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Lipotesi Sapir Whorf nel dibattito linguistico contemporaneo

L'ipotesi Sapir Whorf nel dibattito linguistico contemporaneo

di Valentina Buccellato


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  • Tipologia: Tesi di Laurea di primo livello
  • Anno accademico: 2008/2009
  • Relatore: Luisa Brucale
  • Relatore: Luisa Brucale
  • Università: Università degli Studi di Palermo
  • Facoltà: Lettere e Filosofia
  • Corso: Antropologia
  • Cattedra: Linguistica generale
  • Lingua: Italiano
  • Formato: PDF
  • Protezione: Adobe DRM (richiede software gratuito Adobe Digital Edition)
L’indagine che qui si presenta prevede, come punto centrale, l’esplorazione della teoria elaborata nei primi del Novecento da Eduard Sapir, allievo di Franz Boas, e Benjamin Lee Whorf, personaggio che, nonostante non fosse linguista di professione, ha fornito grandi apporti allo studio del linguaggio. La cosiddetta ipotesi Sapir-Whorf (o ipotesi del determinismo o del relativismo linguistico), così denominata nel 1956 da John B. Carroll (curatore della fondamentale raccolta di saggi di Whorf, Language, Thought and Reality) sostiene che il linguaggio, con le sue regole e la sua struttura, influenza il modo di vedere il mondo dei parlanti una data lingua; questo vuol dire che i parlanti di lingue diverse avranno un modo diverso di concepire la realtà. Il nucleo teorico dell’ipotesi Sapir-Whorf viene anticipato un secolo prima dallo studioso tedesco Von Humboldt, nel 1836; egli aveva considerato la lingua come Weltanschaaung, proponendo già l’idea che le diverse lingue traccino zone di luce e zone d’ombra sul mondo, facendo sì che i parlanti, nell’apprendere una lingua diversa dalla propria, portino con sé inevitabilmente la propria visione del mondo, dettata dalla propria lingua natale. Negli anni successivi alla formulazione dell’ipotesi relativistica, essa è stata giudicata da diversi studiosi come priva di fondamento e non dimostrabile con dati empirici certi. Per questi e altri motivi di cui tratteremo nel dettaglio nei capitoli successivi, l’ipotesi della relatività linguistica è stata abbandonata fino agli anni Settanta del secolo scorso, anni in cui viene riscoperta e rivisitata. Lo scopo degli studiosi che si sono occupati di quest’ambito di ricerca è stato quello di rimodellare l’oggetto di studio in modo da ovviare alla critica maggiore che si muoveva all’ipotesi, ovvero alla convinzione diffusa che essa si sostanziasse di termini di ricerca troppo vaghi. Proprio per questo al cosiddetto “relativismo forte”, che è quello portato avanti da Sapir e da Whorf, si farà avanti, nel panorama culturale di riferimento, una nuova forma di relativismo, nota come “relativismo debole”. Uno degli studiosi che tratteremo in seguito a proposito di questo filone di studi sarà Slobin (1996), che ha condotto la sua rivisitazione dell’ipotesi centrando l’attenzione non più su termini vaghi quali “pensiero” e “lingua”, ma sulle attività corrispondenti del “pensare” e del “parlare”. Un diverso approccio teorico al linguaggio rispetto al relativismo si concretizzerà nella corrente dell’universalismo che si svilupperà successivamente sempre in America e avrà come suo esponente principale Noam Chomsky, il fondatore della grammatica generativo-trasformazionale. La struttura della ricerca che qui si presenta si articola in tre capitoli. Nel primo vengono esaminate dettagliatamente le linee portanti dell’ipotesi Sapir-Whorf focalizzando l’attenzione in una prima fase sui suoi precedenti storici. La mia esposizione verterà intorno al punto di vista di Von Humboldt, considerato il primo ad aver trattato la questione del rapporto tra la lingua e la propria visione del mondo, per continuare con qualche cenno alle ricerche condotte da Franz Boas sulle lingue degli indiani d’America. In un secondo momento, infine, si illustreranno le ricerche e le conclusioni a cui sono pervenuti i due studiosi da cui l’ipotesi prende il nome. Il secondo capitolo traccia le principali obiezioni mosse al relativismo e le rivisitazioni condotte da autori contemporanei, attraverso ricerche empiriche tese a mostrare la veridicità dell’ipotesi o a smentirla. La trattazione prosegue con l’esposizione di ciò che si intende per relativismo debole, soffermandosi sulla figura di Slobin, che ha apportato un grande contributo alla rielaborazione della teoria relativistica. La sua è una posizione più cauta rispetto a quella di Sapir e Whorf ma comunque degna di interesse. Tra gli esperimenti condotti per valutare se la lingua influenzi davvero il pensiero sono ricordati principalmente quelli legati alle modalità di categorizzazione del colore e nello specifico alla ricerca di Berlin e Kay del 1969 e di Rosch del 1972. Il capitolo si conclude con la discussione del problema della traduzione interlinguistica all’interno del dibattito sul relativismo e con il contributo di Paul Kay, che ha proposto una nuova forma di relativismo, non più solamente quello tra lingue differenti ma anche all’interno di parlanti della stessa lingua e del singolo parlante. Nel terzo e ultimo capitolo si procede con l’esposizione dell’altra corrente sopra accennata, cioè quella dell’universalismo, esaminando i suoi elementi teorici di base, come gli universali linguistici, e il contributo fornito da Chomsky nell’elaborazione del concetto di grammatica generativo-trasformazionale. Si tenta inoltre di mettere a confronto le due teorie in questione, cercando di delineare un quadro chiaro dei punti di contatto e delle differenze esistenti.