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Chi è il mio prossimo

Chi è il mio prossimo

di Adriano Sofri


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Descrizione del libro

Il volume contiene tre parti, fra loro collegate dalla stessa domanda sullo stato del mondo - più esattamente: sulla fine del mondo - e sulla combinazione fra memoria e smemoratezza. Un capitolo si chiede che cosa sia davvero quella "eterogenesi dei fini" che, nonostante l'astrusità, è diventata così ricorrente nella pubblica conversazione. E che conseguenze abbia l'idea che i risultati delle azioni umane non corrispondono, e spesso tradiscono e rovesciano, gli scopi da cui sono partite, sul modo di pensare alla politica, e di praticarla. Un capitolo si interroga sull'ottimismo, dunque sul pessimismo. Sull'effetto che la lontananza e la vicinanza, e la grandezza e la piccolezza, esercitano sulla compassione per le sciagure umane. Un ultimo capitolo ripubblica la "Lettera a un aspirante terrorista" (maggio 2007) ed esamina i commenti turbolenti che ha suscitato, raccontando una serie sorprendente di precedenti, e mostrando i capricci della memoria pubblica e privata.

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Voto medio del prodotto:  4 (4 di 5 su 1 recensione)

4Chi è il mio prossimo, 09-08-2011, ritenuta utile da 1 utente su 1
di - leggi tutte le sue recensioni
Dopo parecchi anni ritrovo lo stile ancora così familiare di Adriano sofri, è vero a volte ho leggiucchiato alcuni suoi articoli, ma è la prima volta che mi immergo in una trattazione quanto meno organica. Non direi proprio del Sofri-pensiero, ma delle sue attuali riflessioni. Mi ha fatto bene leggerlo, per ritrovare percorsi similari, ma anche diversità. Di scelte, di comportamenti. Non che voglia paragonare le nostre viti, ma come due lenti all'estremità di un cannocchiale, qualcosa rimane di parallelo. Mi è piaciuto soprattutto il primo attacco, quella scrittura sul filo della parabola del buon samaritano, che, da sola, varrebbe la lettura del libro (anche perché alla fine so' quasi 400 pagine!). Un buon filo di partenza, dove unire, tassello a tassello, fili futuri e nuovi. Soprattutto la parte riflessiva sul mondo che lasceremo (che lasciamo) ai nostri posteri. Senza ecologismi di bandiera. E senza aver paura di dire cose sgradevoli. In ogni caso, le dice. Si sente anche il sentimento che c'è dietro (dire per credere non per aprire bocca e fare "vetrina"). Ma poi la mente ritorna lì, al buon samaritano, ed a quel prossimo che non dobbiamo andare a cercare chissà dove, e che forse non è detto che sia sempre "altro da noi". Quante volte andiamo avanti senza vedere quello che capita nel nostro condominio! Come fa notare Sofri, all'inizio del libro, la prospettiva corretta, quella, che sorprendendo il suo interlocutore, propone Gesù, è quella della persona che soffre, che subisce un danno o un'ingiustizia e che si trova in difficoltà. Gesù non chiede chi è il prossimo tuo, ma chiede chi è stato il prossimo per colui che soffre? E' per la vittima che si pone con particolare urgenza e necessità il problema della ricerca del prossimo. E vittima di volta in volta siamo tutti. Un capitolo del libro parla della "eterogenesi dei fini" e di come influenzi il modo di pensare e di agire di chi fa politica il rendersi conto che i risultati delle azioni umane spesso non corrispondono agli scopi per i quali ci si era attivati. Perché, si chiede Sofri, nonostante le migliori intenzioni, poi "va tutto storto"? Perchè siamo sostanzialmente indifferenti agli eventi tragici che si svolgono lontano da noi? E' ancora vero quello che sosteneva Adam Smith duecento anni fa? Che un terremoto in Cina, anche quando risultasse fatale per migliaia di persone non ci toglierebbe il sonno, mentre un evento infinitamente meno importante, ma a noi vicino, ci turberebbe infinitamente di più? Certo che è vero, sostiene Sofri. Con una terribile aggravante: quando Smith faceva questo esempio, era padrone di attribuire la nostra freddezza al verificarsi di tragici eventi remoti all'impossibilità di vederli con i nostri occhi, mentre oggi, che possiamo dire di assistere a questi eventi quasi in tempo reale, non abbiamo più alcun alibi dietro al quale ripararci. Un gusto Zibaldone di un Leopardi del XXI secolo? Un solo appunto: come ogni testo complesso è giusto corredarlo di note (servono ad aprire parentesi senza interrompere il discorso). Tuttavia il modo di incrociare riferimenti è talmente contorto (o almeno lo è per me che non l'ho capito), che alla fine le note stesse risultavano più di peso che di approfondimento. Magari usare qualche puntamento meno labile? Le note sono messe a fine capitolo, ed iniziano con una frase in corsivo che dovrebbe rimandare al testo; ma dato che non lo si apprende a memoria, bisogna ripercorrerlo per trovare il riferimento. Ed a volte, il corsivo è diverso tra testo e nota. Per me un guazzabuglio!
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