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Occhi di cane azzurro

Occhi di cane azzurro

di Gabriel García Márquez


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Voto medio del prodotto:  3.0 (2.9 di 5 su 8 recensioni)

3.0I primi esperimenti verso i capolavori, 03-06-2015
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Una raccolta di racconti che possono essere considerati una sorta di "primi esperimenti" letterari, sospesi fra il tributo ai grandi maestri che ispirarono il giovane Marquez (Kafka, Faulkner, Woolf) e l'espressione di una personalissima visione della realtà. Da segnalare le splendide pagine di "Monologo di Isabel vedendo piovere a Macondo", che sono molto vicine allo stile a al clima inconfondibili del capolavoro "Cent'anni di solitudine", in cui compare il villaggio di Macondo, già in balia di una natura ostile e iperbolica che minaccia di annientarlo con uno spaventoso diluvio, sospendendo l'azione in un clima magico e irreale.
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4.0Racconti onirici e dallo sfondo tetro, 20-04-2015
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I racconti di questa raccolta sono stati scritti da Marquez prima del 1950 (eccetto "La notte dei Pivieri" e "Monologo di Isabel mentre vede piovere su Macondo"). Sembra chiara la ricerca dell'effetto letterario, così come spesso è palese l'influenza kafkiana. Comune a molti di questi racconti è lo sfondo tetro della morte e della decomposizione, temi che echeggiano in tutti i racconti insieme a richiami a episodi biblici (per tutti vedere "L'altra costola della morte", in cui c'è un rimando alla creazione della donna dalla costola di Adamo).
Tra tutti i racconti ho preferito proprio quello che dà il titolo alla raccolta: nell'aria rarefatta dell'ambientazione onirica e nella sottile malinconia che accompagna lo sviluppo della trama, che si proietta in un ripetersi infinito a spirale, c'è tutto Marquez.
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4.0Occhi di cane azzurro, 11-08-2011, ritenuta utile da 1 utente su 1
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Nonostante l'amore viscerale per lo scrittore colombiano, ho dato solo tre stelle (un giudizio che comunque faccio corrispondere a "buono" nella mia docimologia personale) a questa raccolta di racconti, che costituiscono la sua primissima produzione letteraria a partire dal 1947.
Il motivo è presto detto: se la poetica immortale di Mrquez è sogno, questi racconti (soprattutto i primi tre-quattro) sono incubo. Li ho letti con un forte senso di sofferenza, di malessere, di ansia, perdurato lungamente e rimasto aleggiante nella memoria e nelle sensazioni. Più che Kafka mi hanno spesso ricordato Poe per le loro atmosfere claustrofobiche e opprimenti, per l'angoscia della morte e della vita che si intrecciano e si scambiano di posto, si confondono, dilagano l'una nell'altra lentamente ed inesorabilmente.
Non c'è una soglia netta tra vita e morte, tra mondo terreno e aldilà, e chissà cosa possa essere l'aldilà di Mrquez, se prosecuzione degli incubi terreni o limbo di sospensione, o pallida imitazione di un paradiso tradizionale in cui gli angeli cantano (Nabo, il negro che fece aspettare gli angeli). Morti e vivi camminano fianco a fianco non esattamente consci di farlo, ma sospettandolo, interrogandosi, dubitando, mai veramente certi del fatto che la vita sia vita e la morte morte. Interagiscono l'un con l'altro ognuno a suo modo, con l'udito o la vista, in un universo in cui i sensi sono sovvertiti, amplificati, stravolti.
Sia chiaro, che si tratti degli esordi di uno scrittore meraviglioso non v'è dubbio alcuno; la prosa è già quella suggestiva e incantatrice di Gabo, e le sensazioni sono talmente forti che non possono non coinvolgere il lettore trascinandolo su un'onda travolgente di malinconia e dolore. Forse non ho più la necessaria freddezza per leggere un libro con un alto tasso di angoscia come questo, forse semplicemente era il momento sbagliato, forse a 20 anni lo avrei vissuto con maggiore scioltezza. Lo ignoro, ovviamente.
Ma chiusa l'ultima pagina dell'ultimo racconto (quello che costituisce l'embrione di Cent'anni di solitudine, intitolato Monologo di Isabel mentre guarda piovere su Macondo) resto con un misto di peso sul cuore e sollievo, mi guardo attorno e tasto gli oggetti, ascolto i suoni, seguo le mie percezioni, rasserenata dal fatto di stare al mondo, eppure inquieta per come le parole di Mrquez hanno saputo suggestionarmi. Da questo punto di vista, le stelle dovrebbero essere anche più di cinque.
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3.0Interdetto, 06-07-2011
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Il libro mi ha lasciato interdetto. Le storie sono una continua commistione di realtà e fantasia e giunti al finale non lo si capisce. Eppure fanno riflettere. Mi ha lasciato interdetto il titolo. Secondo me non è l'opera maggiore di Gabriel Garca Mrquez, ma prepara sicuramente alle opere maggiori.
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2.0Occhi di cane azzurro, 08-11-2010
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I racconti non sono la mia passione e le tematiche così miste di sovrannaturale, di spettri, fantasmi, vite parallele che si intersecano, morti che aleggiano nella nostra dimensione non mi hanno fatto apprezzare questo libro di Marquez, pur nella pregevole fattura stilistica.
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