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Accabadora

di Michela Murgia


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  • Editore: Einaudi
  • Collana: Supercoralli
  • Data di Pubblicazione: maggio 2009
  • EAN: 9788806197803
  • ISBN: 8806197800
  • Pagine: 164
  • Formato: rilegato
Premio Campiello 2010. Perché Maria sia finita a vivere in casa di Bonaria Urrai, è un mistero che a Soreni si fa fatica a comprendere. La vecchia e la bambina camminano per le strade del paese seguite da uno strascico di commenti malevoli, eppure è così semplice: Tzia Bonaria ha preso Maria con sé, la farà crescere e ne farà la sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno. Quarta figlia femmina di madre vedova, Maria è abituata a pensarsi, lei per prima, come "l'ultima". Per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della vecchia sarta del paese, che le ha offerto una casa e un futuro, ma soprattutto la lascia vivere e non sembra desiderare niente al posto suo. "Tutt'a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fili'e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia". Eppure c'è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c'è un'aura misteriosa che l'accompagna, insieme a quell'ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra. Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte. Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell'accabadora, l'ultima madre.

Note su Michela Murgia

Michela Murgia nasce a Cabras, in provincia di Oristano, nel 1972. Dopo aver compiuto studi teologici, esordisce nel 2006 con il romanzo dal titolo "Il mondo deve sapere". La sua prima opera, inizialmente concepita come un blog, è una satira che descrive la vita degli operatori telemarketing che lavorano all'interno dei call center. Il romanzo nasce dalla sua personale esperienza lavorativa come operatrice telemarketing presso la multinazionale Kirby Company e approfondisce, con amara ironia, lo stress psicologico e lo sfruttamento economico a cui sono sottoposti i lavoratori del settore. Il romanzo è stato messo in scena come opera teatrale ed è stato trasposto sul grande schermo da Paolo Virzì, con il film dal titolo "Tutta la vita davanti". Nel 2008 ha pubblicato "Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell'isola che non si vede" e nel 2009 "Accabadora", con cui ha vinto il Premio Campiello di Venezia nel 2010.
 

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Voto medio del prodotto:  4.5 (4.3 di 5 su 54 recensioni)

5.0Racconto intenso ed insolito, 29-01-2017
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La storia narrata da Michela Murgia è molto intensa. Sardegna, anni '50. Maria Listru è la quarta figlia figlia femmina di una donna vedova con pochi mezzi. All'età di sei anni, Maria viene adottata da Bonaria Urrai, vedova benestante, diventando in questo modo "fillus de anima", cioè "bambini generati 2 volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità dell'altra".
Così Maria cresce accudita da questa donna. C'è però un qualcosa di misterioso dietro la figura di questa vecchia sarta.
La storia è intrigante, originale e molto sentita. Le radici e la storia di questa fantastica terra sarda, sono la tela sulla quale la scrittrice disegna il suo racconto.
Un bellissimo libro.
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5.0Meritevole, 05-05-2012, ritenuta utile da 2 utenti su 3
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Il successo che ha avuto è meritato perchè oltre ad essere originale, tratta una tematica molto delicata con mano altrettanto fine e delicata. L'unica parte che secondo me stona nell'economia della narrazione è quella riguardante Torino, sembra a sè stante e un po' disinteressata rispetto al filo conduttore del romanzo. Comunque è un libricino assolutamente da avere.
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3.0Accabadora, 05-02-2012
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Letto per caso, dato che non lo avrei mai comprato, l'ho trovato un libro carino, ma senza particolare infamia nè lode. Parlare di un capolavoro non mi pare il caso, già mi stupisce che sia stato tanto discusso e vantato. Non ho trovato nulla che smuovesse l'animo, a mio parere uno stile narrativo abbastanza buono, ma troppo sintetico in alcune parti, e inutile l'ambientazione torinese nella seconda parte solo per allungare un pò il libro. Niente di eccezionale, lo consiglio ma non aspettatevi la futura Grazia Deledda.
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1.0Pessimo libro, scritto malissimo., 01-12-2011, ritenuta utile da 1 utente su 4
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L'accabadora di Michela Murgia e un libro con uno stile letterario molto povero, non c'e descrizione dei personaggi o di quanto l'ambiente possa influire su di loro.
Manca di spessore, appare noioso e banale. Totalmente assente la descrizone della cultura sarda, dei personaggi e dell'ambiente. Dialoghi vuoti e per niente realistici con la lingua e la cultura sarda dell'epoca. Frasi contorte e senza spessore.
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5.0Accabadora, 27-09-2011, ritenuta utile da 2 utenti su 23
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Nonostante sia un libro così piccolo, riesce a donarti una grande quantità di emozioni. Originale la trama e suggestiva l'ambientazione sarda con le sue tradizioni. Una piccola perla, normalmente i libri così osannati dalla critica, alla fine mi deludono, invece con questo sono partita scettica e alla fine l'ho adorato.
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5.0Accabadora , 26-09-2011, ritenuta utile da 3 utenti su 5
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E' la vera rivelazione del 2010 questo Accabadora dell'esordiente Michela Murgia, una narrazione stilisticamente eccellente che offre l'immagine di un mondo chiuso, isolano, in cui i gesti hanno una ripetitività ancestrale, in una specie di pellicola in bianco e nero che riporta agli albori del cinema e che è il quadro di un ambiente in una certa epoca.
La tradizione dell'affiliazione di fatto vede unite una bimba, Maria, a una signora che veste il lutto da quando l'amato non ha fatto ritorno dalla prima guerra mondiale, ed è un rapporto fatto di poche parole e di molti silenzi assai più significativi di qualsiasi linguaggio.
Ma Bonaria Urrai, così si chiama la signora, è anche un'accabadora, cioè una persona tanto ricercata quanto temuta che pietosamente pone fine alle sofferenze altrui, in una forma di eutanasia tipicamente del luogo.
Non nascondo che il libro mi ha entusiasmato e avvinto, con quel suo ritmo lento, ma non statico, almeno fino a pagina 119, perché dopo, una volta che Maria scopre quest'attività tenutale prima sempre celata, se ne va, lascia la casa dove ha vissuto gran parte della sua fanciullezza e fugge a Torino a fare la baby sitter.
Ora, se la reazione della giovane Maria è più che comprensibile, del tutto inutile è la narrazione di questo periodo con cui si cerca di cancellare la memoria del passato; sono pagine artificiose, che nulla aggiungono alla storia, e che anzi troncano quell'equilibrio così apprezzabile che mi aveva soggiogato. Da romanzo d'ispirazione classica si passa così a uno scritto quasi insipido, un cambiamento repentino che non giova al libro e che prelude all'ultima parte, con il ritorno di Maria al capezzale di Bonaria Urrai, costretta in un letto per un ictus.
E qualche cosa deve essere accaduto all'autore, perché cade ancora una volta l'omogeneità dello scritto, il ritmo diventa altalenante e si arriva a una conclusione che, fra le tutte possibili, è senz'altro la meno azzeccata.
C'è la volontà di dare a un mondo di naturale dolore un sviluppo positivo che stona con la logica dell'opera, almeno per quella presente nelle prime 119 pagine.
La fretta di chiudere, fra l'altro, svilisce il ritrovato affetto (e forse un giorno amore) fra Maria e Andrìa, quest'ultimo suo compagno d'infanzia.
Si perde, soprattutto, il concetto di come in una vita che si chiude con la morte l'unica cosa che conti è l'amore.
E' un peccato, perché le intenzioni erano ottime, ma poi si sono perse per strada, e così può anche capitare che un premio (Il Campiello) tributi gli onori non tanto a un'opera coerente, ma solo alle sue intenzioni.
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3.0Un tema affascinante, 17-09-2011
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Quello de sa femmina accabadora: che inquieta, che disturba, che apre dibattiti storici e antropologici prima ancora che etici. Michela Murgia affronta un tema scottante con sapienza e maturita' , e una scrittura visiva che evoca paesaggi non ancora del tutto perduti. Una storia che puo' essere ambientata 100, 50 anni fa, oppure ieri. Peccato per la seconda parte, con alcune cadute di stile. Ma nel complesso una bella storia raccontata bene.
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5.0Magica Sardegna, 06-08-2011
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Ho avuto la fortuna di leggere il libro prima del premio Campiello e quindi poter esultare per un riconoscimento meritatissimo!
Chi conosce la Sardegna sa quanto le atmosfere descritte, le persone, i gesti e le parole corrispondano alla realta' , questa meravigliosa isola non e' solo mare e spiagge, ma soprattutto donne e uomini antichissimi, che conservano e sono orgogliosi del loro passato, che hanno la chiave della saggezza e la tramandano. Questo e' un libro al femminile che nasce da una scrittrice sensibile, intelligente e sapientemente sarda!
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4.0Il mistero della terra., 04-08-2011
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Questa è una lettura intensa e lieve. Una parola densa, semplice ed evocativa avvolge dalla prima all'ultima pagina, impreziosita da termini dialettali che conducono dritti al respiro della terra. La storia è misteriosa e intrisa di un senso atavico, tutta racchiusa tra i muretti a secco della vigna e gli intonaci delle case del paese. Si può perdonare a un'opera prima la deriva del racconto quando è ambientato in una Torino straniera. Forse l'autrice voleva creare un senso di contrasto con la vita del paese. E' qui infatti che i personaggi si staccano dalle pagine e si toccano quasi con mano... Una volta iniziato a leggere spiace quasi lasciarli andare via perché l'ultima pagina è già arrivata.
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4.0Accabadora, 24-07-2011
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Leggendo il fulminante incipit pensavo di potergli assegnare il massimo dei voti. La narrazione parte bene, con un linguaggio originale ed evocativo ma si perde poi del tutto nella seconda parte. La protagonista che, turbata dalla rivelazione della funzione della accabadora, sua madre adottiva, lascia la Sardegna per andare a lavorare come governante al Nord in casa di ricchi è descritta in modo piuttosto piatto e stereotipato.
I figli dei ricchi, biondi belli e sprezzanti, (con nome doppio come segno di distinzione?) che si sciolgono poi in improbabili confidenze o il quasi-amore tra la governante e l'adolescente.
E la risoluzione finale, con l'accettazione del ruolo dell'accabadora che viene addirittura fatto proprio, è frettolosa e superficiale come è banalmente consolatorio il ritorno al paese con la scoperta delle promesse del primo amore ancora intatte.
L'impressione è che l'autrice sia partita con un tema forte ma strada facendo si sia quasi spaventata della complessità della materia e si sia rifugiata in schemi più rassicuranti.
Un libro onesto e di buone intenzioni ma che non mantiene quello che promette.
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5.0Accabadora, 17-07-2011
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Che stile superbo che ha l'autrice sarda! Non è da tutti, visto anche l'argomento scottante trattato nella sardegna ferma al medioevo. Un bel romanzo, breve ma denso di magia e sentimento. Anche se ho qualche perplessità riguardo alla "parentesi torinese", che secondo me non ha un nesso con il resto della storia.
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4.0Non un mestiere, non un talento, non una scelta, 10-07-2011
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Se fosse un termine di uso corrente, il titolo già basterebbe a svelare parte del mistero che avvolge Bonaria Urrai, straordinaria protagonista del libro, senza che si arrivi a metà testo per rendere reale quel tragico sospetto che inizia a farsi strada man mano che si procede nella lettura. L'autrice ci svela, ma un po' alla volta ci fa capire, quello che non è proprio un mestiere, non è proprio un talento, non è proprio una scelta, ma piuttosto una dolorosa quanto ovvia necessità, accettata e anzi rispettata da tutta la comunità: aiutare coloro che sono in fin di vita a "trapassare", accompagnandoli nell'ultima parte del cammino terreno quando si sono perse tutte le speranze di una guarigione, lontana o immediata che sia.
Ecco così svelata la figura dell'Accabadora, "colei che finisce" nel dialetto della piccola provincia sarda degli anni '50 in cui è ambientata questa storia; un termine che molti sardi, oggi, faticherebbero a comprendere, perchè si perde nel passato, nelle tradizioni e nei rituali, fermi e a volte crudeli, di un paese in cui era possibile che una bambina venisse venduta a una donna perché la sua famiglia aveva troppe bocche da sfamare e ne diventasse "fill'e anima"; di un paese dove la vendemmia iniziava solo quando il vecchio cieco Chichinnu Bastìu, annusando nell'aria, decretava che era il momento giusto, e allora bisognava sbrigarsi, perché la vendemmia andava iniziata e finita nello stesso giorno; di un paese dove il giorno del matrimonio poteva essere di malaugurio per la sposa se veniva guardato, peggio ancora rotto, il pane nuziale da portare all'offertorio. Non è solo tradizione, quella a cui si assiste, è una commistione di suoni, sapori e saperi che un'intera comunità, quella di Soreni, vive inconsapevole di destare tanto stupore in un moderno lettore di oggi, piuttosto che nella maestra torinese trapiantata suo malgrado nella piccola comunità. Con la stessa serenità Bonaria Urrai, l'anziana sarta alta, magra e sempre con uno scialle nero sulle spalle, compita, riservata e orgogliosa, decide di crescere e accudire la piccola Maria, insegnandole il proprio mestiere, certo, ma anche un'educazione basata su dei valori, cosa che la mamma di Maria non era intenzionata a fare, così infastidita da quella quartogenita venuta fuori quando non era necessario.
Quello che Maria non sa, neppure immagina, e dovrà scoprire in maniera brutale, è proprio il ruolo dell'Accabadora, riconosciuto e rispettato da tutto il villaggio.
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