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Vado a vedere se di là è meglio

Vado a vedere se di là è meglio

di Francesco M. Cataluccio


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Descrizione del libro

Sono stato allevato in tre lingue morte (l'ebraico, l'aramaico e lo yiddish, alcuni questa non la considerano nemmeno una lingua) e in una cultura che si è sviluppata in Babilonia: il Talmud. Il cheder dove studiavo era una stanza dove il maestro mangiava e dove dormiva. Lì non studiavo aritmetica, geografia e storia, ma le leggi che governano i sacrifici offerti in un tempio distrutto duemila anni fa. Questa frase del grande scrittore Isaac Bashevis Singer rende l'idea dell'esperienza umana e spirituale, più unica che rara, in cui questo libro indaga. Si parla dell'opulenta fioritura letteraria e filosofica della cultura ebraica dell'Europa centro-orientale: un'enorme provincia di imperi, divisa tra decine di stati e popoli, resa vivacissima metropoli dall'inspiegabile cosmopolitismo di una comunità transnazionale, ospitante una folla di irrequieti sperimentatori di modi di esprimersi. Ed erano tutti, oltre che intellettuali, anche eroi timidi, poveri poeti, eccentrici viveur, avventurieri, spiriti eccelsi, asceti, santi bevitori, burloni divini. Oggi sono fantasmi di un mondo cancellato. Ma hanno lasciato una traccia tenace e nascosta in alcuni artisti e intellettuali che si sono coraggiosamente opposti, fino a pochi anni fa, al totalitarismo sovietico.

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Voto medio del prodotto:  4 (4 di 5 su 4 recensioni)

4Un libro che incrocia vita e letteratura, 27-05-2012
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Un saggio fondamentale per ricchezza di idee, profondità, recensioni, per apertura mentale e abbondanza di idee. Sorprendente per il materiale che mette in campo. Al tempo stesso scorrevole come un reportage che spazia per tutto il novecento, eruditamente teso a fare il punto su autori, movimenti politici e letterari, con riferimento a quel pulpito fondamentale che è stata ed è la letteratura ebraica nel mondo defunto della mitteleuropa.
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5Vado a vedere se di là è meglio, 27-07-2011, ritenuta utile da 1 utente su 1
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Conoscevo già l'autore da alcuni suoi interessanti pezzi giornalistici usciti sulla domenica del corriere. Ho iniziato quindi a leggere con molte aspettative questo suo libro, irresistibilmente attirata, tra l'altro, dal bellissimo sottotitolo "Quasi un breviario mitteleuropeo". Mi sono concessa il lusso del tempo, della rilettura in itinere, perché solo dopo poche pagine mi sono resa conto di aver trovato una formidabile guida per le mie future letture, o meglio, di aver trovato colui che mi faciliterà il compito di comporle, collegarle, riordinarle in un quadro che le renderà ancora più significative. Cataluccio è un ottimo accompagnatore per chi si accinge ad iniziare il suo viaggio nella letteratura dell'Europa centro-orientale del Novecento e, inevitabilmente, nella cultura ebraica, o, come nel mio caso, per chi vuole continuare questo viaggio, ma teme di tralasciare per colpa della fretta o della distrazione, proprio ciò che cerca. Cataluccio è un ottimo compagno per chi sa di essere un viandante della Letteratura. Ma con un compagno di viaggio bisogna essere in sintonia: nelle prime pagine di questo libro ho ritrovato due prove di una profonda consonanza (poi non ho più avuto bisogno di prove) : il viaggio conduce in un mondo cancellato, scrive Cataluccio "che rimane solo nelle foto (come quelle che, dal 1934 al 1939, scattò Roman Vishniac) , nei ricordi o nella letteratura". "A Vanished World" di Vishniac, che ho cercato e recuperato grazie alle magie della rete, resta uno dei più preziosi tesori della mia libreria, a ricordare che verso quel mondo non bisogna provare nostalgia, ma rimpianto, per tutto quello che se n'è andato con lui. Ovviamente al rimpianto si accompagna l'orrore, perché in questo viaggio si incontra il male assoluto. Quando ho ritrovato, a pag. 55, il riferimento ai nove terrari di "Fucking Hell" di Jake e Dinos Chapman, che anch'io ho potuto ammirare (non è però il verbo giusto) alla Punta della Dogana a Venezia e che non ho più potuto scordare, ho definitivamente capito l'importanza che questo libro ha per la mia esperienza di lettrice. Leggendo queste pagine ho però dovuto lottare contro una crescente sensazione di vertigine, una sorta di sindrome di Stendhal letteraria, per la mole di personaggi, citazioni, opere e persino note (un apparato ricchissimo) in cui Cataluccio fa immergere il lettore, senza soste o remissioni. Si ha quasi paura di tralasciare, o peggio, dimenticare. Ho superato questo rischio soltanto armandomi di carta e penna, prendendo appunti, studiando, tracciandomi i percorsi dei futuri viaggi che farò, evidenziando i collegamenti tra le mie letture passate e quelle future. Questo è un libro che lascia al lettore attento un immenso regalo, il valore aggiunto della consapevolezza della ricchezza, e le indicazioni per raggiungerla. Un'ultima considerazione: oggi che la cortina di ferro non esiste più, che non esiste censura, che la circolazione della cultura è libera, l'editoria dovrebbe fare attenzione al rischio dell'oblio. C'è una sovrabbondanza di visibilità per chi segue le regole del mercato, per il libro-prodotto, di pronto consumo, il rischio dell'oblio per chi si ostina a considerare la letteratura estranea alle logiche del mercato. Dice Cataluccio parlando di Josif Brodskij: "Brodskij ci ha lasciato delle bellissime poesie russe, degli straordinari saggi in inglese, ma soprattutto una grande lezione sul valore salvifico della letteratura: - Poiché non sono molte le cose in cui riporre le nostre speranze di un mondo migliore, poiché tutto il resto sembra condannato a fallire in un modo o nell'altro, dobbiamo pur sempre ritenere che la letteratura sia l'unica forma di assicurazione morale di cui una società può disporre; che essa sia l'antidoto permanente alla legge della giungla- Certo, queste parole possono suonare stonate in un mondo in cui l'unica letteratura ormai riconosciuta è quella che sbaraglia le classifiche e distrae i lettori e la poesia è spesso un bla bla narcisistico". Un grande libro.
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3Vado a vedere se di là è meglio, 29-10-2010
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Appartiene a quella categoria di libri che, unendo luoghi e letteratura, non posso fare a meno di tenere come riferimento. è pieno di storie, aneddoti e illuminazioni. è allo stesso tempo un po' pretestuoso - mi riferisco all'artificio retorico della ricerca dei giusti -, narcisistico (ero amico di questo, ero amico di quello/quando vado lì mi ospita tizio, quando sono là mi sento ormai a casa) e ha un taglio troppo antisovietico per essere impeccabile. non che tutto questo sia un difetto: la bellezza di un libro come questo sta anche nella sua partigianeria. in alcuni momenti, però, suona un po' gratuito.
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4Vado a vedere se di là è meglio, 08-10-2010
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Cataluccio, studioso di letteratura polacca, si muove attraverso una Mitteleuropa diversa da quella, di lingua tedesca, cui siamo maggiormente abituati: il mondo culturale che percorre mescolando autobiografia e rievocazione sorse nel crogiuolo polifonico e cangiante della respublica polacca, monarchia elettiva, poi smembrata fra Russia, Prussia e un altro impero multiforme, quello asburgico, in cui convivevano polacchi, ebrei, lituani, ruteni; è il mondo in cui nacquero Milosz e Gombrowicz, Bruno Schulz e Gustav Herling, Tadeusz Kantor e Mark Rothko: ma incontriamo anche Brodskij, Mandel'stam, Kis, Borges, Hrabal. E con particolare commozione è ricordato il mondo ebraico che in quei luoghi contribuì a creare una civiltà spazzata via dall'inferno della Shoah: ma la narrazione dell'orrore si accompagna sempre al ricordo dei Giusti, quelli che, come all'autore bambino raccontava la nonna dell'amico Gabriele, ebrea di Leopoli, "sono il fondamento del mondo, lo sostengono e lo salvano".
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