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Stirpe

Stirpe

di Marcello Fois

4.0

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  • Editore: Einaudi
  • Collana: Super ET
  • Data di Pubblicazione: ottobre 2011
  • EAN: 9788806207861
  • ISBN: 8806207865
  • Pagine: 243
  • Formato: brossura
È il 1889, eppure si direbbe l'inizio del mondo. Michele Angelo e Mercede sono poco più che ragazzini quando s'incontrano per la prima volta, ma si riconoscono subito: "lui fabbro e lei donna". Quel rapido sguardo che si scambiano è una promessa silenziosa che li condurrà dritti al matrimonio, e che negli anni verrà rinnovata a ogni nascita. Dopo Pietro e Paolo, i gemelli, arriveranno Gavino, Luigi Ippolito, Marianna... La stirpe dei Chironi s'irrobustisce e Nuoro la segue di pari passo. Le strade cambiano nome e si allargano, accanto alla pesa per il bestiame spuntano negozi e locali alla moda, e se circolano più soldi nascono anche bisogni che prima non c'erano. Come i balconi da ingentilire lungo via Majore, a esempio, e Michele Angelo che sa del ferro come nessun altro, ed è capace di toccare la materia con lo sguardo prima di plasmarla - si spezza la schiena in officina per garantire prosperità alla sua famiglia. Ma "la felicità non piace a nessuno che non ce l'abbia", e infatti quei Chironi venuti su dal nulla, così fortunati, sono sulla bocca di tutti. È l'inizio della stagione terribile: i gemelli vengono trovati morti, mentre la Prima guerra mondiale raggiunge anche Nuoro, e bussa alla porta di casa Chironi proprio quando Gavino e Luigi Ippolito - taciturno e riflessivo il primo, deciso e appassionato il secondo - sono in età per essere arruolati...

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Voto medio del prodotto:  4.0 (4 di 5 su 3 recensioni)

4.0Epica quotidiana, 05-04-2011
di - leggi tutte le sue recensioni
Un libro che lascia il segno per quell'intreccio di vita e di morte, di realtà e di sogno, di dolore personale e collettivo che lo rende così prezioso da invogliarmi a una rilettura. Lo stile di scrittura è scarno e vigoroso, sapido e denso di umori come la terra di Sardegna in cui è ambientata la storia di una famiglia tra il 1899 e la fine della seconda guerra mondiale.
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4.0E del vedere è misura mercede, 08-01-2011
di - leggi tutte le sue recensioni
"e del vedere è misura mercede,
che grazia partorisce e buona voglia"
Pd. XXVII, 112-13.
C'era una volta don Giovanni de Quiròn, messo regio giunto dalla Spagna all'aspra Sardegna...
C'era una volta un figlio orfano che attendeva l'arrivo di un padre fabbro e vedovo, perché "due solitudini messe vicine, anche se non fanno necessariamente una compagnia, almeno fanno sembrare la propria condizione meno amara".
C'erano una volta Michele Angelo e Mercede, "lui fabbro e lei donna", che fin dal primo incrociarsi degli sguardi sentono di avere un destino comune.
Così lentamente snocciolati come i grani di un rosario compaiono i personaggi di quella che sembrerebbe una favola antica ma che è invece una dramma barocco dai risvolti perversi.
Michelangelo e Mercede: quasi due figure mitologiche, lui homo faber lei venus genetrix, come dei novelli Giuseppe e Maria daranno vita a una progenie disgraziata, alla meglio nata morta.
Inizia, dunque, la stirpe dei Chironi (i gemelli, Gavino, Luigi Ippolito, Marianna...), sulla quale si abbatte una bufera infernale che mai non resta, eppure il ritmo che sottende tutte queste vicende è quello della ballata, forse una danza macabra.
Mercede mai disperata, al più compunta. E' lei il perno attorno al quale si dipanano tutti gli accadimenti e ne è misura, perché, benché la sua sia una famiglia disgraziata, i suoi figli sono graziosi, cioè, etimologicamente parlando, emanazione di grazia... Che è poi sinonimo di mercè!
Mercede si dimostra quasi rassegnata benché le sciagure tocchino finanche il raccapriccio con la morte dei gemelli trucidati da un maniaco. Potremmo immaginare l'espressione del suo volto mutare dal corruccio muto e pensoso all'imbambolamento infantile, simile a quello della Vergine della Pietà michelagiolesca ma, come una perfetta eroina, tragica la sua solitudine silente la porterà alla follia.
Eppure questi Chironi hanno un contegno quasi remissivo; solo una volta Michele Angelo ha una reazione tracotante: il giorno del funerale dei gemelli brucia la vigna per sfogo contro il fato e da questo gesto ha inizio una riflessione che lo porterà al principio epicureo del làte biòsas: "è così: qui si ha il dovere di stare nascosti, ora ho capito".
La storia privata di questa famiglia diventa quasi un breviario profano che sacralizza la ferocia di esistenza sacrificata nella speranza di un riscatto, ma proprio nei momenti di acme la narrazione si tinge con pennallate di poesia, "nel silenzio delle stanze ci sono dèi oppressi dai paramenti", e la scrittura grumosa ricorda il tratto della sanguigna che, man mano che avanza sul foglio, si ammorbidisce divenendo dolce.
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4.0Stirpe, 08-10-2010
di - leggi tutte le sue recensioni
Marcello Fois forgia il suo romanzo come farebbe un fabbro. Perchè il romanziere questo fa: prende una materia inerte e inizia a colpire. Deve sapere quando è il momento di fermarsi e quando bisogna avanzare. Porre domande senza aspettare le risposte. Non basta immergere i personaggi nella vita, ma occorre infondere loro la vita.
I personaggi più veri, sono quelli che ci sbattono nella vita! Quelli che sanno piegarsi al momento giusto, come il metallo, per diventare qualcos' altro; più completo, prezioso, anche se spesso è la sofferenza ad accompagnare la strada.
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