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Io non mi chiamo Miriam

Io non mi chiamo Miriam

di Majgull Axelsson


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  • Editore: Iperborea
  • Collana: Narrativa
  • Traduttore: Cangemi L.
  • Data di Pubblicazione: settembre 2016
  • EAN: 9788870914672
  • ISBN: 8870914674
  • Pagine: 562
  • Formato: brossura

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Trama del libro

"Io non mi chiamo Miriam", dice di colpo un'elegante signora svedese il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, di fronte al bracciale con il nome inciso che le regala la famiglia. Quella che le sfugge è una verità tenuta nascosta per settant'anni, ma che ora sente il bisogno e il dovere di confessare alla sua giovane nipote: la storia di una ragazzina rom di nome Malika che sopravvisse ai campi di concentramento fingendosi ebrea, infilando i vestiti di una coetanea morta durante il viaggio da Auschwitz a Ravensbrück. Così Malika diventò Miriam, e per paura di essere esclusa, abbandonata a se stessa, o per un disperato desiderio di appartenenza continuò sempre a mentire, anche quando fu accolta calorosamente nella Svezia del dopoguerra, dove i rom, malgrado tutto, erano ancora perseguitati. Dando voce e corpo a una donna non ebrea che ha vissuto sulla propria pelle l'Olocausto, Majgull Axelsson affronta con rara delicatezza e profonda empatia uno dei capitoli più dolorosi della storia d'Europa e il destino poco noto del fiero popolo rom, che osò ribellarsi con ogni mezzo alle SS di Auschwitz. Io non mi chiamo Miriam parla ai nostri giorni di crescente sospetto verso l'"altro" interrogandosi sull'identità - etnica, culturale, ma soprattutto personale - e riuscendo a trasmettere la paura e la forza di una persona sola al mondo, costretta nel lager come per il resto della vita a tacere, fingere e stare all'erta, a soppesare ogni sguardo senza mai potersi fidare di nessuno.

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Voto medio del prodotto:  3 (3 di 5 su 2 recensioni)

5Idea bellissima e libro coinvolgente, 22-03-2018
di - leggi tutte le sue recensioni
Lettura terminata in pochi giorni. Solitamente non amo leggere le trame perché quando inizio un libro non voglio sapere nulla, nemmeno il nome del protagonista, in modo tale che sia tutto una sorpresa.
E come fai a scegliere quali libri leggere? Cerco recensioni che parlino di emozioni e di sensazioni che il lettore ha provato leggendo il libro, però per Io non mi chiamo Miriam ho fatto una piccola eccezione.
Non conoscevo il libro e la trama me la sono trovata sotto il naso per sbaglio: "io non mi chiamo Miriam", dice di colpo un'elegante signora svedese il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, di fronte al bracciale con il nome inciso che le regala la famiglia. Quella che le sfugge è una verità tenuta nascosta per settant'anni, ma che ora sente il bisogno e il dovere di confessare alla sua giovane nipote: la storia di una ragazzina rom di nome Malika, che sopravvisse ai campi di concentramento fingendosi ebrea, infilando i vestiti di una coetanea morta durante il viaggio da Auschwitz a Ravensbrück. Così Malika diventò Miriam, e per paura di essere esclusa, abbandonata a se stessa, o per un disperato desiderio di appartenenza, continuò sempre a mentire, anche quando fu accolta calorosamente nella Svezia del dopoguerra, dove i rom, malgrado tutto, erano ancora perseguitati. Dando voce e corpo a una donna non ebrea che ha vissuto sulla propria pelle l'Olocausto, Majgull Axelsson affronta con rara delicatezza e profonda empatia uno dei capitoli più dolorosi della storia d'Europa e il destino poco noto del fiero popolo rom, che osò ribellarsi con ogni mezzo alle SS di Auschwitz. Io non mi chiamo Miriam parla ai nostri giorni di crescente sospetto verso l'"altro" interrogandosi sull'identità - etnica, culturale, ma soprattutto personale - e riuscendo a trasmettere la paura e la forza di una persona sola al mondo, costretta nel lager come per il resto della vita a tacere, fingere e stare all'erta, a soppesare ogni sguardo senza mai potersi fidare di nessuno.
Il titolo faceva già parte della trama e non riuscivo a smettere di leggerla: trovavo geniale l'idea e volevo sapere come andava a finire la storia.
Ho iniziato a leggerlo con qualche senso di colpa perché era il libro che affrontavo dopo "Guerra e pace" e non era una mossa molto onesta da parte mia: si sa, dopo i grandi mattoni, è difficile trovare un bel libro perché il tuo cuore è ancora nelle vecchie pagine. Ma Io non mi chiamo Miriam ha rappresentato l'eccezione, ancora una volta.
Già dalla prima pagina entriamo nella testa di Miriam che si gode gli ultimi momenti di solitudine prima di festeggiare il compleanno con la famiglia, con quelle persone che disturberanno i suoi ricordi, con quelle persone che sono all'oscuro dei suoi incubi.
Miriam ha tenuto segreto il suo passato per 68 lunghi anni, ma un segreto così è già difficile da ascoltare, da leggere, figuriamoci da mantenere.
Mentre leggevo avevo la sensazione di essere seduta accanto a Miriam e ascoltarla mentre riviveva il suo passato. Era tutto così terribilmente reale che in alcuni punti avevo il cuore che batteva a mille, in altri mi è venuta la pelle d'oca e in altri ancora mi è stato difficile trattenere le lacrime (strano da parte mia... Lo so).
È stato un libro doloroso: c'erano parti in cui dovevo fermarmi perché era troppo forte e non riuscivo a proseguire.
La domanda che avevo fissa nella mia testa mentre leggevo era: 'Ma io come avrei fatto al suo posto a sopravvivere a tutto questo?
Come sarei riuscita a trovare la forza per vivere quando tutte le persone intorno a me avevano cessato di esistere? Come potevo fidarmi di chi come me combatteva per un tozzo di pane nero con dentro la segatura? Come potevo resistere al freddo di Ravensbrück? Come potevo farmi la doccia gelata, tremando all'idea che il mio tatuaggio potesse svelare le mie origini rom, il mio inganno, il mio tentativo di sopravvivere che sarebbe stato subito smorzato? Come potevo resistere alla vista di certe brutalità fatte a persone come me e teoricamente come loro?
Come, come, come, ogni pagina era un come diverso, un fatto diverso, un brivido nuovo, un bisogno di alzare lo sguardo, di distanziarmi da quelle pagine, da quelle parole, per guardarmi intorno, per sentirmi a casa, nella mia tiepida casa, al sicuro.
Ho ammirato la forza della protagonista, la tenacia, la voglia di vivere anche se ormai non ne valeva più la pena.
Questo racconto è stato per me una lezione di vita: io probabilmente mi sarei arresa al mio destino, ma Miriam mi ha insegnato che vale la pena combattere, a prescindere da tutto.
È un libro che vi consiglio: ammetto che alcune parti iniziali le ho trovate un po' lente, ma poi mi sono fatta coinvolgere dalla storia, dal suo passato e non mi sono fermata più.
La scrittrice ha uno stile molto scorrevole e quasi delicato in grado di penetrare nel cuore e di generare un vortice infinito di emozioni.
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1Le va bene 18?, 27-01-2017
di - leggi tutte le sue recensioni
Ersatz in tedesco segnala qualcosa che non è la cosa ma un surrogato. Usare il tedesco per definire questo volume pesante è un doveroso gesto umoristico. La Axelsson si perde nel tentativo di trasformare l'sms in scrittura creativa. Ignora il concetto di io narrante e continua ad attribuire pensieri a questo o quel personaggio parlando, per lo più dalla sua portineria, di inquilini che solo lei conosce e verso i quali non nasconde persino i suoi pregiudizi.
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