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Sullo stile tardo
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In sintesi"Mi concentrerò su alcuni grandi artisti e sul modo in cui, alla fine della vita, la loro opera e il loro pensiero abbiano acquisito un nuovo linguaggio che vorrei definire stile tardo." Edward Said descriveva così il progetto al quale aveva dedicato oltre vent'anni di studio, diversi cicli di conferenze e lezioni universitarie, e che lo impegnava ancora al momento della morte. Adorno, Beethoven, Richard Strauss, Benjamin Britten, Tomasi di Lampedusa, Luchino Visconti, Glenn Gould, Jean Genet, come pure Mozart, Euripide, Kavafis, Thomas Mann. Nelle loro ultime prove - a differenza di quan to accade, per esempio, con Rembrandt, Matisse, Sofocle, Shakespeare, Verdi - non si avverte una pacifica risoluzione delle contraddizioni, una serena compiutezza, bensì "intransigenza", "difficoltà", "disgregazione ", a tratti una "feroce militanza contro il proprio tempo", un anacronismo perseguito con ostinazione. È proprio questa "tardività inconciliata" ad attrarre maggiormente l'interesse di Said, che la esplora in quanto cifra stilistica più che per le implicazioni biografiche e autobiografiche, alle quali pure non era e non poteva essere insensibile, non da ultimo per la consapevolezza della propria malattia e dunque della mancanza di tempo. Lo scandaglio critico insiste sul linguaggio con cui il tema viene declinato nelle opere originali e, in alcuni casi privilegiati, nelle riletture e riscritture successive, talvolta realizzate con mezzi differenti. Tra gli esempi più articolati e ricchi di sfaccettature, la traduzione filmica del Gattopardo da parte di Visconti o quella operistica della Morte a Venezia da parte di Britten. Un libro che può essere considerato il capolavoro dello "stile tardo" dello stesso Said: un suggello alla sua vita, al suo impegno, al suo lavoro.
DescrizioneMi concentrerò su alcuni grandi artisti e sul modo in cui, alla fine della vita, la loro opera e il loro pensiero abbiano acquisito un nuovo linguaggio che vorrei definire stile tardo. Edward Said descriveva così il progetto al quale aveva dedicato oltre vent'anni di studio, diversi cicli di conferenze e lezioni universitarie, e che lo impegnava ancora al momento della morte. Adorno, Beethoven, Richard Strauss, Benjamin Britten, Tornasi di Lampedusa, Luchino Visconti, Glenn Gould, Jean Genet, come pure Mozart, Euripide, Kavafis, Thomas Mann. Nelle loro ultime prove - a differenza di quanto accade, per esempio, con Rembrandt, Matisse, Sofocle, Shakespeare, Verdi - non si avverte una pacifica risoluzione delle contraddizioni, una serena compiutezza, bensì "intransigenza", "difficoltà", "disgregazione", a tratti una "feroce militanza contro il proprio tempo", un anacronismo perseguito con ostinazione. È proprio questa "tardività inconciliata" ad attrarre maggiormente l'interesse di Said, che la esplora in quanto cifra stilistica più che per le implicazioni biografiche e autobiografiche, alle quali pure non era e non poteva essere insensibile, non da ultimo per la consapevolezza della propria malattia e dunque della mancanza di tempo. Lo scandaglio critico insiste sul linguaggio con cui il tema viene declinato nelle opere originali e, in alcuni casi privilegiati, nelle riletture e riscritture successive, talvolta realizzate con mezzi differenti.
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