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Suttree

Suttree

di Cormac McCarthy

4.0

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  • Editore: Einaudi
  • Collana: Super ET
  • Traduttore: Balmelli M.
  • Data di Pubblicazione: maggio 2011
  • EAN: 9788806207816
  • ISBN: 8806207814
  • Pagine: 560
  • Formato: brossura
Per vivere Suttree pesca pesci gatto nelle acque limacciose del fiume Tennessee. E sul fiume vive, in una baracca galleggiante ai margini della città di Knoxville, fra ratti reali e metaforici. Ci si è trasferito dopo aver abbandonato un'esistenza di privilegi borghesi e pastoie religiose; l'ha fatto per vivere. Ora nel suo nuovo mondo impara ciò che il fiume insegna: che nel tutto in movimento - quel flusso ora grigio, ora bruno, nero, marrone, color peltro, ardesia, inchiostro o carbonio della cloaca maxima - "il colore di questa vita è acqua" e perciò solo "le forme più primitive sopravvivono". Alcune di esse finiscono impigliate nelle sue reti di pescatore e, volente o più spesso nolente, Suttree deve tentare di portarle in secca, magari immergendosi con loro in liquidi a più alta gradazione. Prima fra tutte la forma di uno spassoso troglodita come Harrogate, giovane topo di campagna con una passione contronatura per i cocomeri e una determinazione tanto candida quanto feroce a trasformarsi in ratto di città. A fianco di questo novello Huckleberry Finn e dei suoi guai Suttree impara altri colori dell'infinito scorrere.

Note su Cormac McCarthy

Cormac McCarthy è nato a Providence, nello Stato di Rhode Island, il 20 luglio del 1933. Terzo di sei figli, nel 1937 si trasferisce nella famiglia nel Tennessee. Frequenta una scuola cattolica di Knoxville e nel 1951 si iscrive all’Università del Tennessee. Nel 1953 viene arruolato nell’esercito e presta servizio per quattro anni, trascorrendo due anni in Alaska, dove ha tenuto un programma radio. Nel 1957 torna nel Tennessee e riprende gli studi, senza conseguire la laurea. In questo periodo inizia a scrivere. Alla fine degli anni Cinquanta pubblica due racconti su una rivista studentesca. Si sposa con Lee Holleman nel 1961. Dalla relazione nasce un figlio, Cullen. Dopo un periodo trascorso a Chicago, la famiglia torna nel Tennessee, ma poco dopo la relazione con Lee Holleman finisce. Il suo primo romanzo viene pubblicato nel 1965 e si intitola “Il guardiano del frutteto”. Avendo vinto una borsa di studio assegnata dall’American Academy of Arts and Letters, si imbarca su una nave diretto verso l’Irlanda. Sulla barca conosce la seconda moglie, Anne De Lisle, cantante della nave. Con una seconda borsa di studio offerta dalla Fondazione Rockfeller, continua a viaggiare per l’Europa. Si ferma per due anni a Ibiza e scrive il secondo romanzo “Il buio fuori”. Tornato nel Tennessee, continua a scrivere romanzi. Dopo essersi separato anche dalla seconda moglie, si trasferisce a El Paso, in Texas. Nel 1979 scrive “Suttree” e a partire dagli anni Ottanta pubblica altri numerosi romanzi. Alcuni suoi romanzi sono stati trasposti in versione cinematografica, tra questi vi è il romanzo del 2005 “Non è un paese per vecchi”, che ha dato vita al film omonimo con la regia dei fratelli Coen. Il suo ultimo romanzo “La strada” (2007) ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa. Cormac McCarthy attualmente vive a Tesuque, nel Nuovo Messico, assieme alla terza moglie, Jennifer, e al figlio John.
 

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Recensioni degli utenti

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Voto medio del prodotto:  4.0 (3.9 di 5 su 13 recensioni)

5.0Mccarthy sei un genio, 15-05-2012
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E' un romanzo bellissimo, un frammento di vita di un personaggio che ha saputo vivere ai limiti con un'eleganza e una ingenuità che a tratti lasciano attoniti. Personaggi sorprendenti, atmosfera rarefatta e a tratti visionaria, ironia intelligente e un cinismo che a volte fa male. Ritengo che McCarthy sia uno dei più grandi scrittori americani, senza ombra di dubbio.
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5.0La vita di un ubriacone (e non solo), 27-04-2012
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Pubblicato finalmente in Italia con un incomprensibile ritardo di decine d'anni, acclamato dalla critica come il suo miglior libro, Sutree ci guida tra le giornate del protagonista Buddy Cornelius Sutree. Ubriacone, disoccupato, povero, vive la sua vita tra pesca e bevute, circondato da universo di comprimari delineati in modo perfetto.
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2.0Scontato, 22-09-2011
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Non ho apprezzato affatto questo testo per diversi motivi: il testo presenta una storia che non lascia alcun tipo di spazio riflessivo, si presenta pedante e molto scontata, al contrario! Pertanto, leggendo si intravvedono già i risvolti senza il gusto di poter quantomeno ipotizzare diversi scenari possibili.
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4.0Un libro crudo e difficile, 03-08-2011
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Un libro che ha un forte impatto sul lettore. Ti raggiunge come un pugno nello stomaco, grazie alle sue magnifiche descrizioni in contrapposizione ai dialoghi essenziali e ai silenzi del protagonista. Racconta di uno spaccato d'America degli anni 50, dell'America dei derelitti, dei rinunciatari alla vita, di persone che si lasciano sopraffare dal destino e nulla fanno per cambiarlo, ma si lasciano trasportare dalla corrente del fiume, si lasciano passivamente vivere o forse morire ogni giorno un po' . Siamo molto lontani dall'America che spesso troviamo negli altri romanzi, quella delle grandi opportunità, del sogno americano, quella dove ogni uomo può modificare il suo destino. L'autore riesce a dare dignità letteraria a questi personaggi, i miserabili e i derelitti.
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4.0Suttree, 27-07-2011, ritenuta utile da 2 utenti su 2
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Storia che si snoda lungo la grande storia del wesr americano, ha per protagonista un uomo solo e triste. No, Suttree non è disperato perché è cattivo. Non c'è mica bisogno di esser cattivi per essere disperati.
Diceva san Tommaso che la tristezza è il desiderio di un bene assente. Per cui chi è triste crede comunque che esista un bene, e non smette di desiderarlo. Suttree invece ha smesso da tempo di credere che esista un bene, nel senso di un fine, di un senso nella vita. Non ci credeva già quando apriamo il libro, ma pagina dopo pagina la sua visione del mondo e del reale si incupisce sempre più, sotto il peso dei colpi del destino.
Suttree non vive, si lascia vivere.
Non che non sia attivo e non si dia da fare, anzi. Fa il pescatore, e non c'è giorno che non distenda le sue lenze nel fiume e non le vada a ritirare, e vive di quel poco che guadagna vendendo i pesci gatto ai pescivendoli del mercato di Knoxville.
No, Suttree non vive nel senso che dalla vita non si attende nulla. Non ha progetti, prende quel che viene, il male come il bene (e di solito è male). Non ha rimpianti, solo rimorsi. E neanche a quelli dà molta importanza.
Ubriacone e bevitore di latte e cioccolata; galeotto e rispettoso della polizia e della legge; senza un dollaro in tasca, eppure prodigo con amici e conoscenti; straccione e cadente, ma capace di pensieri e osservazioni da filosofo poeta, Suttree è un mistero di contraddizioni. Il suo passato ci è sconosciuto, e quel poco che si svela è male atroce. L'unica cosa che sappiamo, e che Suttree ci lascia come cifra della sua vita, quasi a mo' di epitaffio, è che solo Suttree è Suttree. Ma questa non è una conclusione, semmai una confessione d'ignoranza.
Si chiude il libro, e di Suttree resta il mistero. Eppure fra disperazione, squallore e miseria, l'itinerario, seppure circolare, si è chissà come arricchito di quel nulla che ha trovato per strada.
E come spesso accade con Mc Carthy, il nulla lascia il lettore commosso e perturbato. Ma comunque soddisfatto.
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4.0Suttree, 14-07-2011
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Si conferma, oggi come oggi, il miglior scrittore di lingua inglese. Libro per uomini, libro per donne? Ma di che stiamo parlando? Un libro come questo è un libro per tutti e per ognuno. Negli sfigati di McAnally Flats Cormac ha voluto ritrarre l'umanità, e mi sembra che ci sia riuscito. E' vero che è un romanzo fatto di tanti episodi (anche se a ben vedere ci sono dei filoni ricorrenti, dei temi profondi che tornano); ma non è vero questo anche del Don Chisciotte? Insomma, non mi piace tanto usare questo termine, ma qui abbiamo un capolavoro di tutti e per tutti.
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3.0Suttree, 05-07-2011
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Capolavoro di critica e di pubblico, acclamato come il vero best seller del 2010. Bello, nelle ultime 250 pagine. Il resto una noia mortale. Mc Carthy è un cultore della scrittura, della parola, della ricerca spasmodica della frase neobarocca, cupissimo e visionario insieme. Tuttavia il lettore di normale cultura è messo duramente alla prova da una lingua che non di rado richiederebbe il vocabolario a portata di mano per capire le leziosità dell'uso di termini marinareschi e botanici; a prova ancor più dura viene esposto per cercare di tenere insieme nella mente un racconto complesso, ma spesso poco riconducibile ad una narrazione uniforme. Personaggi appaiono, creano aspettative e poi spariscono con te che ti chiedi che fine abbiano fatto, quale fosse il loro ruolo nel racconto.
Un racconto epico, sotto certi aspetti. Ma epici sono anche gli sforzi per arrivare alla fine da svegli.
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5.0Suttree, 31-03-2011
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A questo autore io darei il Nobel per la letturatura! Riesce nell'impresa di scrivere un'opera monolitica, muovendosi abilmente fra grottesco e lirismo, comicità e tragedia. Lo fa mettendo in scena le vite dei diseredati, scandite da notti costellate di bevute e notti costellate di botte in guardina. L'assodata bellezza della sua scrittura risalta ancora di più, in questo mondo fatto di scorie.
Grande narrativa, generata tramite mitopoiesi dello squallore.
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3.0Suttree, 15-02-2011
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Ho comprato questo libro perchè in offerta. Libro apprezzatissimo, capolavoro per molta critica, grande successo di pubblico, meraviglioso secondo un mio amico scrittore prestato all'informatica. Bello, nelle ultime 250 pagine. Il resto una noia mortale. Mc Carthy è un cultore della scrittura, della parola, della ricerca spasmodica della frase neobarocca, cupissimo e visionario insieme. Tuttavia il lettore di normale cultura è messo duramente alla prova da una lingua che non di rado richiederebbe il vocabolario a portata di mano per capire le leziosità dell'uso di termini marinareschi e botanici; a prova ancor più dura viene esposto per cercare di tenere insieme nella mente un racconto complesso, ma spesso poco riconducibile ad una narrazione uniforme. Personaggi appaiono, creano aspettative e poi spariscono con te che ti chiedi che fine abbiano fatto, quale fosse il loro ruolo nel racconto.
Un racconto epico, sotto certi aspetti. Ma epici sono anche gli sforzi per arrivare alla fine da svegli.
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4.0Suttree, 14-02-2011
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Ho appena finito di leggere queste deliziose pagine. Devo dire di essere rimasto soddisfatto. Mi chiedo: perché libri come questo ci colpiscono tanto? Perchè - quei pochi fortunati di noi che sanno recepirlo - se li sentono fin nelle ossa, in modo quasi fastidioso?
Questa disperazione, questa vita fatta di una misera casa galleggiante, e pesca su un fiume lurido, e amore e morte nel fango, e prostitute che - forse - sono qualcosa di più, ma invece no, e illusioni di luce, e buio che incombe.
Perché sono così vividi, così permeanti, così densi di ciò che sappiamo essere vero?
Perché - noi, intendo, noi che sappiamo - non preferiamo leggere di vero amore, di vite nella luce e in mezzo ad assolati campi di grano? Perchè cerchiamo la sofferenza, perchè amiamo chi ci dice che siamo attorniati da fango, sabbie mobili, gelo e labirinti dalle pareti vischiose?
Perché è così.
Perché, per saper parlare davvero di luce, si deve conoscere meglio il buio. Perchè, per apprezzare davvero la bellezza che è ovunque, bisogna esserne privati.

Questo mondo oscuro, complicato, bellissimo e sofferente è tutto ciò che abbiamo. Non sarebbe giusto mancargli di rispetto dipingendolo colmo di farfalle e margheritine.
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5.0La Luce è ovunque, 04-10-2010
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Mi sto ancora chiedendo da dove mi sia uscito questo titolo per il commento.
Per Suttree.
Per un libro che marcia - il più delle volte - tra desolazione, gelo, ubriachezza, botte, fame, ingiustizie, morte, rassegnazione.
Credo di averlo scelto perchè - in fondo - McCarthy non ce la fa. Seppur immerso fino alla radice dei capelli in una trama oscura e complicata, non riesce ad andare a fondo. O meglio, non vuole.
E meno male.
Vedete, questo è Suttree:
"Suttree fra gli scarti come feccia sul fondo di un calice, particella di materia attonita che si essicca nel fango conciante, la terra damnata della defunta alchimia cittadina".
Allegro, sì.
Ma Suttree è anche questo:
"Si accasciò e incrociò i polsi in grembo. Davanti agli occhi un mondo di incredibile bellezza. In qualche cavità recondita del suo cervello il sangue di lontane antenate celte lo indusse a discorrere con le betulle, con le querce. Nei boschi baluginava un freddo fuoco verde e lui riusciva a sentire i passi dei morti. Tutto gli era caduto di dosso. Distingueva a stento i confini tra se stesso e il mondo e non se ne curava. Giaceva supino sulla ghiaia, le ossa attratte dal centro della terra, briosa vertigine momentanea, illusione di essere sbalzato nello spazio azzurro e ventoso, nel fuorigioco del mondo, a precipizio tra gli esili cirri lassù".
Ecco fatto. McCarthy può essere dolce come un poeta romantico o duro come un cazzotto sul grugno.
Per fortuna, sa scrivere, e scrivere di tutto. Di una città intirizzita dal freddo, stremata dal caldo, dove ci si muove in un niente di gesti quotidiani dalla semplicità insulsa.
Dove i pub sono ricavati in abitazioni fatiscenti, i topi di città - esili e intelligenti, svelti e sfortunati - se ne stanno in baracche di fortuna sotto i ponti e si fanno esplodere per rincorrere grandi idee di fortuna.
Dove ci sono ciechi e uomini di colore bloccati nell'ombra di un letto, e amici che ti trascinano in mezzo a risse fumose di alcool, e se ti pigli qualcosa in testa non puoi neppure lamentarti.
Suttree e il suo fiume, pescare, osservare la corrente, osservare - piuttosto - il tempo scivolare via, come cera giù da una candela, il buio si avvicina e tu dove sarai?
"Una vecchia scritta su una vecchia insegna diceva vagamente che era vietato entrare. Qualcuno doveva averla girata perchè indicava il mondo esterno. Tuttavia lui proseguì. Dicendosi che era solo di passaggio".
Precarietà.
Nulla sembra importare abbastanza. Eppure, il modo in cui Suttree percepisce le cose ci parla di un uomo che cova emozioni. Che cerca nonostante tutto: scopi, motivi, spiegazioni.
L'attesa - qui - non è un qualcosa di dinamico. Piuttosto, è uno sciabordio lento, un osservare pacato e profondo, un'esistenza fatta di gesti semplici, resi definitivi dalla loro scontatezza.
Colpi di scena? No.
Lo snervante incantesimo dell'essere. Ora e qui. Ma senza un granchè da fare. A parte vivere, ancora e ancora.

Mi chiedo: perchè libri come questo ci colpiscono tanto? Perchè - quei pochi fortunati di noi che sanno recepirlo - se li sentono fin nelle ossa, in modo quasi fastidioso?
Questa disperazione, questa vita fatta di una misera casa galleggiante, e pesca su un fiume lurido, e amore e morte nel fango, e puttane che - forse - sono qualcosa di più, ma invece no, e illusioni di luce, e buio che incombe.
Perchè sono così vividi, così permeanti, così densi di ciò che sappiamo essere vero?
Perchè - noi, intendo, noi che sappiamo - non preferiamo leggere di vero amore, di vite nella luce e in mezzo ad assolati campi di grano? Perchè cerchiamo la sofferenza, perchè amiamo chi ci dice che siamo attorniati da fango, sabbie mobili, gelo e labirinti dalle pareti vischiose?
Perchè è così.
Perchè, per saper parlare davvero di luce, si deve conoscere meglio il buio. Perchè, per apprezzare davvero la bellezza che è ovunque, bisogna esserne privati.

Questo mondo oscuro, complicato, bellissimo e sofferente è tutto ciò che abbiamo. Non sarebbe giusto mancargli di rispetto dipingendolo colmo di farfalle e margheritine.
Il Buio incombe.
Ma la Luce è ovunque.
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4.0il McCarthy che ho consigliato agli amici, 26-08-2010
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"Forse l'opus magnus di McCarthy. ... con ogni probabilità il suo libro più esilarante e insopportabilmente triste": così Stanley Booth definisce Suttree. La storia di un giovane uomo, fuggito dalla routine borghese di una famiglia che ormai lo odia e finito tra i rottami umani e metafisici, che popolano le rive del Tennessee, nei pressi di Knoxville.
Un posto che McCarthy conosce bene, per averci passato l'infanzia: nei meandri del fiume si muovono ladri, derelitti, assassini, fattucchiere, puttane, negri e poliziotti nell'America brutale dei primi anni cinquanta. Un mondo segnato dalla miseria, dall'alcol e dalla violenza. Suttree mette in scena la solitudine di un uomo che ha passato il confine, per arrivare in "Un mondo dentro il mondo. In queste lande straniere ... che i giusti vedono passando dalle auto e dai treni, dove un'altra vita sogna"[senza fonte].
La narrazione è spesso intricata come la vegetazione che infesta le rive del fiume. Il fraseggio è greve e intriso di spossatezza. Una maledizione incombe sui paesaggi e sugli esseri che li popolano. Suttree si muove sfruttando le correnti, attraversando secche e gorghi assassini. Segue la linea di minor resistenza, non riesce ad evitare naufragi catastrofici ma riemerge sempre, perché, a differenza dei tanti derelitti avidi e violenti, ignoranti e disperati che popolano il ghetto di McAnally, ha una fede individuale e crede. "Credo che gli ultimi e i primi soffrono allo stesso modo perché non è solo nelle tenebre della notte che tutte le anime sono un'anima sola".
Suttree è stato paragonato a Ulisse di James Joyce, Vicolo Cannery di John Steinbeck e Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain.
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