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Il lavoro culturale

Il lavoro culturale

di Luciano Bianciardi


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Descrizione del libro

Tra il pamphlet e il saggio di costume, "Il lavoro culturale" ripercorre le tappe di formazione di un intellettuale della provincia grossetana tra l'immediato dopoguerra e gli anni cinquanta, quando mezza Italia, fondava cineclub e circoli di cultura, analizzava problemi e progettava saggi sulla struttura culturale italiana.

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Voto medio del prodotto:  4.5 (4.7 di 5 su 3 recensioni)

5Un quadro ironico dell'intellettuale italiano, 28-01-2017
di - leggi tutte le sue recensioni
Questo testo è un pretesto per ironizzare sulla retorica intellettuale del suo tempo, e, vista la palese attualità, di ogni tempo. La cultura è presente in controluce attraverso una serie di atteggiamenti che, con la pretesa di ergerla a missione e professione, se ne allontanano e la snaturano, ne fanno un feticcio, un vezzo, una forma di status symbol, utile a gonfiarsi il petto e darsi un ruolo socialmente riconosciuto. Dagli storici eruditi che scelgono un argomento marginale tipo la coltivazione del frumento in Maremma nel basso Medioevo e vogliono costruirvi un'opera onnicomprensiva dalle pretese enciclopediche, allo studioso di un autore sconosciuto ai più che impone ai concittadini culturalmente impegnati, una giornata ad hoc, per poter far sfoggio del proprio sapere. Per non parlare dei docenti (anche donne) che nelle riunioni si lamentano per il mancato riconoscimento del loro valore intellettuale, essendo costretti a sprecare, ad esempio le loro capacità di traduzione non in esercizi filologici, ma in ripetizioni ai ragazzini di liceo. Un desiderio di cosmopolitismo, più millantato che effettivo, costretto a convivere giocoforza con la limitatezza cronica di provincia, in tutto rischia di diventare parodico. A ciò si aggiunge, come spaccato specifico del secondo dopo guerra presessantottino, il presunto impegno politico, la necessità di schierarsi, prevalentemente a sinistra, pur tra differenti sfumature. Quell'idea, di cui il radical chicchismo sinistro di oggi è figlio degenere, in base alla quale la cultura è veicolo ideologico per le masse da erudire e condurre alla verità, se non alla rivoluzione, nei casi più estremi. Uomini convinti che un cineforum in un paesino della campagna toscana dedicato alle avanguardie sovietiche, con tanto di ospiti illustri da Roma, potesse far nascere la fantomatica coscienza di classe. Un ingenuità sui cui, compagni più furbi e meglio posizionati nelle gerarchie di partito, costruivano carriere e "pagnotte" da responsabile culturale, in attesa di una sistemazione migliore. Sullo sfondo un paese sonnacchioso, giovani svogliati che si preoccupano solo di capire chi la dà e schemi di autoconservazione delle esistenze che si tramandano di genitori in figli, tra un matrimonio incoraggiato e un concorso pubblico visto come manna per sistemarsi. Un sistema a cui i giovani intellettuali ruggenti fingono di opporsi chiudendosi nei loro circoli autoreferenziali, ma finendo inevitabilmente per esserne fagocitati, perché la vita in provincia continua sempre secondo determinate regole, destinate ad imporsi col tempo. I capitoli conclusivi, pensati come sequel epistolari degli anni "ruggenti" della vita dei due fratelli, rappresentano, insieme a quello sul linguaggio intellettuale (strutturato sapientemente intessendo tra loro le espressioni standard del perfetto intellettuale politicamente impegnato, fino a spingerlo al non senso) , i momenti di maggiore vis comica, in quanto tutti i presunti oppositori del sistema, i fautori del progresso culturale cittadino, si sono crogiolati nel loro status, hanno trovato la loro comoda sistemazioni e vivono la loro vita mediocre succubi di datori di lavoro condiscendenti e di mogli che amministrano con parsimonia lodevole la loro paga. Il merito di Bianciardi è dunque di averci consegnato in poche pagine un affresco dell'intellettuale italiano, dei suoi modi e di tutte le illusioni retrostanti da cui è possibile capire alcune degenerazioni attuali, che purtroppo non riguardano solo i piccoli centri, ma anche le grandi città in cui determinate malformazioni congenite finiscono solo con il riproporsi su larga scala, facendo avvertire addirittura la nostalgia delle divertenti grettezze di provincia. Tuttavia, lo scrittore maremmano non sale mai su un piedistallo, non si pone in una prospettiva privilegiata rispetto al piano della narrazione, ma si include in essa. Se si da un'occhiata alla sua biografia, si intuisce che i due fratelli, sono entrambi suoi alterego di cui egli ride insieme al lettore. Bianciardi tratteggia le deformazioni intellettualistiche di provincia, le mostra senza condannarle con moralismo. Sa che esse costruiscono il pericolo costante di chiunque voglia intendere seriamente il lavoro intellettuale, una serie di demoni maligni sempre in agguato, per cui, piuttosto che abbandonarsi a sterili stigmatizzazioni, preferisce riderci su e presentarle come specchio delle contraddizioni connaturate all'umano, che la cultura, presunta o effettiva che sia, non riesce mai a risolvere, anzi in molti casi rischia di accentuare, cadendo e, alle volte, scadendo inconsapevolmente nel comico
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5Un quadro ironico dell'intellettuale italiano, 28-01-2017
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Questo testo è un pretesto per ironizzare sulla retorica intellettuale del suo tempo, e, vista la palese attualità, di ogni tempo. La cultura è presente in controluce attraverso una serie di atteggiamenti che, con la pretesa di ergerla a missione e professione, se ne allontanano e la snaturano, ne fanno un feticcio, un vezzo, una forma di status symbol, utile a gonfiarsi il petto e darsi un ruolo socialmente riconosciuto. Dagli storici eruditi che scelgono un argomento marginale tipo la coltivazione del frumento in Maremma nel basso Medioevo e vogliono costruirvi un'opera onnicomprensiva dalle pretese enciclopediche, allo studioso di un autore sconosciuto ai più che impone ai concittadini culturalmente impegnati, una giornata ad hoc, per poter far sfoggio del proprio sapere. Per non parlare dei docenti (anche donne) che nelle riunioni si lamentano per il mancato riconoscimento del loro valore intellettuale, essendo costretti a sprecare, ad esempio le loro capacità di traduzione non in esercizi filologici, ma in ripetizioni ai ragazzini di liceo. Un desiderio di cosmopolitismo, più millantato che effettivo, costretto a convivere giocoforza con la limitatezza cronica di provincia, in tutto rischia di diventare parodico. A ciò si aggiunge, come spaccato specifico del secondo dopo guerra presessantottino, il presunto impegno politico, la necessità di schierarsi, prevalentemente a sinistra, pur tra differenti sfumature. Quell'idea, di cui il radical chicchismo sinistro di oggi è figlio degenere, in base alla quale la cultura è veicolo ideologico per le masse da erudire e condurre alla verità, se non alla rivoluzione, nei casi più estremi. Uomini convinti che un cineforum in un paesino della campagna toscana dedicato alle avanguardie sovietiche, con tanto di ospiti illustri da Roma, potesse far nascere la fantomatica coscienza di classe. Un ingenuità sui cui, compagni più furbi e meglio posizionati nelle gerarchie di partito, costruivano carriere e "pagnotte" da responsabile culturale, in attesa di una sistemazione migliore. Sullo sfondo un paese sonnacchioso, giovani svogliati che si preoccupano solo di capire chi la dà e schemi di autoconservazione delle esistenze che si tramandano di genitori in figli, tra un matrimonio incoraggiato e un concorso pubblico visto come manna per sistemarsi. Un sistema a cui i giovani intellettuali ruggenti fingono di opporsi chiudendosi nei loro circoli autoreferenziali, ma finendo inevitabilmente per esserne fagocitati, perché la vita in provincia continua sempre secondo determinate regole, destinate ad imporsi col tempo. I capitoli conclusivi, pensati come sequel epistolari degli anni "ruggenti" della vita dei due fratelli, rappresentano, insieme a quello sul linguaggio intellettuale (strutturato sapientemente intessendo tra loro le espressioni standard del perfetto intellettuale politicamente impegnato, fino a spingerlo al non senso), i momenti di maggiore vis comica, in quanto tutti i presunti oppositori del sistema, i fautori del progresso culturale cittadino, si sono crogiolati nel loro status, hanno trovato la loro comoda sistemazioni e vivono la loro vita mediocre succubi di datori di lavoro condiscendenti e di mogli che amministrano con parsimonia lodevole la loro paga. Il merito di Bianciardi è dunque di averci consegnato in poche pagine un affresco dell'intellettuale italiano, dei suoi modi e di tutte le illusioni retrostanti da cui è possibile capire alcune degenerazioni attuali, che purtroppo non riguardano solo i piccoli centri, ma anche le grandi città in cui determinate malformazioni congenite finiscono solo con il riproporsi su larga scala, facendo avvertire addirittura la nostalgia delle divertenti grettezze di provincia. Tuttavia, lo scrittore maremmano non sale mai su un piedistallo, non si pone in una prospettiva privilegiata rispetto al piano della narrazione, ma si include in essa. Se si da un'occhiata alla sua biografia, si intuisce che i due fratelli, sono entrambi suoi alterego di cui egli ride insieme al lettore. Bianciardi tratteggia le deformazioni intellettualistiche di provincia, le mostra senza condannarle con moralismo. Sa che esse costruiscono il pericolo costante di chiunque voglia intendere seriamente il lavoro intellettuale, una serie di demoni maligni sempre in agguato, per cui, piuttosto che abbandonarsi a sterili stigmatizzazioni, preferisce riderci su e presentarle come specchio delle contraddizioni connaturate all'umano, che la cultura, presunta o effettiva che sia, non riesce mai a risolvere, anzi in molti casi rischia di accentuare, cadendo e, alle volte, scadendo inconsapevolmente nel comico.
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4La cultura ai tempi del dopoguerra, 03-03-2011, ritenuta utile da 2 utenti su 3
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In una provincia della Maremma umbra di metà novecento che si svolge questa cronaca in cui Luciano Bianciardi racconta le attività dell'intellighenzia in un piccolo paese del grossetano. I circoli culturali, il cinematografo, la politica, tutto confluisce in quest'opera a rappresentare lo spaccato di un'epoca dal punto di vista privilegiato della piccola realtà, che Bianciardi rese metafora dell'intero establishment intellettuale italiano del tempo.
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