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Il Pinocchio mancato di Carmelo Bene: tra letteratura e spettacolo

Il Pinocchio mancato di Carmelo Bene: tra letteratura e spettacolo

di Alessio Paiano


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  • Tipologia: Tesi di Laurea di primo livello
  • Anno accademico: 2016/2017
  • Co-Autore: Nessuno Nessuno
  • Relatore: Antonio lucio Giannone
  • Correlatore: Nessuno Nessuno
  • Relatore: Antonio lucio Giannone
  • Università: Università degli Studi di Lecce
  • Facoltà: Lettere e Filosofia
  • Corso: Lettere moderne
  • Cattedra: letteratura contemporanea
  • Lingua: Italiano
  • Formato: PDF
  • Protezione: Adobe DRM (richiede software gratuito Adobe Digital Edition)
Dall'introduzione: Perché uno studio su Pinocchio di Carmelo Bene? Domanda assolutamente necessaria perché in primo luogo serve a svelare il doppio imbarazzo nel doversi confrontare con due autori così diversi e per molti aspetti inaccostabili: Carlo Collodi e Carmelo Bene. Al primo si può attribuire l’appellativo di “classico” senza bisogno di alcuna giustificazione, potendolo considerare un caso letterario che coinvolge appassionati (e non) del settore. Carmelo Bene si presenta agli studiosi del nuovo millennio come un problema letterario da risolvere; è lui stesso che dopo la pubblicazione delle sue opere, con L’autografia d’un ritratto, edito da Bompiani nel 1995, si autoproclama “classico” in diverse apparizioni televisive, certo della validità della sua operazione letteraria, cinematografica e teatrale. Il dilemma posto da Carmelo Bene è un campanello d’allarme rivolto all’intero ambiente culturale; per chi affronta la sua opera questo appello dell’autore, fuggendo qualsiasi accusa di vanità o egocentrismo, è come un canto di sirena che nulla chiede, ma al contempo è anche un invito ammaliante che può far andare alla deriva ed estasiare insieme. Vedere e ascoltare per capire: Pinocchio di Bene è un’esperienza traumatica, e non dobbiamo avere timore nel definirla così. Prima di tutto perché questa definizione non infastidirebbe l’autore, frequentatore assiduo della contraddizione e dello scandalo; in secondo luogo perché confrontarsi con un Pinocchio rovesciato, strappato alla tradizionale figura pedagogicadi ragazzino “perbene” porta alla distruzione di convinzioni letterarie eraffigurazioni radicate; pensiamo alle rappresentazioni televisive, in particolare i film di animazione e non, che mutano fisicamente pinocchio ei suoi coprotagonisti, ma senza allontanarsi dal modello interpretativoaffermato, quello del romanzo di formazione. Appare chiaro che sia in bene che in collodi la trasformazione-nascitafinale non sia una fase definibile in maniera semplificata. In Bene il passaggio burattino-bambino (o burattino-grande attore) è un’inaspettata quanto voluta deviazione nel cammino della corsa verso l’inorganico (concetto che avremo modo di ampliare); analogamente avremo modo di constatare come per collodi la storia del burattino dovesse terminare ben prima del celebre lieto fine fiabesco. La sfida affascinante è quella di inserire Pinocchio in un mondo collodiano estremamente stravolto, nella definizione nuova di personaggi celebri deformati fisicamente e psicologicamente, nei quali l’elemento primo di de-formazione è la voce espropriata a se stessa, amplificata e obliata nel playback, la “phonè” come la definisce Bene. Questo lavoro non sarà dunque rivolto esclusivamente alla pagina scritta, ma richiederà l’accostamento del materiale audio e audio-visivo come livelli di espressione completivi. Pinocchio di Carmelo Bene non può essere compreso se non nella “voce (abbandono nella lettura-oblìo) che si scorpora nell’alone del suono[…] che ne è del testo, così dimenticato? Esso è disfatto nel suo disfarsi altrove. Sottratto alla macabra persistenza del suo rito-equivoco imbalsamato. Mai più riferito. Mai più”.