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Il vino della solitudine

Il vino della solitudine

di Irène Némirovsky


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  • Editore: Adelphi
  • Collana: Gli Adelphi
  • Traduttore: Frausin Guarino L.
  • Data di Pubblicazione: ottobre 2013
  • EAN: 9788845928482
  • ISBN: 8845928489
  • Pagine: 245
  • Formato: brossura

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Trama del libro

"Il vino della solitudine" è il più autobiografico e il più personale dei romanzi di Irene Némirovsky: la quale, pochi giorni prima di essere arrestata, stilando l'elenco delle sue opere sul retro del quaderno di "Suite francese", accanto a questo titolo scriveva: "Di Irene Némirovsky per Irene Némirovsky". Non sarà difficile, in effetti, riconoscere nella piccola Hélène, che siede a tavola dritta e composta per evitare gli aspri rimproveri della madre, la stessa Irene; e nella bella donna che a cena sfoglia le riviste di moda appena arrivate da Parigi in quella noiosa cittadina dell'impero russo - e trascura una figlia poco amata per il giovane cugino, oggetto invece di una furente passione - quella Fanny Némirovsky che ha fatto dell'infanzia di Irene un deserto senza amore. Hélène detesta la madre con tutte le sue forze, al punto da sostituirne il nome, nelle preghiere serali, con quello dell'amata istitutrice, "con una vaga speranza omicida". Verrà un giorno, però, in cui la madre comincerà a invecchiare, e Hélène avrà diciott'anni: accadrà a Parigi, dove la famiglia si è stabilita dopo la guerra e la rivoluzione di ottobre e la fuga attraverso le vaste pianure gelate della Russia e della Finlandia, durante la quale l'adolescente ha avuto per la prima volta "la consapevolezza del suo potere di donna". Allora sembrerà giunto alfine per lei il momento della vendetta. Ma Hélène non è sua madre - e forse sceglierà una strada diversa: quella di una solitudine "aspra e inebriante".

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Voto medio del prodotto:  4 (4.3 di 5 su 7 recensioni)

5Meraviglioso, 07-05-2012, ritenuta utile da 2 utenti su 2
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La scrittrice adotta un tono sublime quanto cinico nel narrare gli eventi. Ha un ritmo impareggiabile, fresco e immediato, che avvolge completamente il lettore. Inoltre si presenta dinamico e la storia narrata prende vita fin da subito, senza annoiare affatto il lettore. Sicuramente consigliato, non vi deluderà!
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5Da un'infanzia infelice non si guarisce mai, 24-09-2011
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Leggere questo romanzo è quasi come leggere la biografia della Nemirovsky, anche il nome della piccola protagonista, Hélène, ha una palese assonanza con Irène. E in questa bambina l'autrice si rispecchia in tutto, nel rapporto tormentato con la madre, nel rapporto salvifico con la governante francese, nell'amore per i libri, le lingue. Per la Nemirovsky scrivere è stato un po' il suo modo per cercare di guarire ed alleviare il dolore vissuto durante un'infanzia solitaria e infelice. Emblematico il brano in cui la piccola Hélène, di ritorno dalla visita a casa di alcune bambine sue amiche, dove non ha potuto fare a meno di osservare la loro madre giocosa e affettuosa, e di conseguenza provarne una dolorosa invidia, si "impone" di essere felice, con la sua tazza di latte, il suo libro, la sua cameretta; a lei la felicità di una mamma amorevole è stata negata, deve ad ogni costo "sostituirla" se non vuole che il dolore la vinca.
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4Da leggere, 11-09-2011
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Bellissimo questo libro che pagina dopo pagina emoziona in modo profondo e coinvolgente. Hélène è una bambina che vive un'infanzia ricca di sofferenze e di ossessioni. Vive sotto l'ombra di una madre pronta a rimproverarla per qualsiasi, così si ritrova a crescere con un'infanzia molto difficile alle spalle che la renderà una ragazza forte e pronta al cambiamento.
Lo consiglio!
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4La frustrazione dell'abbandono, 04-09-2011
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Il vino della solitudine è quel sentimento fluido che scorre dentro Hélène, la protagonista del libro, nonchè l'autrice stessa.
Si, perchè, in effetti, Il vino della Solitudine non è altro se non l'autobiografia della scrittrice, in cui racconta e rivive il suo rapporto-non rapporto con la madre, doloroso e frustrante fin dall'infanzia. Con straordinaria capacità narrativa la Némirovsky ci porta all'interno del suo dolore e della sua solitudine.
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4Il vino della solitudine, 09-08-2011, ritenuta utile da 2 utenti su 2
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Per tutti i fedeli seguaci della scrittrice francese-russa questo romanzo è un must, una lettura attesa in modo particolare sapendo che si sarebbe trattato di un romanzo fortemente autobiografico, in cui la protagonista Hélène è inequivocabilmente l'autoritratto di Irène stessa.
Più ancora che ne Il ballo, più acutamente che in Jezabel, madre e figlia vivono mondi separati, incomprensibili l'uno all'altro, fatti di silenzio, distacco, rimproveri e asprezza reciproca. La piccola Hélène, il cui unico conforto è la governante Mademoiselle Rose, attraversa un periodo di grande travaglio sociale proprio come la giovane Irène dovette subire, in fuga dall'agiatezza russa dopo la caduta dello zar attraverso una breve stagione finlandese fino al definitivo traguardo francese. Nessuna attenzione le viene dal padre, uomo troppo dedito agli affari e al gioco che nemmeno si accorge di essere adorato dalla figlia, nessuna considerazione dalla madre, impegnata a tenere viva la sua bellezza sfiorente tra vestiti, belletti, giovani amanti. Hélène sviluppa il suo carattere spesso duro, sprezzante, chiuso in se stesso e nelle sue delusioni, rischiando quasi di diventare un clone, una replica della tanto detestata madre. Eppure chi legge sa che dietro questo libro, scritto nel 1935 e negli appunti della scrittrice indicato come di Irène Némirovsky per Irène Némirovsky, c'è una giovane moglie e madre affettuosa e amorevole, che diversamente da Hélène non ha scelto di bere dal calice quel vino aspro e inebriante che è la solitudine, bensì di riscattare un'infanzia infelice con una maturità piena e appagante, almeno fin quando la sua vita non è stata troncata dalla follia nazista.
Accanto all'aspetto sentimentale, emotivo, commovente della vicenda umana, quello che rende il romanzo eccezionale è la sua scrittura, fluida, magistrale, tagliente e mai involuta. Una scrittura che scolpisce ogni parola ed ogni frase nella memoria di chi legge perché in ogni parola ed ogni frase si percepisce il grido silenzioso di una sofferenza mai sopita. Mai infatti tra Irène e sua madre Fanny ritornerà la pace; quella Fanny che alla nascita della prima nipotina regalò alla figlia un orsacchiotto (come se quella maternità che idealmente la condannava allo scomodo ruolo di nonna non fosse mai esistita e fosse Irène stessa ad essere ancora una bambina in età da giocattoli) non vorrà mai con sé le orfane dopo la morte di Irène e del marito nel 1942. Nessun riconoscimento postumo, nessuna riconciliazione, nessuna pietà nell'ultranovantenne Fanny per la figlia disgraziata, per le sue discendenti, per la memoria di una vita perduta. Da un'infanzia infelice non si guarisce mai, dice Irène, ed infatti la ferita continua a sanguinare anche se la dolorosa liberazione di una donna procede passo dopo passo, tacitamente, inesorabilmente, verso la visione positiva e fiduciosa che allieterà il finale de I doni della vita.
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