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Il trionfo della morte

Il trionfo della morte

di Gabriele D'Annunzio


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Voto medio del prodotto:  3.5 (3.8 di 5 su 8 recensioni)

3.0Il trionfo della morte, 27-03-2012
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Romanzo che insieme ad altri due (precisamente Il piacere e L'innocente) forma la trilogia nota come 'i romanzi della Rosa' , è fortemente legato all'ideologia tipicamente dannunziana del superuomo. Ed è un po' così, Giorgio Aurispa, il suo protagonista, eccessivo, superiore, dispersivo e disincantato. Una storia originale anche per la struttura narrativa.
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4.0Il trionfo della morte, 06-07-2011
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Il titolo di persè già parla chiaro, sappiamo già cosa leggeremo, tuttavia non sconvolge per nulla il lettore, in quanto sin dalle prime pagine l'autore insiste fortemente sul tema della morte. Giorgio ed Ippolita sono i due personaggi principali: sono amanti, vivono una relazione clandestina tormentata e vorticosa, la donna è malata d'epilessia e nel contempo è talmente vigorosa e misteriosa da attrarre Giorgio in maniera ineludibile. Ancora una volta un romanzo di D'Annunzio che pone sulla scena il fallimento del modello superomistico e la contraria celebrazione di un antieroe, omicida e suicida al tempo stesso.
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4.0Il trionfo della morte, 06-07-2011
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Gli influssi del decadentismo emergono in tutta la loro proflussività, ma non è il romanzo dannunziano che preferisco, ma contiene uno dei suoi più celebri pezzi di virtuosismo lessicale e imaginifico: l'inorridita descrizione dei pellegrini al santuario di Casalbordino, dove il gusto decadente per il sordido e lo sfatto rasenta il grottesco - oppure, se si preferisce, vi cade a capofitto.
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4.0Il trionfo della morte, 05-04-2011
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Questo è un po' il manifesto del superomismo nietzscheano in salsa italica. La vita tragica di Giorgio Aurispa, continuamente conteso tra la sensuale carnalità della vita ed il romantico abbraccio della morte. L'eredità psicologica dell'adorato zio Demetrio - suicida -, l'attrazionedisgusto nei confronti di Ippolita, il tutto mescolato in una decadente, superomistica concezione della vita. E della morte.
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4.0Il trionfo della morte, 05-10-2010
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Un D'Annunzio in piena ubriacatura nicciana (e wagneriana) con tanto di finale tragico; non è il romanzo dannunziano che preferisco, ma contiene uno dei suoi più celebri pezzi di virtuosismo lessicale e imaginifico: l'inorridita descrizione dei pellegrini al santuario di Casalbordino, dove il gusto decadente per il sordido e lo sfatto rasenta il grottesco - oppure, se si preferisce, vi cade a capofitto.
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