incorrendo a volte in qualche difficolta' pratica, con una semplicita' ragionieristica tale da sembrare una banale pratica burocratica. Avrebbe potuto opporsi a questi ordini, in primo luogo non entrando di propria iniziativa a fare parte di questa combricola di assassini, in secondo luogo, se proprio temeva ripercussioni sulla sua persona o sulla sua famiglia, scappando da subito in Argentina e non dopo anni della sua semplice burocrazia per timore di processi a suo carico per i crimini da lui commessi. Sicuramente la sentenza di morte di Eichmann era gia' scritta prima dell'inizio del suo processo a Gerusalemme e forse e' stata poco fantasiosa, ma come opporsi, dopo che l'impiegato Eichmann ha reso cosi' banale portare a termine un crimine cosi' inaudito?
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4.0La banalità del male, 02-11-2010, ritenuta utile da 2 utenti su 2
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un'opera capitale, disturbante, da leggere e meditare a lungo e profondamente, il "racconto" del processo ad Eichmann fatto da una grandissima filosofa e scrittrice ebrea.
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5.0La banalità del male, 01-10-2010
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Il male banale di chi esegue gli ordini e rispetta la legge del proprio paese. Eichmann è questo, un anonimo individuo che in tempo di guerra e sotto legge marziale è costretto a rispettare la legge.
La Arendt ricostruisce, attraverso il processo di Gerusalemme (su quali basi giuridiche si fondava questo processo con la sentenza scritta?) la macchina di morte del Reich.
Affascinante e terribile.
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4.0La banalità del male., 27-09-2010, ritenuta utile da 3 utenti su 3
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In 2 parole, questo libro descrive la figura di Eichmann come emerse al processo di Gerusalemme nella sua sconcertante pochezza: non un mostro malvagio e sconvolto dall'odio razziale (fu il principale organizzatore della "logistica" dello sterminio) ma un uomo qualunque meschino e povero di spirito, che non seppe e non volle opporsi agli ordini, un ingranaggio della macchina insieme ai tanti proprio come lui. Anni luce lontano dalla rassicurante retorica del "cattivo", ci ricorda sempre che i nazisti erano proprio come noi, che materialmente l'Olocausto non sarebbe stato neanche possibile senza bravi piccoli burocrati di tutta Europa- di giorno in ufficio a coordinare vagoni piombati, la sera bravi padri di famiglia.
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