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Undici solitudini

Undici solitudini

di Richard Yates


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Descrizione

Pubblicata originariamente nel 1962, questa raccolta di short stories è considerata uno dei capolavori della narrativa americana del secondo Novecento. Il New York Times l'ha definita "l'equivalente newyorkese di Gente di Dublino di joyce", e Kurt Vonnegut "la migliore raccolta di racconti mai pubblicata da un autore americano". Dalle vite "normali" di segretarie di Manhattan e maestrine di Brooklyn, di potenziali romanzieri frustrati, di tassisti sognatori, soldati disillusi e ragazzini disadattati, Yates crea un mosaico indimenticabile che rivela tutte le ombre dei sogno americano all'apice del suo (presunto) splendore; ma "Undici solitudini" non è solo l'impietoso ritratto di un'epoca: la precisione dei dialoghi, il ritmo infallibile, l'attenzione ai particolari, l'essenzialità della scrittura danno alle storie di questi personaggi un'intensità che le rende dolorosamente universali e senza tempo.

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4.0Undici solitudini, 03-04-2011
di M. Stolti - leggi tutte le sue recensioni

«Risultato discretamente deludente rispetto ad altre sue produzioni.
Preferisco lo Yates dei romanzi rispetto a questo dei racconti e questo è il motivo per cui ho dato solo 3 stelline a questa raccolta. Mi piace il modo in cui nei romanzi riesce a scavare nell'animo e nella psiche dei suoi personaggi, al punto che ti sembra proprio di conoscerli, di entrare nella loro testa, di soffrire lo stesso loro disagio. Nella forma breve è più difficile farlo!
In questi racconti emerge il tema della solitudine, dell'emarginazione nelle grandi città o in un gruppo (uno studente che non si uniforma alla massa e viene deriso dai compagni e non integrato nella classe, un soldato all'interno di un esercito, un impiegato nell'azienda in cui lavora, un malato chiuso in un ospedale...).

La scrittura di Yates è fluida, scorre veloce e arriva sempre dritta al dunque, senza tanti giri di parole e tanti fronzoli.
Quando leggo i pensieri di Yates che prendono la forma di precisi dialoghi nelle bocche dei protagonisti dei suoi racconti, mi viene la pelle d'oca! E questo perché sono identici a ciò che penso io: l'insofferenza provata verso l'omologazione, la moda, le villette tutte uguali nei sobborghi, i leccapiedi che mettono a tacere la loro coscienza e diventano schiavi del potente di turno per fare carriera, i matrimoni per sentirsi realizzati come individui di una società... Tutte realtà che lui è riuscito a identificare, mettere in luce e condannare già nel lontano 1962 e che nella società italiana del 2010 sono ancora realtà a cui i più aspirano. Ma quanto era "avanti" quell'uomo, che sensibilità spiccata, che apertura mentale!

Con la sua vena di pessimismo, che permea sia i suoi romanzi che i suoi racconti, Yates ci esorta proprio a lottare per raggiungere la felicità, perché è solo nel momento in cui scaviamo dentro noi stessi per capire le nostre reali inclinazioni, allontanandoci da quello che ci vuole imporre la società esterna, che possiamo avere una possibilità di essere felici. I suoi personaggi non lo fanno mai, hanno paura di reagire, di uscire dai binari sicuri in cui scorre la propria vita e per questo rimarranno nella loro sofferenza e apatia e saranno sempre un'ombra di quello che avrebbero potuto essere se avessero lottato per fare venire fuori il proprio IO, diverso da quello di tutti gli altri.
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