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Larchitettura prevaricata - sulla crisi della forma architettonica contemporanea

L'architettura prevaricata - sulla crisi della forma architettonica contemporanea

di Giovanni Mensi


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  • Tipologia: Tesi di Laurea di secondo livello / magistrale
  • Anno accademico: 2008/2009
  • Relatore: Vittorio Gregotti
  • Correlatore: Ilaria Valente
  • Relatore: Vittorio Gregotti
  • Università: Politecnico di Milano
  • Facoltà: Architettura
  • Corso: Architettura
  • Cattedra: Prof. esterno alla facoltà
  • Lingua: Italiano
  • Formato: PDF
  • Protezione: Adobe DRM (richiede software gratuito Adobe Digital Edition)
Come spiego nel primo capitolo della tesi, il concetto moderno di "crisi” (a differenza di quello antico) viene a coincidere con un senso di disagio, di indecisione, di smarrimento. Con "crisi della forma architettonica”, quindi, ci si riferisce alla condizione di smarrimento in cui versa buona parte della disciplina architettonica contemporanea. Ma smarrimento rispetto a cosa? Precisamente, rispetto al significato che porta con sé l'espressione "forma architettonica”, e cioè all'essenza della disciplina (si veda il cap. 1). Questo modo di intendere la forma artistica trova in Hegel il suo principale sostenitore: la forma, secondo Hegel, è il modo di manifestarsi dell'essenza o sostanza di una cosa, in quanto quel modo di manifestarsi coincide con l'essenza stessa. Si tratta, quindi, di uno smarrimento dall'essenza della disciplina, dalla sua identità. Questo smarrimento si riflette nel sensibile attraverso una forma che viene alla presenza come il manifestarsi non più dell'essenza, ma dello smarrimento stesso; motivo per cui, da questo punto di vista, si potrebbe parlare non già di forma, ma di "in-forme”. L'informe è ciò che non esprime più l'essenza di una disciplina, ma, anzi, se ne allontana, preda di confusione e disorientamento. La tesi, in breve, partendo da una serie di considerazioni intorno alla dicotomia prassi/teoria (cap. 2), si basa su un'analisi critica di quelle che ho inteso come cause (e in parte sulle conseguenze) della confusione disciplinare dell'architettura contemporanea. Uno degli obiettivi più importanti di questa ricerca sta nel capire quale logica sottende lo smarrimento (sempre che una logica ci sia). Per questo motivo si è pensato di sviluppare un'analisi degli effetti del nichilismo (cap. 3) sulla teoria e sulla pratica architettoniche: traendo spunto da uno scritto di Jameson [Postmodernismo, ovvero la logica culturale del tardo capitalismo] si è riflettuto sulla natura del nichilismo e sulla presenza, o meno, di una sua logica in relazione al postmoderno. Insieme a tali questioni, si sono sviluppate alcune riflessioni in merito agli effetti dei fenomeni dell'individualismo (cap. 4) e del narcisismo (cap. 5) sulla disciplina architettonica corrente. Attraverso questi (e altri) aspetti è possibile tentare di chiarire come e se l'architettura contemporanea mantenga "salva” la propria ontologia all'interno di una dimensione di interconnessione esasperata quale si presenta la società odierna. Proprio tale condizione di globalità (che non significa totalità!) e di libertà dai vincoli genera una duplice posizione critica: da un lato, quella di chi, come me, tende a denunciare quantomeno il pericolo di un dilagante sconfinamento delle discipline; dall'altro, quella di chi rintraccia in tutto ciò una stimolante esplosione di possibilità apertesi alla pratica delle arti. Come è stato dimostrato da vari studiosi, una risposta univoca a questo problema non esiste. Resta, tuttavia, la ferma volontà da parte mia di indagare a fondo i principi essenziali delle discipline artistiche (soprattutto in relazione all'architettura) con l'intenzione di illuminarne quei possibili e necessari dialoghi (e/o conflitti). La domanda cui spesso mi appello ribalta il "perché no?” di matrice postmoderna in un tentativo di responsabilizzazione (etica, ancor prima che artistica): "Perché sì?”. Saper rispondere con cognizione di causa a questa semplice domanda significa saper (e voler) ancorare il proprio fare artistico a un fondamento teorico che faccia perno su una riflessione personale (articolata e giustificata). In tutto ciò, va considerato che quella architettonica, presupponendo a livello ontologico la pre-figurazione, è una sfera interna alla dimensione della techne: a tale dimensione appartiene ciò che è utile alla sopravvivenza (si veda l'appendice). Ecco quindi che l'architettura conferma il proprio principio assoluto dell'utilità (l'abitare) in cui trova senso il suo fare e in cui una nuova presenza trova la propria legittimazione ad esserci. La tecnica si pone come condizione imprescindibile per la pratica architettonica: ma quale differenza si instaura tra techne e tecnica (intesa in senso moderno)? E, insieme, quale differenza tra tecnica e scienza? Caduta la differenza tra scienza e tecnica, mi trovo d'accordo con Vittorio Gregotti nel parlare, piuttosto, di tecno-scienza. Il problema per la dimensione artistica (e soprattutto per l'architettura) sta proprio nella volontà di auto-accrescimento della tecnica a spese di tutto ciò che sta intorno; sta nella prevaricazione che la tecnica esercita sul Bestand, il fondo a disposizione (per dirla con Heidegger). Soprattutto se si considera che la tecnica (nella prevaricazione) non si dispiega più come disvelamento, ma come provocazione. Se l'architettura trova nella tecnica il proprio principale riferimento (e qui sta il dominio della tecnica: nell'essere riferimento), allora l'ontologia della disciplina rischia il collasso.