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Variazioni sul fideismo: Montaigne e Pascal

Variazioni sul fideismo: Montaigne e Pascal

di Federico Gallina


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  • Tipologia: Tesi di Laurea di secondo livello / magistrale
  • Anno accademico: 2012/2013
  • Relatore: Roberto Gatti
  • Correlatore: Antonio Pieretti
  • Relatore: Roberto Gatti
  • Università: Università degli Studi di Perugia
  • Facoltà: Lettere e Filosofia
  • Corso: filosofia ed etica delle relazioni
  • Cattedra: filosofia politica
  • Lingua: Italiano
  • Formato: PDF
  • Protezione: Adobe DRM (richiede software gratuito Adobe Digital Edition)
Il presente lavoro prende in esame il pensiero di Pascal e Montaigne mettendoli a confronto sui diversi piani filosofici (teoretico, politico, etico e religioso), con l'intento di mostrare un'ambiguità fondamentale all'interno del "cristianesimo del cuore" di Pascal, che richiede una convergenza di fede e ragione, dalla quale deriva la frattura tra la sfera coscienziale\etica\religiosa da un lato, e quella politica dall'altro. Frattura ricomposta invece nel fideismo di Montaigne, nella sua "etica della coscienza" che, procedendo da uno scetticismo che sospende definitivamente il giudizio razionale, è complementare ad una religiosità basata unicamente sulla credenza, e in alcun modo sulla certezza razionale. L’itinerario di pensiero di Pascal viene analizzato facendo costante riferimento alla sua presa di distanza dai saggi di Montaigne in quanto presunta opera libertina e pagana, poiché è proprio dalle critiche rivolte alla figura dell’honnête homme, cara ai libertini, che trapela la tensione drammatica che attraversa la filosofia di Pascal e la lascia per certi versi irrisolta, dove il riscatto promesso nell’incontro con la grazia sembra prevedere un rinnovamento spirituale che non trova applicazione nella realtà mondana. Nel primo capitolo si prende in esame il rapporto tra ragione e fede in Pascal, dividendo l’analisi in due sottocapitoli: il primo è relativo alla filosofia “atea”, rappresentata dagli indirizzi stoici e pirroniani, e ai paradossi ai quali conduce. A partire da ciò, si rende necessario l’esautoramento della ragione in favore della verità dell’antropologia cristiana, unica in grado di rendere conto della condizione di sproporzione e dislocazione dell’uomo, schiavo del divertissement. Si prende così in esame il rapporto tra ragione e fede in Pascal, la complessa questione delle diverse facoltà e modalità della conoscenza (il concetto di coeur, la dicotomia esprit de geometrie\de finesse, la lumiere naturelle…) in relazione alle caratteristiche del dio cristiano e alla sua distanza dal dio dei filosofi. Il secondo capitolo tratta della politica di Pscal, a partire dal suo peculiare realismo cristiano e alla sua irriducibilità ai contrattualisti (Hobbes) o alla realpolitik (Machiavelli); si passa a valutare il suo “giusnaturalismo negativo”, nell’idea di una giustizia figurativa che prevede un’idea del “giusto” pur partendo da un profondo pessimismo (mutuato da Montaigne) che sancisce l’inconoscibilità della legge naturale. Il cap. Si chiude con l’attestazione dell’inconciliabilità tra la religiosità del coeur e la giustizia figurativa, dove l’escatologia cristiana sembra destinata a risolversi in una sfera intima che condanna il “vero cristiano” ad un conformismo indifferente. Il terzo capitolo, relativo a Montaigne, inizia con l’analisi della sua antropologia scettica, anche alla luce del contesto storico e culturale. Si passa poi a mostrare come il pensiero di Montaigne appaia assolutamente irriducibile al lassismo libertino imputatogli da Pascal, dal momento che la fede cristiana si prospetta, piuttosto che adesione formale, come l’esito necessario dell’epochè scettica, prevedendo una complementarietà tra scetticismo filosofico e fideismo religioso, tra dubbio pirroniano e verità rivelata. Nel par. 3. 3 si valutano le implicazioni etiche di questo pirronismo cattolico, mettendo in luce un’etica della coscienza e del possesso di sé, sostenuta dalla fede cristiana come credenza in un essere distante, ma allo stesso tempo con un volto umano tale da potergli affidare il proprio destino. Si valuta, a partire da ciò, la tensione drammatica tra la ricerca introspettiva di una quiete nel possesso della coscienza e la consapevolezza del condizionamento sia in termini di costume e consuetudine che di collocazione ontologica nell’essere. Tensione che rimanda all’ambivalenza del concetto di natura. Il par. 3. 4 intende così dimostrare come, pur nel comune anti-giusnaturalismo, il pensiero di Montaigne permetta, diversamente da quello Pascaliano, di rivalutare l’operato e l’impegno politico in virtù di un’etica sociale dove l’interesse per l’altro diventi il mezzo obbligato per acquisire e fortificare la propria coscienza. La bibliografia conta 62 opere citate.

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