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Il tempo dei lupi. Storia e luoghi di un animale favoloso

Il tempo dei lupi. Storia e luoghi di un animale favoloso

di Riccardo Rao


  • Editore: UTET
  • Data di Pubblicazione: ottobre 2018
  • EAN: 9788851166519
  • ISBN: 885116651X
  • Pagine: 252
  • Formato: rilegato
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Descrizione del libro

Il lupo occupa un posto speciale nel nostro immaginario. Da sempre il suo rapporto con l’uomo è un rapporto complesso, fatto di paura, diffidenza e affinità. Riccardo Rao traccia un ritratto inedito di questo straordinario animale e ci conduce in un appassionante viaggio alla scoperta del suo ruolo nella storia della cultura umana e della sua presenza nel territorio, in particolare in quello italiano, che i lupi stanno tornando a popolare dopo aver rischiato l’estinzione. Tornare a riflettere sui lupi e sul loro ruolo ecologico nel corso della storia è riscoprire il nostro rapporto con la natura: per considerare le strade che ci possono far recuperare un legame vivo e partecipato con il territorio e per adottare una prospettiva di tutela e armonia con l’ambiente che ci circonda. Puntare l’attenzione sulla storia del lupo, poi, serve per scoprire i motivi di una paura antica, che abbiamo imparato ad avere fin da piccoli. Anche se visto con gli occhi della contemporaneità, questo animale rimane per i più spaventoso, nonostante per anni i lupi siano rimasti confinati nelle fiabe: il loro ritorno ci spinge a creare nuovi quadri mentali entro cui organizzare la presenza della natura nella nostra vita.

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Voto medio del prodotto:  1 (1 di 5 su 1 recensione)

1Non ci si improvvisa etologi, 06-03-2019
di - leggi tutte le sue recensioni
Il testo è un pot-pourri di fatti noti e già ampiamente trattati in altri testi di ben altro spessore. L'assenza di un solido retroterra etologico ne fa un testo solo storicistico, in modo per di più contraddittorio per mezzo di un cerchiobottismo che emerge in più punti; perché se da una parte si ammette che sarebbe scorretto trasformare i lupi in agnelli, omettendo che la convivenza con l'uomo non è stata sempre pacifica e che, lungo una secolare convivenza, le fonti registrano casi di attacchi all'uomo e di antropofagia, dall'altra si minimizzano queste stesse fonti discutendone la veridicità e l'attendibilità, riducendole ad accumulo di numeri che considerano solo parzialmente la qualità delle informazioni e le loro finalità. Insomma il Lupo è stato antropofago ma anche no... All'autore sfugge, per di più, che a tutt'oggi occasionalmente ancora lo sia, in zone poco mediatiche del pianeta, come la Siberia e la Russia. Il testo è confusionario e contraddittorio in più punti, per es. Non si deve scordare che una caratteristica del lupo è la pedofagia; però in fondo non è un grande pericolo per gli uomini, neppure per un fanciullo di dieci anni che cerchi di difendersi (!); la stagione in cui è più pericoloso è l'inverno perché mancano le prede (!) (invece è la migliore, per le tante prede uccise anche da fame e freddo, e il Lupo è generalista e opportunista); no, è l'estate, quando si verifica il più gran numero di attacchi all'uomo; anzi, no, soprattutto d'estate non costituiscono un gran pericolo per gli uomini perché le campagne sono ricche di selvaggina e di frutti (?). Ma dai carboidrati, frutti inclusi, i lupi non ricavano che l'1% del proprio fabbisogno (Bosch et al, 2015)! Poi afferma che, nei secoli passati, se affamato è stato anche capace di aggredire gli umani più deboli, i bambini soprattutto, ma basta leggere testi davvero documentati come "L'uomo e la bestia antropofaga" di M. Comincini per apprendere che il 48% delle vittime divorate dai lupi antropofagi nel dipartimento francese di Eur et Loir tra il 1580 e il 1789 prese a titolo di esempio erano adulti sopra i 16 anni, di cui il 64% di sesso maschile. Non proprio inermi e indifesi, quindi.
Sulla pedofagia l'autore confonde ancor più le idee gettando nella mischia anche il cane domestico "pensiamo ai casi di attacchi di cani a infanti che riempiono le cronache dei giornali", commenta enfatico, ignorando che quelli dei cani non sono affatto predatorî perché non terminano mai con la consumazione della vittima. Certe affermazioni dell'autore suonano ingenue: perché i lupi si sono attirati un'immagine molto più negativa degli orsi, che a differenza dei primi non temono l'uomo e sono ben più pericolosi? Qui l'autore infila l'ennesima contraddizione, visto che parlando di come il Lupo veniva classificato fra le varie bestie nei manuali di caccia del tardo medioevo, nota come nel più noto compaia al vertice della cattiva fama di cui può godere un animale, fra quelle nere, con il solo orso (!).
Pure in questo caso all'autore sfugge che l'orso e il lupo sono animali che hanno un ruolo assai diverso nell'ecosistema. L'orso pur essendo per costituzione un carnivoro, in pratica lo è solo di rado, col 34% del proprio fabbisogno dato dai vegetali e il resto più dai resti trovati o sottratti che da animali abbattuti da sé; il Lupo è di contro un carnivoro stretto, che caccia la maggior parte delle sue prede. Ciò rende diverso anche il loro comportamento verso l'uomo: gli attacchi degli orsi sono tutti reattivo-difensivi (la madre che protegge i cuccioli o anche il maschio adulto e irascibile che sente invaso il proprio territorio) e non si ha alcun attacco predatorio, eccezion fatta per il più carnivoro, quello polare; quelli del Lupo sono per la maggior parte di tipo predatorio. È quindi opinabile che l'orso sia per l'uomo ben più pericoloso del Lupo, visto che il primo non attaccherà mai per procurarsi un pasto, ma solo se si è così imprudenti da avvicinarsi troppo; il secondo, invece, sebbene anch'esso di rado, potrà farlo perché è un carnivoro predatore in cerca di cibo.
L'impressione è che il testo risenta pesantemente di una marcata pregiudiziale ideologica di tipo buonistico che ormai inquina la descrizione comportamentale del Lupo un po' dappertutto, attribuendogli disneyanamente caratteristiche da cagnolone languido in cerca di carezze umane, che non gli sono affatto proprie. Siamo lontani, insomma, dall'onesta schiettezza di Barry Lopez che, nel suo "Of wolves and men" ammette senza mezzi termini, senza per questo indulgere in qualsivoglia demonizzazione dell'animale, che è ampiamente creduto che non esistano prove scritte di un lupo in salute che abbia mai ucciso una persona in Nordamerica. I fautori di tale affermazione ignorano gli eschimesi e gli indiani, che sono stati vittime di lupi. E, con una serenità e un'onestà intellettuale che i varî esperti televisivi nostrani e politicamente corretti, e ancor più quelli improvvisati come l'autore, evidentemente si sognano, commenta: "Non vedo perché in circostanze particolari, quali un lupo disperatamente affamato e un uomo disarmato, il lupo non debba uccidere".
Ci sarebbe molto altro da dire, ma per motivi di spazio si può solo aggiungere che chi volesse apprendere davvero elementi utili alla conoscenza della specie Canis lupus dovrebbe orientarsi su ben altri testi che per fortuna non mancano.
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