Libro La messa dell'uomo disarmato di Luisito Bianchi
Trama libro
"La messa dell'uomo disarmato" è una storia corale che per felicità di scrittura e capacità di rievocazione ricorda la tradizione più nobile del romanzo storico, quella di Manzoni, Bacchelli, Fenoglio o Eugenio Corti. È un "romanzo mondo" ambientato nella pianura padana lacerata dalla Seconda guerra mondiale; a narrarla, la limpida voce di Franco, novizio costretto ad abbandonare anzitempo la sua abbazia. Franco sarà testimone dei drammi successivi all'armistizio dell'8 settembre 1943: la discesa dei tedeschi, i rastrellamenti, la guerra partigiana, il sangue degli innocenti; conoscerà personaggi indimenticabili; e imparerà, come tutti i suoi amici, quanto sia difficile restare uomini di fronte alle scelte estreme imposte dalla guerra.
Recensioni degli utenti
La messa dell'uomo disarmato - 26 settembre 2011
Il romanzo di Bianche è certo un romanzo che ha per tema principe la Resistenza, ma tuttavia è anche molto di più, è'un romanzo sulla vita cristiana, sul rapporto fra uomo e natura, fra uomo ed Ente Superiore, sulle relazioni fra gli uomini. La visione di Luisito Bianchi non è cattolica, ma cristiana, nel senso che si è spogliato degli abiti talari quando si è accinto a metter mano alla penna e così del suo ufficio è rimasta solo la sostanza, quel continuo dialogo fra il razionale e il trascendentale che può benissimo essere sintetizzato nella frase di Franco, il narratore del romanzo: "Credi in Dio? Non so, come una volta, ma credo alla Parola annichilita e risorta per dare un unico senso alla morte e alla vita". L'origine contadina dell'autore si riflette poi nell'amore viscerale per la terra che permea tutto il libro, quella terra da coltivare con mani amorevoli, quasi fosse un essere vivente, con i ritmi di vita propri delle attività connesse e disancorati da quelli fissati dall'uomo. La terra è una grande madre a cui i figli attendono con i lavori agricoli come pargoli che succhiano il latte dal seno e a cui, alla fine di una vita, ritornano, per formare con essa un'unica entità, in un ciclo costante che dura da millenni, in una simbiosi che da un senso a tutta l'esistenza. La messa dell'uomo disarmato è anche il romanzo della pietà, non una pietà di comodo, ma quel gesto amorevole che deriva da una radicata umanità. E così anche le tragiche pagine centrali del volume, quelle che parlano degli anni della resistenza, con tutti gli episodi di scontri bellici, di eccidi, di bestialità, finiscono con il diventare un messaggio di pace di rara bellezza ed efficacia. Questo romanzo ha tanti personaggi, talmente vivi che sembra di vederli, e questo nonostante manchino le classiche descrizioni, perché per delineare le figure Bianchi si avvale delle loro azioni. L'autore non dimostra una spiccata preferenzialità per l'uno o per l'altro, però un po' più di attenzione c'è per i poveri e puri di cuore. Personaggi come Balilla, Giuliano e, soprattutto, Rondine sono di struggente bellezza, entrano nel lettore in punta di piedi e non escono più dal suo cuore.
La messa dell'uomo disarmato - 5 novembre 2010
Il romanzo si può dividere in tre parti: la prima è incentrata su una problematica religiosa e può risultare un po' ostica; la terza è un po' affrettata e poco significativa; ma la seconda vale la lettura dell'intero libro. Tutta incentrata sulla Resistenza ci regala splendidi personaggi, una accurata ricostruzione d'ambiente (la campagna piemontese) e ci aiuta a capire le complesse dinamiche di quel periodo storico. La scrittura è semplice e poetica.
Non solo la Resistenza - 18 agosto 2010
E’ stato anche definito un romanzo sulla Resistenza e in questo senso è vero, perché ha saputo cogliere l’autentico significato di questo periodo storico che prima ancora che un fatto bellico è stato un evento umano, con quel ritrovamento di una dignità da tempo sepolta. La messa dell’uomo disarmato non è però solo questo, ma molto di più. E’ un romanzo sulla vita cristiana, sul rapporto fra uomo e natura, fra uomo ed Ente Superiore, sulle relazioni fra gli uomini. La visione di Luisito Bianchi non è cattolica, ma cristiana, nel senso che si è spogliato degli abiti talari quando si è accinto a metter mano alla penna e così del suo ufficio è rimasta solo la sostanza, quel continuo dialogo fra il razionale e il trascendentale che può benissimo essere sintetizzato nella frase di Franco, il narratore del romanzo: “Credi in Dio? Non so, come una volta, ma credo alla Parola annichilita e risorta per dare un unico senso alla morte e alla vita”. L’origine contadina dell’autore si riflette poi nell’amore viscerale per la terra che permea tutto il libro, quella terra da coltivare con mani amorevoli, quasi fosse un essere vivente, con i ritmi di vita propri delle attività connesse e disancorati da quelli fissati dall’uomo. La terra è una grande madre a cui i figli attendono con i lavori agricoli come pargoli che succhiano il latte dal seno e a cui, alla fine di una vita, ritornano, per formare con essa un’unica entità, in un ciclo costante che dura da millenni, in una simbiosi che da un senso a tutta l’esistenza. La messa dell’uomo disarmato è anche il romanzo della pietà, non una pietà di comodo, ma quel gesto amorevole che deriva da una radicata umanità. E così anche le tragiche pagine centrali del volume, quelle che parlano degli anni della resistenza, con tutti gli episodi di scontri bellici, di eccidi, di bestialità, finiscono con il diventare un messaggio di pace di rara bellezza ed efficacia. Questo romanzo ha tanti personaggi, talmente vivi che sembra di vederli, e questo nonostante manchino le classiche descrizioni, perché per delineare le figure Bianchi si avvale delle loro azioni. L’autore non dimostra una spiccata preferenzialità per l’uno o per l’altro, però un po’ più di attenzione c’è per i poveri e puri di cuore. Personaggi come Balilla, Giuliano e, soprattutto, Rondine sono di struggente bellezza, entrano nel lettore in punta di piedi e non escono più dal suo cuore. Aggiungo, poi, che ci sono pagine in cui la capacità poetica di Bianchi si esprime ai massimi livelli: “Come al solito, quel lunedì 26 luglio 1943 l’avemaria suonò alle cinque e mezzo, saltellò sui tetti delle case, s’incontrò con la mano di porporina dorata che il sole s’era affrettato a pennellare sulle cime degli alberi,…”. E di periodi come questo, di una dolcezza senza pari, ce ne sono altri, ma non sono un esercizio di stile, in quanto funzionali al massimo alla vicenda. Bianchi ha scritto tante pagine, ma non ha usato una parola più del necessario, e anche se la prima parte può sembrare troppo lunga e l’ultima troppo breve, quasi affrettata, restando il corposo nucleo centrale l’essenza vitale del romanzo, sono dell’opinione che l’autore abbia agito per il meglio, componendo la sua opera come un grande concerto di musica sinfonica, dove il preludio è l’indispensabile base per comprendere il tutto e la fine è la naturale risposta a tanti perché. La messa dell’uomo disarmato, secondo il mio giudizio, è un romanzo di una bellezza sublime, un autentico e raro capolavoro come pochi se ne trovano nella letteratura mondiale.