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Gli invisibili. Antologia-saggio della poesia italiana del Novecento

Gli invisibili. Antologia-saggio della poesia italiana del Novecento

di Marco Albertazzi, Marzio Pieri


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Descrizione del libro

Poesie di Arturo Onofri, Guido Ceronetti, Emilio Villa, Rodolfo Quadrelli, Angelo Maria Ripellino, Rodolfo Wilcock, Edoardo Cacciatore ed altri.

Tutti i libri di Marco Albertazzi

Voto medio del prodotto:  5 (5 di 5 su 1 recensione)

5gli Invisibili, 09-04-2009, ritenuta utile da 1 utente su 1
di - leggi tutte le sue recensioni
Quando uno guarda bene nel campo della poesia, i conti non tornano. Molti poeti italiani scrivono nella lingua della «grigiorosea nube», che nessuno parla: perciò non saranno letti, perché sono o troppo nuovi o troppo vecchi. Molti poeti italiani scrivono in una lingua che tutti parlano e che nessuno legge: perciò non saranno letti, perché sono noiosi. Quasi tutti i poeti italiani scindono la voce e il testo dal corpo: come se i poeti fossero sempre in casa, sul letticciolo di Petrarca e nella cameretta senza specchi; o nella grande tana ricca, come nel Fascino discreto della borghesia o nei Dreamers. Ma pubblicare e performare - vivere, «sperimentare con la vita», morirne, morire - sono il contrario di una casa calma: l'esterno esiste, e scoprirlo - portandoci se stessi, rompendo la gabbia dell'invisibilità - è la rivoluzione: anche nella forma umile delle marionette, come in Ceronetti, o nel gioco di un seno nudo, come in Merini; nella fatica reale di Luisito Bianchi, prete e operaio, e nella medicina di Pierri. Dove Maestà Potenza Inusualità Furore tacciono, resta poco da scrivere e molto da vivere, ma a luce spenta e senza nervi; rimane la camera delle quartine d'amore, senza storia e senza maestà.
Il vero problema è negli effetti delle azioni. Per evitare gli effetti, l'establishment editoriale ha annichilito le azioni, uniformando il carisma all'esaltazione (che è ridicola) o allo spettacolo (che è odiato, e che in quanto rappresentazione abiura dalla poesia scritta). Così i poeti italiani della Grande Scuola non scrivono testi dirompenti e rivoluzionari come le opere d'arte. I poeti italiani, soprattutto gli dèi ex machina, non hanno fatto tutti i conti con il corpo pubblico e privato di Pasolini, vivo e morto. I poeti italiani sanno, ma non dicono, che la Canzone dei 12 mesi di Guccini e Amico fragile di De Andrè sono poesie più belle della maggior parte di ciò che si è scritto in poesia usuale. I poeti italiani, anche visibili, fanno pubblico a se stessi, per paura e per orgoglio: a Milano, Enzensberger poté ridere del Grande Poeta Italiano, sconosciuto al mondo, ma mentore dei giovani; a Milano, Aldo Busi, cameriere, rise di Montale: lo mandai a quel paese. Il responsabile della visibilità di altri, concessa paternalisticamente, è a sua volta un invisibile, e/o un inconsapevole.
Che oggi un'antologia professionale si dedichi agli Invisibili - e che scelga i cantautori: cioè autori che cantano - è un fatto nuovo. Perché il Lucini cooptato a forza da Sanguineti, enfant terrible, è più una provocazione che una necessità; e i lirici dialettali trascritti da Mengaldo sono anche il modo per escludere cose gradevoli o sgradevoli, da Bigongiari a Giuliani (non tutto l'ermetismo è lo stesso ermetismo, non tutta l'avanguardia è la stessa avanguardia); ma inserire i cantautori (Modugno, Stratos, Battiato, De Andrè, Mercanti di Liquore) - strappandoli alla grande nicchia che li ama e li legge in collane non di poesia (dal Pane e le rose in poi) - è l'embrione di un prossimo Convivio, già scelto dal pubblico. O si produce, come Lou Reed, o ci si autoproduce, come l'accademia dei non Invisibili: ma questa è esattamente la differenza tra la storia, che ha una porta stretta, e la camera intima, che ha un ingresso a misura d'uomo. (massimo sannelli)
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