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Tre processi, un solo imputato. Lopera di Kafka negli adattamenti cinematografici di Orson Welles e David Hugh Jones.

Tre processi, un solo imputato. L'opera di Kafka negli adattamenti cinematografici di Orson Welles e David Hugh Jones.

di Giulia Marascotti


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  • Tipologia: Tesi di Laurea di primo livello
  • Anno accademico: 2004/2005
  • Relatore: Walter Busch
  • Relatore: Walter Busch
  • Università: Università degli Studi di Verona
  • Facoltà: Lingue e Letterature Straniere Moderne
  • Corso: Lingue e culture moderne
  • Cattedra: letteratura tedesca
  • Lingua: Italiano
  • Formato: PDF
  • Protezione: Adobe DRM (richiede software gratuito Adobe Digital Edition)
Con questo elaborato mi sono proposta di analizzare le similitudini e le differenze tra il celebre romanzo di Kafka "Il processo" e gli omonimi adattamenti cinematografici diretti da Orson Welles e David Hugh Jones. La mia attenzione si è concentrata in modo particolare sulla caratterizzazione del protagonista, elemento fondamentale per comprendere la visione del mondo di Kafka e dei registi interessati alla sua opera. Gli adattamenti filmici presentati in questa tesina potrebbero essere definiti come "commenti", poiché ricalcano la trama e le scelte dialogiche de "Il processo" di Kafka, che risulta chiaramente riconoscibile come testo di partenza. In fase di trasposizione si assiste a dei mutamenti sia nella caratterizzazione dei personaggi che nel finale dell'opera dovuti all'interpretazione soggettiva dei registi. Ogni traduzione è, infatti, il frutto di un lavoro creativo e individuale e offre una versione unica del testo, determinata dalle esperienze personali del traduttore. Così come ogni lavoro di traduzione comporta perdite e acquisizioni di significato, anche queste rielaborazioni sceniche sono arricchite di elementi che rivelano la soggettività di chi le ha dirette. Il regista deve trovare un giusto equilibrio tra universo letterario e propri spunti in modo da «esplorare l'essenza delle opere di un autore senza rimanere intrappolato dalla realtà» e ottenere un buon adattamento del testo. Al di là delle discrepanze dettate dalla soggettività di sceneggiatori e registi, il genere letterario e quello cinematografico si distinguono a priori per differenze di produzione e divulgazione. Il cinema, infatti, si basa su una comunicazione visiva; il testo letterario su una comunicazione linguistica. Per il regista è, quindi, molto difficile ricreare sullo schermo l'intensità delle immagini letterarie contenute nel libro. È, tuttavia, impossibile, oltre che sbagliato, stabilire una gerarchia tra cinema e letteratura. Il testo originale non è, infatti, necessariamente l'elemento di maggiore valore tra le opere coinvolte in un adattamento filmico: il film di Welles, ad esempio, è considerato un capolavoro cinematografico e gode dell'approvazione dei critici indipendentemente dal testo a cui si ispira. Inoltre, ogni rielaborazione testuale, sia essa una traduzione scritta o un adattamento filmico, porta prestigio all'opera di partenza e le assicura sopravvivenza nella storia. "Il processo" racconta le vicende di un uomo comune, perseguitato dalla legge senza alcun motivo apparente. Il fatto di essere accusato dal tribunale, autorità in cui il protagonista crede ciecamente, conferisce all'accusa un valore assoluto. Il signor Josef K. è un cittadino modello, un uomo per bene che ha conquistato una stabile posizione sociale e professionale. All'improvviso ogni sua certezza viene smantellata e lui si trova in balia di un procedimento legale senza senso, che lo travolge senza che vi siano spiegazioni. Nelle aule del tribunale, dominate dal caos, egli incontra improbabili uomini di legge che cercano di soffocarlo e sottometterlo. Josef si accanisce nella ricerca di una spiegazione, determinato a comprendere ciò che sta succedendo. È proprio questa sua accanita ricerca di chiarimenti che lo porterà alla morte, poiché solo l'accettazione del suo fallimento avrebbe potuto salvarlo. Come gli altri eroi kafkiani, anche Josef K. è un uomo debole, schiacciato dalle sue paure e bisognoso dell'approvazione altrui. Franz Kafka crea personaggi schiavi dei propri auto-condizionamenti, i quali trovano un'apparente serenità solo quando sono inseriti in un contesto più ampio che li rassicura, come, in questo caso, l'autorità della legge. Attenendosi al modello offerto dall'autore letterario, Orson Welles dipinge il signor K. come un uomo paranoico, angosciato, morbosamente attaccato alla sua immagine pubblica e spaventato dalle relazioni con le donne. David Hugh Jones, invece, tratteggia il protagonista come un uomo solido, un po' annoiato e strafottente con i subordinati. Figlio della penna di Harold Pinter, egli sembra accettare la mancanza di senso del suo procedimento legale come se fosse perfettamente naturale. Lo sceneggiatore britannico si propone, quale erede del teatro dell'assurdo di Beckett e Ionesco, di comunicare innanzitutto la mancanza di senso che domina il mondo moderno. Le differenze tra testo e film proseguono per tutta la pellicola, culminando in un finale altamente significativo. Dalla morte vergognosa e umiliante dello Josef kafkiano si passa a una morte subita con rabbiosa ribellione. Una risata deflagrante nel caso di Welles, una morte concepita come liberazione nella pellicola di Jones.