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Cantar de mio Cid-Cantare del Cid

Cantar de mio Cid-Cantare del Cid

di L. Fiorentino (a cura di)


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Voto medio del prodotto:  5 (5 di 5 su 1 recensione)

5Drammi e passioni fuse in un capolavoro, 15-08-2010
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Poema epico del XII secolo in 3735 versi e primo documento scritto in lingua romanza della letteratura spagnola, il Cantar de mio Cid inizia la narrazione a partire dall’esilio dell’uomo di corte Rodrigo Díaz de Vivar, accusato ingiustamente dal Re Alfonso VI di essersi impossessato dei tributi reali, e conduce con un succedersi incalzante di eroiche gesta e quotidiani affanni attraverso un’accurata partecipazione geografica da Burgos a Valencia a seguire le imprese che meriteranno al protagonista l’appellativo di Cid Campeador, signore del campo di battaglia, e che lo riabiliteranno completamente al proprio signore, destinatario di ricchi bottini e territori riconquistati agli Arabi.
Uomo temuto e stimato al contempo, sia da arabi che da cristiani, sia dai nemici che dai propri compagni, il Cid incarna i valori più alti dell’uomo: senso della giustizia, coraggio, lealtà, dignità, onestà, lungimiranza, senza per ciò venire meno a sentimenti quali l’amore -egli è infatti sposo e padre tenerissimo- o la pietà, come mostrato in più occasioni o nel risparmiare la vita al nemico Berenguer Ramón, conte di Barcellona.
La lettura del poema offre un susseguirsi di pulsanti personaggi che si affiancano con le loro drammatiche vicende parallelamente alle imprese eroiche del guerriero e suddito, caratterizzati da psicologie diverse: Doña Ximena, la devota sposa, e le giovani figlie, Doña Elvira e Doña Sol, i loro crudeli e vigliacchi sposi, gli infanti di Carrión, Diego e Fernando González, i guerrieri e compagni fidati dell’eroe del campo, tra cui Martín Antolinez e Pero Bermúdez, e poi gli ebrei Raquel e Vidas, gli arabi Avengalvón, fidato amico del Cid, e Búcar, re del Marocco, e ancora Yáçef, imperatore degli Almoravidi. E quindi un alternarsi di luoghi e fatti: il convento di Cerdeña dove sono rinchiuse moglie e figlie, la conquista di Valencia ed il ricongiungimento con le donne di casa -uno dei momenti di maggiore bellezza poetica del poema-, quindi l’affronto di Corpés, dove i nobili sposi delle figlie del Cid umilieranno e abbandoneranno le giovani, cui segue il processo con il tribunale delle Cortes del Re, il nuovo matrimonio delle giovani con i principi di sangue reale.
E ancora nel testo tutti gli elementi che ricorrono nell’immaginario eroico di ogni grande poema epico, le spade Colada e Tizón, conquistate eroicamente al nemico e donate in atto di magnanimità ai traditori e quindi riavute come giusto ritorno, il cavallo, Babieca, fido compagno di gloriosi momenti, le lunghe barbe degli uomini d’onore, destinatarie di rispetto assoluto, e ancora elementi di costruzione epico-astrale, come l’appellativo augurale attribuito al Cid: “el que en buen ora naçio” (colui che nacque sotto una buona stella) oppure “el que en buen ora çinxo espada” (colui che in buon’ora cinse la spada).
Un documento di fedeltà storica che è opera drammatica, il Poema de mio Cid, si mostra come un immenso affresco sulla vita ed i costumi di un’epoca, svelandone particolari di sorprendente modernità nella psicologia dei suoi personaggi e di illuminante lungimiranza per il raggiungimento di quell’equilibrio sociale, base del progresso della civiltà degli uomini.
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