L' uomo nell'Olocene

L' uomo nell'Olocene

5.0

di Max Frisch


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Dettagli del libro

  • Titolo: L' uomo nell'Olocene
  • Traduttore: Bianchi B.
  • Editore: Einaudi
  • Collana: Nuovi Coralli
  • Data di Pubblicazione: 1981
  • ISBN: 8806526960
  • ISBN-13: 9788806526962
  • Pagine: 112
  • Reparto: Narrativa

Voto medio del prodotto:  5.0 (5 di 5 su 1 recensione)

5.0La memoria dell'Occidente, 06-07-2010, ritenuta utile da 6 utenti su 6
di - leggi tutte le sue recensioni
"L’uomo nell’Olocene" è un libro niente male. Non brilla per leggibilità, o plasticità del fraseggio, che è sempre piuttosto rigido. Ma ha una struttura forte e decisa. La trama si risolve in poco: il Signor Geiser – protagonista – sta nella sua casa nel Canton Ticino, in un paesello afflitto dalla pioggia incessante – “perlomeno non nevica” -, a rimurginare su varie cose. I ricordi dell’Islanda, di cui si offre una bellissima descrizione, le afflizioni di un uomo con qualche pretesa intellettuale, i ricordi in genere, il ricordo, il ricordare, la brama di conoscere, il fallimento. L’uomo tenta di ricostruire la sua cultura, le sue conoscenze. Elenca maniacalmente le riserve alimentari rimaste in casa, si appunta su dei fogli i ricordi di studio: le ere geologiche, la sezione aurea, la velocità del lampo, varii minerali. Attinge ai dizionari, alle enciclopedie e ad altri manuali: ritaglia riquadri con spiegazioni, elenchi e disegni, li appende in cucina, in soggiorno, sulle travi di legno con le puntine, con il nastro adesivo sui muri. Eppure, infine, ancora, “quante cose non si sono imparate!”.
Il libro mi ha fatto più volte pensare alla Nausea di Sartre memoria, fatte le debite distinzioni. Prima di tutto lo stile, che in Sartre è pienamente letterario, narrativo, mentre in Frisch è asettico, da manuale, descrittivo, wittgensteiniano (anche nell’aprirsi improvviso al lirismo). Ciò per cui pensavo a "La Nausea" (altrimenti non avrebbe avuto senso tirarlo in ballo) è una stupidaggine, forse. Il Signor Geiser mi ricorda incredibilmente l’autodidatta di Sartre, quello che in biblioteca studia tutto lo scibile in ordine alfabetico, che organizza la sua conoscenza come se il rapporto fosse “sapere –> uomo” e non viceversa, come se l’uomo fosse piegato e subordinato al sapere, oggetto da archiviare senza preferenze speciali. E poi certi atteggiamenti del Signor Geiser, certe pose esistenzialistiche (le sue riflessioni sulla salamandra finita una in cucina e una in bagno, l’impossibilità di toccarla, l’ossessione nel pensarla a casa mentre lui è in gita nei boschi).
Il baricentro del libro penso però possa trovarsi nella frase che ho citato poco fa: “quante cose non si sono imparate!”. Perché il libro in fondo parla di questo, dell’ansia di conoscere, dello scacco inevitabile di fronte a ciò che rimane fuori e dello scacco di fronte a ciò che si era imparato e che sfugge sotto gli occhi e alle mani incapaci di fermare il corso della perdita. È un libro sulla memoria, serbatoio a perdere, per cui non c’è riparo. E sulla memoria si apre infine un rapporto dialettico, tra il ricordare inteso come necessità umana (vissuta nel caso del Signor Geiser con ansia e senso di rincorsa) e il ricordare come gesto inutile: “Tutti i foglietti, che siano sulla parete o sul tappeto, possono scomparire. Che significa Olocene! La natura non ha bisogno di nomi. Il signor Geiser lo sa. Le rocce non hanno bisogno della sua memoria.”
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