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I viceré

I viceré

di Federico De Roberto

3.5

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  • Editore: Garzanti Libri
  • Collana: I grandi libri
  • Edizione: 15
  • Data di Pubblicazione: ottobre 2004
  • EAN: 9788811361442
  • ISBN: 8811361443
  • Pagine: XXIII-651
  • Formato: brossura
Tutta la realtà siciliana della seconda metà dell'Ottocento viene illuminata dai riflettori puntati sulle vicende della famiglia Uzeda, seguite attraverso tre generazioni. Intorno ai suoi membri si disperdono e si raggruppano i questuanti, i liberali, i benedettini di San Nicola, i lavapiatti, i piccoli affaristi, gli usurai, i codini, gli elettori del duca, i garibaldini, i prepotenti, i vili e poi i paesaggi, le campagne, i dintorni di Catania e di altre città più sfumate. De Roberto mette a nudo le lacerazioni della sua classe d'origine e dell'ingranaggio sociale, e conduce il suo atto d'accusa con spietata determinazione.

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Recensioni degli utenti

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Voto medio del prodotto:  3.5 (3.5 di 5 su 8 recensioni)

4.0Bellissimo, 27-06-2014
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Un altro classico italiano dimenticato e riscoperto grazie al "Gattopardo" prima, e alla miniserie poi. Un romanzo che mi ha impegnato un mese e mezzo e che, molto più degli altri romanzi veristi, trasmette il senso di disagio, di rabbia, di delusione tipici dell'Italia postunitaria.
La storia degli Uzeda comincia nel 1855 e finisce nel 1882. Seguiamo le vicende della famiglia discendente dai Viceré spagnoli attraverso quelle che sono le tappe fondamentali dell'Unità d'Italia. Si vedono crollare certezze, ma chi non crolla mai sono proprio gli Uzeda: il loro potere, la loro volontà di sopraffazione li rende capaci di adattarsi ai nuovi tempi e le nuove modalità. Alla fine dei conti, gli equilibri di potere sono sempre gli stessi: solo chi ha i mezzi per adattarsi riesce a sopravvivere e può continuare la vita di sempre.
È un libro talmente denso di avvenimenti, di informazioni, di chiacchiere, oltre che di persone, che capisco che possa risultate difficile e ostico: ma arrivati alla fine la fatica verrà premiata. E scopriremo che l'Italia, dopo centocinquant'anni, non è cambiata di una virgola.
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4.0Una splendida lezione di opportunismo politico, 07-04-2014, ritenuta utile da 1 utente su 1
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Spesso oscurato dall'"ingombrante" fortuna de "I Malavoglia", "I Viceré" (si badi alla natura dell'accento, che è acuto, non grave) è senz'ombra di dubbio uno dei romanzi italiani più interessanti scritti a cavallo tra XIX e XX secolo. Ispirato al principio positivistico e naturalistico della "race", questo romanzo narra la storia della potente famiglia catanese degli Uzeda di Francalanza, di antica origine spagnola, pronta a tutto pur di conservare la supremazia anche nella nuova, contraddittoria Italia unita. Il romanzo - diviso in tre parti - prende le mosse dalla morte della crudele e dispotica principessa Teresa fino al successo politico del principino Consalvo (figlio del principe Giacomo e, pertanto, erede del titolo e dell'immenso patrimonio familiare) che, pur essendo di fede reazionaria e borbonica, finge di nutrire idee democratiche e liberali. Si tratta, dunque, di un'implacabile lezione di opportunismo politico, di un quadro esauriente del fallimento degli ideali risorgimentali, un esempio con cui si è inevitabilmente dovuto misurare Giuseppe Tomasi di Lampedus con "Il Gattopardo".
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3.0Irreale, 14-05-2012, ritenuta utile da 47 utenti su 81
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D'accordo, l'ho letto d'un fiato, non mi lamento dello stile e nemmeno delle dimensioni. Ammetto pure che la Sicilia dell'Ottocento ci possa apparire come un luogo molto strano e "diverso". Ma nel suo complesso mi sembra un libro poco costruttivo, anche se certamente questa lunga lista di scelleratezze della famiglia Uzeda ha le sue radici indiscutibili e la sua ragion d'essere.
Per molti aspetti, mi ricorda un romanzo russo, I SIGNORI GOLOVLEV, in cui i membri di una numerosa e prospera famiglia si rovinano sistematicamente. Però il paragone col capolavoro russo fa pendere, a mio avviso, la bilancia verso i Golovlev. Peccato, perché il romanzo di De Roberto avrebbe molti pregi e direbbe un mare di verità antipatiche e indigeste, ma non per questo meno vere. Sono però dette con un pizzico di sensazionalismo di troppo. Persino il giovanotto "costretto alle nozze dagli uomini armati della madre"! Sigh.
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1.0Sarà anche un classico però..., 29-03-2012
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Generalmente non recensisco i libri che non sono riuscita a finire, e devo dire che non sono molti quelli che lascio a metà, ma questo è sopravvissuto intonso a tutti i miei sforzi. Davvero non ho potuto andare oltre i primi capitoli. La scrittura è pesante, non solo per l'uso di un linguaggio ormai arcaico ma anche per la costruzione intricata dei periodi. E sopratutto non succede mai niente... Almeno non nei primi capitoli.
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3.0 I viceré, 26-09-2011
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Contrariamente a buona parte della critica antica e contemporanea che lo considera un classico della letteratura italiana (Sciascia addirittura scrive che dopo I Promessi Sposi è il più grande romanzo che conti la letteratura italiana) , ma in un certo qual modo stroncato da Benedetto Croce (Il libro di De Roberto è prova di laboriosità, di cultura e anche di abilità nel maneggio della penna, ma è un'opera pesante, che non illumina l'intelletto come non fa mai battere il cuore) è in effetti un romanzo complesso, anche strutturalmente, e presenta luci e ombre, di cui tuttavia le seconde non ne intaccano l'intrinseca valenza.
E il valore è indubitabile, perché I Viceré, nel descrivere le vicende dei numerosi componenti della nobile famiglia siciliana Uzeda, finisce con l'essere la devastante biografia di una nazione, un'immagine impietosa di ciò che siamo noi italiani, con una narrazione impregnata da una forte vena critica e ironica.
La storia in effetti è costituita dalla vittoria, in apparenza, della rivoluzione patriottica siciliana e dal suo pratico insuccesso, con un esito quindi impietoso e deludente di tutto il processo risorgimentale, perché le risultanze siciliane vengono di fatto estese all'intero paese. In questo senso De Roberto è stato un'analista del fenomeno non solo attento a tutti i suoi risvolti, ma anche profetico, come infatti sembrerebbe testimoniare l'attuale situazione italiana, di Stato di forma, ma non di sostanza.
Per quanto ovvio balza subito alla mente un altro capolavoro, quel Gattopardo pur esso in grado di anticipare situazioni successive, ma scritto molto tempo dopo I viceré ed è quindi logico supporre fosse stato letto e in un certo qual senso preso a spunto e ad esempio da Tomasi di Lampedusa.
Dice bene Matteo Collura quando scrive che "Nel cospicuo contributo dato dagli scrittori siciliani alla moderna letteratura italiana, s'impone un dato costante: la delusione per la mancata rivoluzione promessa dal Risorgimento, il fallimento delle speranze dei meridionali nel compiersi dell'Unità d'Italia. Viene da lì gran parte dei mali che continuano ad affliggere questo Paese, la scarsa autorevolezza dello Stato, le divisioni e incomprensioni tra regioni del Nord e regioni del Sud e, propriamente oggi, il rischio dello scardinamento dell'unità nazionale. ".
Indubbiamente, basterebbe solo questa visione profetica per classificare I Viceré come un capolavoro, ma c'è dell'altro, quali la caratterizzazione dei personaggi, invero troppi, ma precisa e rappresentativa di modi d'essere e pensare, l'atmosfera quasi irreale di un corpo in decomposizione pronto però a trasmigrare in un altro, fermo restando l'obiettivo di conservare le proprie prerogative. Negli Uzeda c'è tutta una famiglia stranamente attuale, con vizi, furberie, astuzie, cialtronerie e perciò senza cuore. De Roberto non ha pietà per questi personaggi, ma non travalica mai il limite sottile fra avversione e odio, quasi da spettatore e cronista di fatti che avverte come emblemi di una realtà ben più grande.
Benedetto Croce non ha quindi compreso l'effettivo significato dell'opera, soprattutto quando dice che non illumina l'intelletto, forse perché aborre l'idea che quello stato di cui fa parte è una struttura altamente imperfetta che deriva dal fallimento delle idee risorgimentali, pregevoli, eccellenti nelle intenzioni, scomparse nella realizzazione.
L'opera è invece indubbiamente pesante, troppo lunga, e caratterizzata da un ritmo lento che induce a frequenti soste durante la lettura, difetto che tuttavia incide in modo trascurabile sull'effettivo rilevante valore.
Da leggere, senza dubbio.
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4.0Un affresco della Sicilia risorgimentale., 16-08-2011
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Lo scrittore proietta davanti ai nostri occhi di lettore in maniera estremamente dettagliata e realistica le vicende spesso aspre ed egoistiche della dinastia degli Uzeda (appunto i Vicerè) con tutte le loro contraddizioni di aristocratici ormai legati a un mondo che cambia, a un mondo che sta per tramontare. L'amarezza e nello stesso tempo la verità che ci trasmette l'autore attraverso i suoi personaggi è anche la contrapposizione di un mondo di casta che sta per morire per poi rinascere a nuova forma e il personaggio che meglio interpreta questo passaggio temporale è il "principino" Consalvo, che decide di candidarsi al parlamento italiano convinto che se prima c'era un re assoluto a cui obbedire ora c'è un intero popolo, con la differenza che il popolo è più facile da ingannare in quanto meno egoista ma molto più servile.
Giudico il libro come un grande classico che merita di essere letto non solo per la splendida prosa di De Roberto, ma soprattutto perché ci fa conoscere una delle tante contraddizioni legate a un periodo storico molto importante per l'Italia, quale è stato il Risorgimento.
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4.0I vicerè, 31-03-2011, ritenuta utile da 2 utenti su 2
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Ci vuole un briciolo di attenzione in più per questo romanzo, ma ne vale la pena. Libro contraddittorio, come la storia che racconta: una sorta di epopea della nobile famiglia siciliana Uzeda, che attraversa quasi indenne, con poche ammaccature e cadendo sempre in piedi, il passaggio dal regno delle Due Sicilie all'Italia unita, dalla dominazione borbonica a quella di casa Savoia. Storia già sentita nel forse più famoso e acclamato Gattopardo, scritto però cinquant'anni dopo.
Il romanzo è un efficace spaccato di quello che accadde poco prima e subito dopo l'unificazione italiana, e ha il pregio di raccontarlo senza buonismi o accondiscendenze, in maniera a volte decisamente spietata. Alcuni passi, poi, sono di un'attualità quasi sconvolgente, e potrebbero essere pubblicati su un qualsiasi quotidiano (beh, proprio qualsiasi no) ai nostri giorni.
Il difetto dell'opera, a parer mio, è però la sua eccessiva lunghezza (700 pagine) e - a volte - ridondanza e in uno stile non proprio originale e a volte troppo ampolloso, a dimostrazione che, mentre nel 1800 in Europa si sfornavano capolavori senza soluzione di continuità, il romanzo italiano annaspava e si doveva aggrappare a opere non eccelse (su tutti i Promessi Sposi).
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5.0Tutto cambia per restare infine uguale, 13-09-2010, ritenuta utile da 4 utenti su 7
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I Viceré è indubbiamente il romanzo più famoso di Federico De Roberto, un’opera piuttosto corposa che a stento ed eufemisticamente può rientrare in una collana di tascabili. Considerato da non pochi critici un autentico capolavoro (Sciascia addirittura scrive che dopo I Promessi Sposi è il più grande romanzo che conti la letteratura italiana), ma in un certo qual modo stroncato da Benedetto Croce (Il libro di De Roberto è prova di laboriosità, di cultura e anche di abilità nel maneggio della penna, ma è un’opera pesante, che non illumina l’intelletto come non fa mai battere il cuore) è in effetti un romanzo complesso, anche strutturalmente, e presenta luci e ombre, di cui tuttavia le seconde non ne intaccano l’intrinseca valenza.
E il valore è indubitabile, perché I Viceré, nel descrivere le vicende dei numerosi componenti della nobile famiglia siciliana Uzeda, finisce con l’essere la devastante biografia di una nazione, un’immagine impietosa di ciò che siamo noi italiani, con una narrazione impregnata da una forte vena critica e ironica.
La storia in effetti è costituita dalla vittoria, in apparenza, della rivoluzione patriottica siciliana e dal suo pratico insuccesso, con un esito quindi impietoso e deludente di tutto il processo risorgimentale, perché le risultanze siciliane vengono di fatto estese all’intero paese. In questo senso De Roberto è stato un’analista del fenomeno non solo attento a tutti i suoi risvolti, ma anche profetico, come infatti sembrerebbe testimoniare l’attuale situazione italiana, di Stato di forma, ma non di sostanza.
Per quanto ovvio balza subito alla mente un altro capolavoro, quel Gattopardo pur esso in grado di anticipare situazioni successive, ma scritto molto tempo dopo I viceré ed è quindi logico supporre fosse stato letto e in un certo qual senso preso a spunto e ad esempio da Tomasi di Lampedusa.
Dice bene Matteo Collura quando scrive che “Nel cospicuo contributo dato dagli scrittori siciliani alla moderna letteratura italiana, s’impone un dato costante: la delusione per la mancata rivoluzione promessa dal Risorgimento, il fallimento delle speranze dei meridionali nel compiersi dell’Unità d’Italia. Viene da lì gran parte dei mali che continuano ad affliggere questo Paese, la scarsa autorevolezza dello Stato, le divisioni e incomprensioni tra regioni del Nord e regioni del Sud e, propriamente oggi, il rischio dello scardinamento dell’unità nazionale.”.
Indubbiamente, basterebbe solo questa visione profetica per classificare I Viceré come un capolavoro, ma c’è dell’altro, quali la caratterizzazione dei personaggi, invero troppi, ma precisa e rappresentativa di modi d’essere e pensare, l’atmosfera quasi irreale di un corpo in decomposizione pronto però a trasmigrare in un altro, fermo restando l’obiettivo di conservare le proprie prerogative. Negli Uzeda c’è tutta una famiglia stranamente attuale, con vizi, furberie, astuzie, cialtronerie e perciò senza cuore. De Roberto non ha pietà per questi personaggi, ma non travalica mai il limite sottile fra avversione e odio, quasi da spettatore e cronista di fatti che avverte come emblemi di una realtà ben più grande.
Benedetto Croce non ha quindi compreso l’effettivo significato dell’opera, soprattutto quando dice che non illumina l’intelletto, forse perché aborre l’idea che quello stato di cui fa parte è una struttura altamente imperfetta che deriva dal fallimento delle idee risorgimentali, pregevoli, eccellenti nelle intenzioni, scomparse nella realizzazione.
L’opera è invece indubbiamente pesante, troppo lunga, e caratterizzata da un ritmo lento che induce a frequenti soste durante la lettura, difetto che tuttavia incide in modo trascurabile sull’effettivo rilevante valore.
Da leggere, senza dubbio.
Ritieni utile questa recensione? SI NO