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La verità, l'opinione

La verità, l'opinione

di Gennaro Sasso

5.0

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E' noto che nella tradizione italiana recente gli studi di storia della filosofia prevalgono nettamente sulla produzione più propriamente teorica. Gennaro Sasso, che pure ha dato rilevanti contributi alla storia della filosofia e della cultura, ha viceversa sempre affiancato all'indagine storica una rigorosa speculazione teorica.

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Voto medio del prodotto:  5.0 (5 di 5 su 2 recensioni)

5.0prosecuzione, 31-05-2009
di - leggi tutte le sue recensioni
Una posizione che sembra avvicinare Sasso a C. Schmitt. E indubbiamente nella terminologia di Schmitt c'è la parola "decisione". Ma c'è anche in K. Barth, o in Heidegger, senza che per questo Sasso si senta legato a nessuno dei tre. La decisione implica un atto di forza? è indubbiamente un problema. La decisione etica non può dar conto di sé attraverso un argomento. Cioè naturalmente può farlo, ma non è mai l'argomento definitivo. Anche perché una decisione può essere il frutto di varie strategie. Posso scegliere di agire in un certo modo perché ho paura o perché voglio ottenere un certo risultato o perché appartengo a una certa tradizione. Il mondo storico in cui gli uomini agiscono è tragico e privo di qualsiasi garanzia. In questo Sasso è molto segnato da Machiavelli. Il mondo di Machiavelli è tragico. C'è questa ossessione del durare e insieme il rischio continuo della caduta. In fondo anche lo Stato di diritto che è una bella e nobile invenzione può essere buttato all'aria dalle passioni. Ci sono regole che possono continuamente essere violate: questo è il dramma. Dramma che il laicismo ha sempre cercato di mitigare, di risolvere. Non aggiungendo arbitrariamente all'idea di verità incontrovertibile il volto di Dio. Non sottomettendo la verità all'idea di una regolazione divina. Nella dimensione etico-politica, il laicismo -doxa tra le doxai- non pretende perciò di avere un fondamento incontrovertibile. Il fondamento è la tolleranza? Meglio non esserne così sicuri. I fautori della tolleranza dicono che essa permette e insieme disciplina il conflitto delle idee. Ma dimenticano che la stessa tolleranza è un'idea che può entrare in conflitto con altre idee. Non è la tolleranza dunque a permettere il conflitto di idee, ma lo Stato di diritto ad ammettere la tolleranza e tutto quello che ne consegue. La verità o la filosofia da questo punto di vista possono sembrare impotenti nei riguardi del mondo. Guardano il dissolversi delle grandezze ma non possono intervenire. Il mondo va a gambe all'aria e la filosofia si gratta la pancia... Non è così: perché, al contrario, nella realtà del mondo delle doxai è la potenza dei convincimenti, delle opinioni che vengono innalzate ad assolutezza, a dar vita al dramma. È la drammaticità hobbesiana di un mondo in cui tutti sono re che non possono cedere di un palmo; e quindi finiscono per scontrarsi violentemente. Il mondo è tornato allo stato di natura? Forse non ne è mai uscito veramente. Non si riesce a vedere un mondo indebolito nei suoi convincimenti. Perfino in un periodo di così accanita decadenza circolano convinzioni fortissime e battagliere. La filosofia si presenta con il carattere della compiutezza e della perfetta immobilità. Di fronte c'è il mondo simile a un oceano impazzito. Sgomenta vedere queste due entità che non comunicano, che non si toccano, e delle quali Sasso è un singolare regista? un analista vi andrebbe a nozze: sembrerebbe un principio di schizofrenia filosofica; ma -ribatte Sasso- la schizofrenia, almeno simbolicamente, significa che un ordine si è rotto, una unità si è scissa, una parte va a destra, una a sinistra; da un lato la filosofia dall' altro l'opinione. E dire che una scissione si è prodotta significa ammettere che all'origine c'era unità, una relazione. Viceversa tra verità e opinione non esiste nessuna relazione. Ma in fondo l'Occidente è sempre stato abituato a pensare in termini di riunificazione ciò che era scisso. Dare alla filosofia un compito, magari fallimentare, ma darglielo. Non tanto la filosofia come medicina dell'anima, come qualcosa di edificante. Piuttosto una sorta di educazione alla finitezza e alla morte... Però -replica ancora Sasso- uno può essere educato alla morte in tanti modi: attraverso la lettura dei classici, l'ascetismo, lo yoga. Ma si capisce che alla fine è pur sempre questo il fantasma che viene esorcizzato e poi ritorna.
[rielaborazione di un'intervista di A. Gnoli de "la Repubblica"]
Il gran libro di Sasso è anche la miglior risposta critica ad un altro capolavoro: "La struttura originaria" di E. Severino (fondamentali anche i suoi "Essenza del nichilismo" e "Studi di filosofia della prassi"), il cui sistema tuttavia -pur molto suggestivo (anche perché dotato di un'esposizione caratterizzata da un linguaggio sempre limpido)- ha quel limite tante volte messo in luce appunto da Sasso: il mancato adeguato controllo del concetto di identità (o essere), e quindi di differenza, e di nulla.
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5.0FINALMENTE LA MIGLIOR DEFINIZIONE DELLA VERITA' !, 09-10-2008, ritenuta utile da 3 utenti su 7
di - leggi tutte le sue recensioni
Giunto all'età di settant'anni, il professor Gennaro Sasso si svegliò una mattina con un'idea sorprendente. Non è che ai suoi occhi quell'idea dovesse turbarlo più di tanto. Erano anni che vi lavorava percorrendo quel labirinto mentale in cui si era volontariamente rinchiuso. Ma dopotutto le conclusioni cui era giunto erano così estreme, così poco equivocabili nello scandalo che sollevavano, da lasciare nello sconcerto chi, pur conoscendolo, ne fosse per così dire entrato in contatto. Potrebbe iniziare anche così, sotto forma di un incipit romanzesco, la recensione di questo bellissimo e sorprendente libro di uno dei più insoliti studiosi del pensiero filosofico. Il suo libro ha tutta l'aria di dirci qualcosa che non vorremmo sentire. Ci dice che la verità, posto che la si ottenga, non serve a niente. La tradizione filosofica ha per lo più inteso la verità come uno strumento. Ma a questa funzione non può essere ridotta, pena il finire in una serie di nidi d'aporie. La verità è povera e rigorosa. Concetto deludente se la verità la si mette in relazione con una speranza o addirittura con una illusione. Cioè se la si mette in relazione a qualche cos'altro. La filosofia invece non sta in rapporto con niente: accade semplicemente, nonostante il mondo. È come, per dirla in termini fenomenologici, un completo vuoto, una grande natura morta, è l'essere che non è né in grado di affermare né di negare. Non è ricerca della verità, è la verità. Ad essa non ci si dedica; è qualcosa che di per se stessa svolge il suo compito. Senza sbagliare mai. Lì dentro l'errore non è ammesso. È uno dei punti di maggior distacco dalla tradizione occidentale. Se ammettessimo che la filosofia per raggiungere il vero deve passare attraverso l'errore, attraverso la devianza, allora bisognerebbe riconoscere che nella costituzione del vero il falso gioca un ruolo fondamentale. Il che è inconcepibile. Come è inconcepibile il fatto che la filosofia, o la verità, siano forme legislative della realtà, capaci di regolarla, illuminarla. Nel regno dell'opinione, infatti, qualunque cosa che accade ha la sua legittimità in quanto accade. Quando leggiamo, non dico Machiavelli o Hobbes, ma lo stesso Tucidide o Spinoza, quando guardiamo la politica al di là della sua quotidiana noiosità e liturgia, e vediamo certi momenti aspri, non è che non rimaniamo turbati. C'è nella politica qualcosa di terribile. Ma soprattutto la cosa tremenda è che tutto quel che accade nell'universo storico, accade, e, in quanto è accaduto, perché dovremmo dire che non ha legittimità ad esistere? In quanto accadono due cose, poniamo uccidere una persona o salvarla, hanno la stessa legittimità; hanno più esattamente la loro realtà di accadimenti. Ciascuno può scegliere, sì, tra una cosa e l'altra. Può stare dalla parte dei torturatori o da quella dei torturati. Può sposare le ragioni del bene o quelle del male. Tutto questo rientra nella scelta. Ma se si pretendesse di far discendere questa scelta da una garanzia di carattere trascendente o religioso o etico, allora dovremmo costruire una metafisica della politica che avrebbe le stesse debolezze della metafisica classica, soffrirebbe delle stesse aporie. Si dice che la vita è un valore, è in qualche modo sacra. Ma se accettassimo l'idea che la natura umana è sacra, dovremmo anche dire che questa regola razionale è stata tra le più calpestate negli ultimi millenni. La verità è che la scelta di battersi per quelli che noi consideriamo nel nostro ambiente dei valori è resa forte appunto dalla potenza della scelta stessa, cioè dalla decisione. Insomma l'etica non si deduce, ma si decide. È dura da condividere, ma l'etica ahimè non è definibile. Chi può garantire che una cosiddetta decisione etica sia davvero etica? Nessuno può dare una risposta argomentata. La verità è che l'assolutezza dell'etica sta semplicemente nella decisione che la decide.
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