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La festa del ritorno

La festa del ritorno

di Carmine Abate

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Trama del libro

"Sembra che tutto nasca da quel fuoco crepitante e dallo sciame di scintille sollevate dal vento notturno" scrive il critico Alfonso Berardinelli a proposito della Festa del ritorno. Ed è proprio così: in questo racconto di un padre e di un figlio Carmine Abate porta la temperatura della narrazione e quella della sua lingua a un punto di perfetta fusione, regalandoci un romanzo sospeso tra il realismo di vite scandagliate nella loro quotidiana fatica e l'incanto che nasce dallo sguardo di un bambino. Marco, il giovane protagonista di queste pagine, dà voce per noi alla meraviglia di crescere in una terra piena di profumi e sapori - la Calabria arbèreshe che è il nucleo immaginativo fondamentale della narrativa di Abate - e insieme racconta lo struggimento e la rabbia per la lontananza del padre emigrante. Saranno proprio le parole nate intorno al grande fuoco di Natale a suggellare un disvelamento del padre al figlio e del figlio al padre, in un passaggio del testimone tra generazioni che ha il passo epico di una grande favola iniziatica. La lingua che Abate intesse mescolando termini arbèreshe, dialetto, italiano crepita in ogni pagina e riverbera emozioni di grande potenza. A dieci anni dalla sua prima edizione nella "Piccola Biblioteca Oscar", con la quale vinse il premio selezione Campiello, ecco una nuova edizione di questo romanzo, che è una storia d'amore, un racconto di formazione e una testimonianza sulla nostra emigrazione.

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Voto medio del prodotto:  5 (5 di 5 su 1 recensione)

5La festa del ritorno, 21-07-2011
di - leggi tutte le sue recensioni
E' un bene che esistano simili scrittori, ignorati dalla critica ma passionali e godibili. Uno di questi scrittori, diventati rari da noi, che sa raccontare e sa farsi capire. Siamo a Hora, un paesino della Calabria nei pressi di Crotone, che già abbiamo incontrato ne "La moto di Scanderbeg" e c'è il tradizionale grande fuoco che si accende sul sagrato della chiesa la notte di Natale, che abbiamo visto in "Tra i due mari", e Tullio, il padre di Marco l'io narrante è il vecchio che racconta una storia, al posto di Giorgio Bellusci. Frequenti vocaboli del sud e parole nella lingua italo-albanese l'arb1105; reshe ("non è un dialetto, è una lingua.") sono la novità linguistica di questo romanzo rispetto ai due precedenti, dei quali conserva i motivi ispiratori: la figura di un avo, spesso del padre, da cui parte il tutto, e il motivo del viaggio, espressione di malinconia e di speranza ad un tempo. Per questo, non mi stancherò mai di trovare delle affinità tra Abate e Sgorlon. Del resto, tornate a leggere lo stupendo incipit de "Il trono di legno": "Da ragazzo vissi sempre con la testa piena di vento" e confrontatelo con questa frase di Abate, riferita a Marco, l'io narrante: "Sentivo la testa leggera, un palloncino pieno di vento."
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