Troppo umana speranza

Troppo umana speranza

3.5

di Alessandro Mari


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Descrizione

Prima metà del diciannovesimo secolo. Sullo sfondo di un'Italia che non è ancora una nazione, quattro giovani si muovono alla ricerca di un mondo migliore: un orfano spronato dalla semplicità che è dei contadini e dei santi; una donna, sensi all'erta e intelligenza acuta, avviata a diventare una spia; un pittore di lascive signore aristocratiche che batte la strada nuova della fotografia; e il Generale Garibaldi visto con gli occhi innamorati della splendente, sensualissima Aninha. Siamo di fronte a un'opera che si muove libera nella tradizione narrativa otto-novecentesca, europea e americana. Racconta, esplora documenti, inventa, gioca e tutto riconduce, con sicuro talento, a un solo correre fluviale di storie che si intrecciano e a un sentimento che tutte le calamita. Alessandro Mari scrive un romanzo sulla giovinezza. La giovinezza del corpo, della mente, di una nazione. Una grande storia popolare.

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Dettagli del libro


Voto medio del prodotto:  3.5 (3.5 di 5 su 4 recensioni)

3.0Tanto rumore...., 02-05-2012
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Romanzo impegnativo, che rileva sicuramente le grandi doti del narratore ma che mi ha lasciata molto perplessa. Intanto la mole del romanzo e la scelta di includervi quattro distinte narrazioni rende molto lenta la lettura, che già di per sè richiede concentrazione. Lo stile infatti è molto ricercato, ampolloso, costruito, fine a sè stesso, manca di spontaneità e questo si riversa inevitabilmente sulla struttura dei personaggi. A parte forse Colombino a tutti gli altri manca un'anima, uno spessore che li faccia vivere anche fuori dalle pagine del romanzo.
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4.0Scritto magnificamente, 20-04-2012
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Un libro lungo e denso. Siamo nella seconda metà del diciottesimo secolo. Sullo scenario di un'Italia che non è ancora uno Statio, quattro persone si muovono alla caccia di un vita migliore. La storia è amplificata dalla fantasia di un autore che scrive realmente bene. Siamo dalle parti di Vassalli e Saramago tanto per darvi un'idea. Leggetelo anche solo per conoscere un Garibaldi anormale dal solito.
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4.0Da leggere, 14-09-2011, ritenuta utile da 1 utente su 1
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Una lettura molto molto piacevole che ripeterò sicuramente in futuro! La trama e coinvolgente ed appassionante e non mancano le emozioni. Questa è la storia di Colombino, un orfano che non possiede nessun bene e che nella vita spala il concime nei campi. Un ragazzo semplice che ha un solo desiderio: sposare Vittorina.
Stupendo questo romanzo... Mi ha regalato delle emozioni uniche. Lo consiglio assolutamente di leggerlo.
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3.0Scrive molto bene ma deve crescere, 22-03-2011
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A parer mio si vede che questo romanzo è l'opera prima di uno scrittore di sicuro talento, ma ancora incapace di sottrarsi a certe ridondanze narrative proprie del neofita che più scrive e più si scopre bravo, e più si scopre bravo e più scrive, intricando di autocompiacimenti i sentieri narrativi: con il risultato di rinviare ed imporre impropriamente al lettore ogni pur necessario sfrondamento orientativo e gustativo. A meno che l'astuto Mari non abbia voluto consapevolmente riproporre le finte ingenuità e le accorte dilazioni proprie dell'ispirazione diciamo cottimale di molti scrittori di successo dei romanzi d'appendice di oltre un secolo fa, senza avere tra l'altro il coraggio di buttare via niente delle accurate ricerche storiche, ma anzi tendendo ad attualizzarle allo spasimo nell'animo del lettore, un po' come succede nei drammi grandguignoleschi: troppo spesso infatti, che si tratti di scene di improrogabile sesso dell'Eroe, oppure di propedeutica battaglia, a riflettere bene si tratta sempre di compiaciute laparatomie. Questo almeno per quanto riguarda la decostruzione del personaggio Garibaldi, quello maggiormente storico, che qui finisce con l'assomigliare più ad un instancabile macellaio dalla tuta eternamente sanguinolenta, piuttosto che ad un intrepido o, se si vuole, temerario artefice di lotte di liberazione di popoli. Degli altri tre protagonisti titolari dei percorsi narrativi, soltanto uno a me risulta storico, e cioè Anita (o Aninha), che ho trovato tutto sommato più credibile, anzi a tratti coinvolgente nella appassionata trasposizione "umana" che ne propone lo scrittore.

La terza è una donna, Leda, dalle vicende un po' arruffate - dovrebbe spiare all'ingrosso un evanescente Mazzini, e nemmeno ho capito perché e chi è il committente, salvo che lei alla fine lo ammazza e grazie proprio a "Pippo" (Mazzini) riesce a salpare per Livorno e si rifà una vita. Il quarto protagonista è un indissolubile binomio ragazzone-mulo, entrambi piissimi e di campagna, più intelligente però il mulo: che infatti si chiama allusivamente Astolfo, mentre il padrone soltanto Celestino, nome anche di un papa fatto santo senza spaccare troppo il capello, come di norma nella Chiesa che non deve chiedere niente a nessuno. Insomma per ora un discreto polpettone - temo purtroppo ammiccante ad un terrificante reality parapatriottico - ma il giovane cuoco promette bene, purché non si rovini, appunto, con le mense aziendali e certi pessimi maestri.
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