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Origini controllate. La prima eugenetica italiana (1900-1924)

Origini controllate. La prima eugenetica italiana (1900-1924)

di Massimo Ciceri


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Descrizione del libro

Che l'allevamento umano - per migliorare la stirpe secondo i dati mendeliani e darwiniani - così come, assai più, si è fatto per l'allevamento dei cavalli, buoi, pecore, maiali, ecc. sia una urgente necessità, non v'è dubbio!. All'inizio del XX secolo la scienza italiana guardava con entusiasmo e trepidazione alla nuova scienza del razionale incrocio e selezione degli esseri umani teorizzata da Francis Galton: l'eugenetica, un misto di sociologia, biologia, medicina sociale, razzismo, controllo politico, classismo, luoghi comuni e facili ottimismi. Ma se nel mondo anglosassone le parole di Galton si erano tradotte facilmente in applicazioni pratiche anche brutali (propaganda eugenetica, segregagazione razziale, divieti al matrimonio, sterilizzazione degli individui ritenuti inadatti, aborto terapeutico, eutanasia) in Italia ancora si esitava. Il dibattito, però, era accesissimo: sull'opportunità di tutelare la "stirpe" attraverso la selezione delle coppie, sui criteri di questa selezione, sui diritti dell'individuo contro i diritti della collettività, sui mezzi cruenti o incruenti da utilizzare per "purificare" la generazione futura...

Voto medio del prodotto:  5 (5 di 5 su 1 recensione)

5Bioetica: ieri come oggi, 12-04-2010
di - leggi tutte le sue recensioni
Viene proposto un volume che è anzitutto storia documentata con ampie citazioni dalle fonti dei primi approcci scientifici alla selezione della razza umana avvenuti in iItalia. Il volume apre un varco alla scoperta di anticipazioni sorprendenti: bioetica, controllo delle nascite, il sogno della manipolazione genetica, l'eliminazione totale delle malattie ereditarie, il casellario sanitario nazionale, l'ingegneria della popolazione. Come oggi, già nel primo novecento l'Italia discute, si divide e si interroga su temi sorprendentemente "avveniristici". All'epoca appaiono scenari di un mondo solo immaginato, ma basterà meno di un secolo che le angosce del "possibile" diventino drammaticamente presenti e quasi familiari nella vita degli italiani. E nelle parole degli scienziati di un secolo fa le speranze e paure appaiono identiche, quasi modellate, sulle speranze e paure degli scienziati di oggi...
Bisogna quindi vigilare il destino della razza, bisogna curare la razza, a cominciare dalla maternità e dall'infanzia: così Mussolini nel 1927 indica alla medicina sociale italiana un imperativo categorico. Viene alla ribalta ufficialmente (con grande enfasi di propaganda) il progetto di welfare state fascista.
E scivola nell'ombra un progetto politico e scientifico precedente: l'eugenetica italiana, un'idea ambiziosa ancora oggi poco studiata.
Eugenica: cioè cura scientifica della razza o meglio della stirpe italiana. Eugenica: cioè fede nella possibilità di educare gli italiani alla procreazione consapevole di figli sani e forti. La scienza della ''buona generazione'' aveva entusiasmato fin dal 1912 (anno del primo congresso internazionale di eugenetica) medici, antropologi, sociologi e demografi italiani. La dottrina nuovissima del razionale allevamento umano, descritta da Francis Galton, aveva acceso in Italia un dibattito entusasta, aveva prodotto divulgazioni ottimiste, studi accademici e progetti visionari per l'eliminazione delle malattie ereditarie. Guerra alle tare ereditarie! fu la parola d'ordine con cui gli eugenisti italiani chiesero con forza strumenti pratici di controllo sui concepimenti indesiderabili.
L'eugenetica italiana fu un fuoco di paglia? L'entusiasmo degli scienziati per la cura della razza, si accese velocemente, ma altrettanto rapidamente si spense nelle ceneri dei loro timori e delle loro cautele. L'eco dei buoni auspici e degli entusiasmi si spense presto di fronte alla totale immobilità delle istituzioni. Si parlò molto di eugenica e, sul piano delle realizzazioni pratiche, si fece pochissimo.
Mentre negli Stati Uniti e in alcuni paesi europei dalle buone intenzioni si era passati alle pratiche di sterilizzazione chirurgica, volontaria o coatta, degli individui indesiderabili (alcolisti, sifilitici, feeble-mindeds) e all'introduzione di certificati sanitari obbligatori per l'ottenimento della licenza di matrimonio, in Italia non si osò affondare il bisturi. Ci si limitò a portare avanti nella pratica, etichettandole come eugenetiche, le tradizionali cure blande dell'igiene sociale.
Perchè questa strategia prudente e moderata? Perchè nei dibattiti scientifici italiani ad un consenso unanime sugli obiettivi finali dell'eugenica (miglioramento della stirpe, eliminazione delle malattie incurabili) corrispose sempre una profondissima divisione sugli impegni pratici da prendere (al punto che non fu possibile neppure tradurre in legge la proposta di un Certificato medico prematrimoniale obbligatorio)?
Il volume di Ciceri è il tentativo di rispondere a questa domanda, ricostruendo i primi vent’anni dell’eugenetica italiana e cercando di chiarire i motivi del suo fallimento pratico, della sua ostinata prudenza. E’ un racconto che prende le mosse da alcuni studi di Cesare Lombroso per approdare - rileggendo anche alcuni interventi del dibattito neomalthusiano - al progetto mai realizzato di Certificato
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