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Lo stupro di guerra come strumento di disgregazione sociale

Lo stupro di guerra come strumento di disgregazione sociale

di Annalisa Bellotti


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  • Tipologia: Tesi di Laurea di secondo livello / magistrale
  • Anno accademico: 2006/2007
  • Relatore: Maria Luisa Maniscalco
  • Relatore: Maria Luisa Maniscalco
  • Università: Università degli Studi Roma Tre
  • Facoltà: Scienze Politiche
  • Corso: Scienze politiche e delle relazioni internazionali
  • Cattedra: Sociologia dei processi di pace
  • Lingua: Italiano
  • Formato: PDF
  • Protezione: Adobe DRM (richiede software gratuito Adobe Digital Edition)
La violenza sulle donne è un fenomeno diffuso, la cui frequenza aumenta notevolmente quando i legami sociali vengono infranti e le istituzioni pubbliche cedono, così come accade nelle situazioni di conflitto. I crimini di genere, in effetti, rappresentano una forte componente distintiva dei più recenti conflitti etnici e intrastatali; proprio a uno di questi crimini, lo stupro di guerra, è dedicato questo lavoro. Il primo capitolo analizza come, grazie alle opere di Durkheim, gli studi sul corpo acquistino una nuova profondità, andando a indagare il rapporto tra corpo e società e le dualità dell'essere umano, dopo un lungo periodo (tra la fine del XVIII e il XIX secolo) in cui il ruolo della donna fu considerato esclusivamente come subordinato a quello dell'uomo in ragione di un presunto determinismo biologico. Tra le dualità dell'essere umano Durkheim sottolinea quella tra fisicità e spiritualità, suggerendo come quest'ultima domini la vita fisica dell'uomo e come sia a sua volta guidata e regolata dalle norme sociali: nei casi di violenza in situazioni conflittuali le forme di coscienza e di rappresentazione individuale e quelle collettive possono sovrapporsi, andando a creare una legittimazione sociale a forme di violenza individuali. Tra le norme morali che Durkheim reputa delegate a regolare la condotta del singolo, egli ne individua una assoluta: il rispetto dell'uomo verso l'uomo. Tale rispetto, nei casi di stupro di guerra, è del tutto inesistente, la sacralità del corpo profanata e l'umanità e l'identità della vittima completamente negate. Il rapporto tra le donne e i conflitti è il tema del secondo capitolo. Le donne rappresentano la maggioranza delle vittime civili dei conflitti contemporanei, conflitti per lo più etnici o civili, che sembrano scatenarsi soprattutto a causa di due fenomeni: l'incertezza sociale e l'ansia da incompletezza. La globalizzazione ha messo in discussione in maniera radicale la certezza che popoli distinti e riconoscibili occupino territori altrettanto definiti e l'incertezza sociale derivante da queste situazioni rende la violenza uno dei modi in cui è possibile "produrre” un'identità: attraverso la contrapposizione di entità etniche diverse si creano nuove certezze su temi come l'identità sociale, i valori e la dignità di un popolo. L'ansia da incompletezza si lega, invece, ai concetti di "maggioranza” e "minoranza” che, associandosi alle paure legate all'incertezza sociale, possono spingere alla ricerca di una totalità nazionale incontaminata, un ethnos puro. In situazioni conflittuali di questo tipo la violenza di genere si nutre dell'aggressività diffusa, delle rappresentazioni sociali legate ai concetti di etnia e nazione e delle immagini stereotipate della donna presenti in alcune società. I crimini di genere sono la tematica del terzo capitolo, che nella povertà, nell'emarginazione, nella discriminazione, nella mancanza di autonomia delle donne (tipica delle società patriarcali), nella destrutturazione sociale, nell'aumento generalizzato della violenza e nel crollo delle normali strutture istituzionali individua i maggiori fattori di vulnerabilità del genere femminile. Ciò che, invece, viene indicato come il fattore che rende le donne un obiettivo delle strategie di guerra è il loro essere simbolo e immagine dell'onore della comunità: colpire loro equivale a colpire l'intero gruppo e provocare una ferita indelebile nell'immaginario collettivo legato agli stereotipi della madre e della patria. Il tentativo di cancellare l'«altro» etnico affonda le sue radici nel senso di impotenza e di frustrazione legato alla percezione delle differenze, presunte o reali, tra «noi» e «loro». La minaccia che queste differenze rappresentano spesso non è risolvibile e la violenza sul corpo della donna diviene, in queste situazioni, il mezzo più efficace per negare all'entità etnica «altra», passata al ruolo di «nemica», qualunque umanità o identità. Abbiamo la completa e definitiva disumanizzazione del nemico. Nel quarto capitolo prendiamo in considerazione un tipo particolare di crimine di genere: lo stupro di guerra. Il binomio guerra/stupro è antico e diffuso: considerato in passato parte integrante del bottino di guerra, diventa poi questione giuridica e religiosa (legata alla proprietà e al valore economico della donna), fino a rappresentare una vera e propria arma tattica. Nonostante alcune caratteristiche, come la diffusione generalizzata dell'aggressività, l'indebolimento di ogni norma e consuetudine sociale o l'importanza del gruppo e dello spirito di coesione (in particolare tra le forze armate), permangano nel tempo, altre sono di più recente acquisizione. La novità più rilevante è senza dubbio l'importanza rivestita dal corpo della donna, un teatro di battaglia simbolico e reale che viene preso di mira non solo per il suo essere femminile ma anche e soprattutto per la sua appartenenza a un determinato gruppo etnico o religioso.