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Sonetti

Sonetti

di Gioachino Belli


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Mentre in Italia infuria la battaglia risorgimentale. Belli decide di mettere in poesia la voce e la vita delle plebi romane, attraverso le mille articolazioni del suo dialetto. Lo fa componendo clandestinamente una serie di sonetti che formano, nel loro insieme, una sorta di "monumento alla plebe di Roma". Le ragioni di questa scelta non tardano a rivelarsi: nella Città Eterna governata dai papi, intrisa di corruzione e ipocrisia, il popolo è l'unico depositario della verità "sfacciata", e i suoi quartieri sono il solo luogo in cui è possibile avere un impatto con la realtà. Belli ha lo sguardo dell'antropologo e insieme l'arte del poeta, scrive Ascanio Celestini, "Così prende le parole e le tira via dalle bocche delle persone che se ne servono solo per un istante. Le intercetta mentre entrano nelle orecchie, si sporcano tra i suoni delle strade, dei mercati. Si interrompono a mezza frase". Tramuta in parodia e riso il frutto del suo studio colto e animato dei costumi e delle tradizioni della città, ora inducendo la plebe stessa a raccontare e a descrivere, ora raccontando e descrivendo attraverso brevi mimi scene concise. Ma se Belli fu un osservatore attento del popolo, non fu solo questo. La sua poesia s'inclina verso la satira velenosa contro lo stato teocratico: quella piramide che ha al vertice il papa, il despota che commanna e sse ne frega", e sotto di lui i prelati corrotti e prepotenti. Alla base c'è la plebe, vittima della sopraffazione dei ricchi, rassegnata o ribelle, onesta o ladra.

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