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La vita eterna

La vita eterna

di Ferdinando Camon

4.5

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Scrivendo La Vita eterna" volevo vendicare i partigiani contadini, il loro destino oscuro, senza gloria. Poiché il capo delle SS di questa zona dell'Italia di cui parlo nel libro fu scoperto quando "La vita eterna" fu tradotta in tedesco, e fu citato in processo, e morì la notte della prima udienza, mi piace pensare "La vita eterna" come un colpo di fucile sparato dall'Italia alla Germania per colpire un nemico della mia gente. La procura di Verona aveva incluso "La vita eterna" tra i documenti a suo carico". (Ferdinando Camon)

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Recensioni degli utenti

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Voto medio del prodotto:  4.5 (4.5 di 5 su 2 recensioni)

4.0La vita eterna, 26-09-2011, ritenuta utile da 3 utenti su 4
di - leggi tutte le sue recensioni
Camon è scrittore di razza, riesce a passare da uno stile all'altro senza risentirne minimamente: le pagine sulla ribellione alla dura repressione tedesca non sono celebrative, ma tendono solo a onorare la memoria di quanti, e non furono pochi, si scossero da un lungo torpore, anche a prezzo della vita, per poi ritornare, ombre nella notte, nel loro lungo silenzio, fino agli anni sessanta, quando la luce elettrica e la televisione svelò loro un altro mondo, meno di fatica, più di soddisfazione materiale, a cui finirono per abbandonarsi, perdendo la loro identità.
Questa comunità di poveri, dove il povero, secondo Camon, è l'uomo che non ha scampo ed è tale perché pure i suoi antenati non hanno avuto scampo, non ha personaggi che si staccano sugli altri, ma c'è un solo protagonista: essa stessa.
Se c'è un libro che ha reso giustizia a una civiltà, facendola conoscere alle generazioni attuali e a quelle future, è proprio questo e credo di poter dire che l'autore è stato un cantore di ciò che per tanto tempo fu e mai più sarà.
La vita eterna non è solo un romanzo molto bello, è molto di più, è un capolavoro.
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5.0Una civiltà scomparsa, 09-05-2009, ritenuta utile da 3 utenti su 4
di - leggi tutte le sue recensioni
Molti oggi, tranne forse i più anziani, non sanno com&'era, fino a non tanti anni fa, la vita nelle campagne. Per i contadini era una vita misera, fatta di cibo scarso e non vario. Il progresso, intervenuto con la fase industriale, non aveva scalfito questo modo di vivere, proprio di una civiltà immobile nel tempo, con una vita avara di soddisfazioni, animata al di fuori del lavoro nei campi solo da racconti tramandati da secoli, frutto di un paganesimo cristiano impregnato di superstizione e di ignoranza. Poi, quasi all'improvviso, questo mondo è stato stravolto e giustamente Ferdinando Camon, nel corso dell'intervista che gli ho effettuato, ha citato al riguardo Charles Péguy, un poeta francese che ha scritto che "la fine della civiltà contadina è il più grande evento della storia, dopo la nascita di Cristo".
Di questo mondo scomparso parla il libro di Camon; una pagina dopo l'altra, la prosa asciutta, non idilliaca, anzi lontana da certe visioni della vita agreste proprie dei grandi poeti latini e in particolare di Virgilio, mi ha avvinto e così, mentre leggevo, ho cominciato a vedere dei campi riarsi dal sole o raggelati dal freddo dell'inverno, della povera gente intenta a un lavoro duro e ben poco retribuito, ho sentito la puzza delle stalle, sono entrato in un'atmosfera immobile di miseria senza barlumi di speranza.
Ferdinando Camon ha dedicato questo libro a questa povera gente, inserendosi nel solco di altri che lo hanno preceduto, magari con intenti diversi, come Verga, Faulkner, oppure Saramago.
La sua, però, non è una narrazione asettica, ma nemmeno c'è l'abbandono alla retorica, semplicemente c'è il desiderio di portare la luce a una moltitudine di ombre, senza ricorrere all'enfasi, bensì permeando le parole di un grande senso di pietà.
E' la sua gente, anche lui è nato in campagna e ha vissuto la giovinezza in quell'ambiente che poi il boom economico degli anni sessanta ha sconvolto, ha trasformato così radicalmente al punto di poter affermare che oggi la civiltà contadina è solo un ricordo, anzi senza il suo libro non sarebbe nemmeno questo.
Provate a pensare a un modo di vivere rimasto sostanzialmente inalterato nei secoli e perciò figurativamente eterno, considerate che era il ceto più basso, in cui la solidarietà e la superstizione erano gli aspetti salienti, se pur contrastanti, di un'esistenza il cui ritmo era scandito dall'avvicendarsi del giorno con la notte e delle stagioni, e dove tutto iniziava con la nascita, proseguendo quasi per inerzia fino alla morte, sovente prematura; avrete così un'idea, ma solo approssimativa, perché per capire veramente e per comprendere è indispensabile la lettura di questo romanzo.
Pagina dopo pagina sembra di tornare indietro di secoli, benché questa realtà, immobile, sia stata presente fino a una cinquantina di anni fa. E' un mondo che si è estinto e che volutamente è stato cancellato dalla memoria come se fosse un qualche cosa di cui vergognarsi, come se quella miseria fosse un vizio capitale, da seppellire sotto coltri di reticenze.
La penna di Camon, che passa indifferentemente dall'epoca attuale al medioevo, da questo alla disfatta di Caporetto, e poi a quel guizzo di vitalità che è stata la resistenza, restituisce al lettore questa civiltà. Le pagine sulla ribellione alla dura repressione tedesca non sono celebrative, ma tendono solo a onorare la memoria di quanti, e non furono pochi, si scossero da un lungo torpore, anche a prezzo della vita, per poi ritornare, ombre nella notte, nel loro lungo silenzio, fino agli anni sessanta, quando la luce elettrica e la televisione svelò loro un altro mondo, meno di fatica, più di soddisfazione materiale, a cui finirono per abbandonarsi, perdendo la loro identità.
Questa comunità di poveri, dove il povero, secondo Camon, è l'uomo che non ha scampo ed è tale perché pure i suoi antenati non hanno avuto scampo, non ha personaggi che si staccano sugli altri, ma c'è un solo protagonista: essa stessa.
Se c'è un libro che ha reso giustizia a una civiltà, facendola conoscere alle generazioni attuali e a quelle future, è proprio questo e credo di poter dire che l'autore è stato un cantore di ciò che per tanto tempo fu e mai più sarà.
La vita eterna non è solo un romanzo molto bello, è molto di più, è un capolavoro.
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