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L' informe nell'arte contemporanea

L' informe nell'arte contemporanea

di Roberto Pasini


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Voto medio del prodotto:  4 (4 di 5 su 1 recensione)

4Da Cozens a Gorky: l'arte e l'informe, 10-01-2011, ritenuta utile da 1 utente su 1
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In questo piccolo libro Roberto Pasini affronta il tema dell'informe, per come esso si è manifestato nella storia dell'arte contemporanea, da Cozens a Gorky.
L'autore esclude volontariamente dalla trattazione l'Informale (a cui Pasini ha dedicato in anni recenti un poderoso volume) per mostrare che la tematica dell'informe non diventa protagonista della scena artistica unicamente con quella specifica corrente ma che, al contrario, l'informe si presenta come un sostrato che percorre la storia dall'arte degli ultimi due secoli ("La nozione di informe individua quindi un iter trans-storico: un filo rosso, una sorta di iper stile che si alza al di sopra delle correnti e delle aree"), manifestandosi di volta in volta in maniera esplicita (Turner) e implicita, da protagonista o da deuteragonista (per usare una terminologia barilliana molto cara a Pasini) a seconda delle personalità artistiche.
Le note che accompagnano il volume sono spesso interessanti quanto il testo: per esempio, da una di esse veniamo a conoscenza del giudizio fortemente negativo di Lionello Venturi nei confronti dell'ultimo Monet.
I fenomeni artistici vengono analizzati da una prospettiva definita come "culturologica", dove cioè le opere d'arte vengono messe in relazione con il clima culturale a cui appartengono e in stretta relazione con le scoperte scientifiche e tecnologiche. Ed è proprio il rapporto nuovo con la scienza e la tecnologia che viene interpretato da Pasini come il momento centrale nel passaggio dalla modernità alla contemporaneità: quando cioè gli artisti assumeranno un atteggiamento elettromorfo consono ai nuovi valori tecnologici, essi si aprono a un qualcosa che col "moderno" non avrà più nulla a che vedere.
L'insistenza su questo tema è il fatto che più avvicina Pasini alle posizioni di Renato Barilli. Ma dove Barilli pecca di unilateralità nelle sue interpretazioni in movimento esclusivo tra "meccanomorfismo" ed "elettromorfismo", Pasini sembra più (giustamente) misurato, nonché più aperto verso altri ambiti (vedasi l'insistenza sul Frenhofer di Balzac); e, inoltre, data la considerazione per l'ultimo Monet, sembra che in Pasini venga meno uno degli esiti più infelici della unilateralità barilliana: la lettura semplicistica e fondamentalmente negativa dell'Impressionismo (frutto di un formalismo di fondo?), soprattutto per quanto riguarda la valutazione del ruolo di quel movimento nello sviluppo della storia dell'arte contemporanea - ciò non toglie che, da un punto di vista linguistico, il debito di Pasini nei confronti di Barilli sia evidente e che alcune descrizioni di quadri (di Fussli, per esempio, che anticipano le descrizioni contenute in "L'alba del contemporaneo") ricordano molto quelle del più anziano studioso.
Turner acquista nel complesso del discorso di Pasini un'importanza del tutto particolare: molto spesso l'autore ritorna a quella grande figura, ponendola come iniziatrice, almeno per quel che riguarda l'informe, di artisti come Monet e Boccioni.
Si vengono così a identificare tre grandi momenti nella storia dell'informe: una prima fase preterintenzionale, ancora legata ai canoni della modernità, il cui esponente più rilevante è Alexander Cozens; una seconda definibile come protointenzionale, che si identifica con l'entrata in scena dell'elettromagnetismo e che vede in Turner il suo iniziatore, proseguendo poi con l'ultimo Monet e Cezanne; l'ultima, quella intenzionale, in cui l'informe esplode in tutta la sua carica, e che coincide con le avanguardie storiche.
Quella proposta da Pasini è, quindi, un'interessante chiave di lettura per leggere alcuni tra i momenti più rilevanti della storia dell'arte contemporanea e il suo sviluppo complessivo fino al Modernismo compreso. Una cosa però è certa: che anche riconoscendo la validità delle tesi di Pasini, non dobbiamo incappare nell'errore di non ammettere nessun'altra spiegazione alternativa o integrativa. Il rischio metodologico è proprio quello di cadere in una unilateralità valutativa che banalizzerebbe e ridurrebbe a schemi semplicistici un qualcosa che, invece, conserva tutta la sua complessità.
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