Il seno

Il seno

3.0

di Philip Roth


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Descrizione

Per ragioni incomprensibili, il professore David Alan Kepesh si ritrova trasformato in un enorme seno. Cieco ma provvisto di udito e soprattutto di sensibilità cutanea, riceve le visite del padre, che gli racconta le vicende del suo piccolo mondo ebraico, dell'affettuosa e banalissima fidanzata, del rettore, che fugge travolto da un riso incontenibile, e del suo psicanalista. Ma soprattutto viene lavato da miss Clark, l'infermiera che gli procura un piacere immenso. Da una situazione surreale, simile a un incubo kafkiano o a un quadro di Dalì, Philip Roth fa scaturire situazioni comiche (e oscene). Prima edizione Bompiani, 1973.

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Voto medio del prodotto:  3.0 (3 di 5 su 2 recensioni)

2.0Il seno, 31-07-2011
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Roth vorrebbe fare in qualche modo il verso a Kafka, non riuscendoci in tutto. Troppo scientifica la descizione dell'organismo trasformato in seno, non ci interessa il suo funzionamento, ma forse è proprio il sengo dei tempi. Non si preoccuparono i suoi predecessori di questioni medico cliniche, ma si occuparono, invece, di creare confusione e sconforto nel lettore attraverso l'elusione della normalità, l'eliminazione della causa effetto, e della concezione analitica della realtà, per lasciare spazio al senso di inadeguatezza e all'indagine psicologica.
Il racconto di Roth si presenta come un'ossessione sessuale che utilizza il dialogo con lo psicanalista per sfiorare il vissuto del protagonista che si nasconde e sfugge alla verità nonostante le sue ingombranti sembianze. Ai nostri tempi i corpi sono manipolati e medicalizzati, studiati sicentificamente e questo capita al nostro seno gigante, ma fin qui niente di nuovo, ce lo aspettavamo.
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4.0Il seno, 26-07-2011
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Piccolo omaggio a quello che è evidentemente l'autore ispiratori di Roth, cioè Kafka. La materializzazione di una ossessione, di una nevrosi. Kafka faceva diventare Gregor Samsa uno scarafaggio, animale ripugnante che incarnava il vuoto artico della mancanza di sentimenti entro il nucleo familiare.
Roth fa diventare Alan Kepesh una bella tetta.
Unisce Kepesh e Kafka solo una K. E un'ascendenza ebraica. Ma tutto in mezzo c'è il passaggio attraverso un nuovo Mar Rosso: quello della liberazione dai diktat morali e l'imposizione di nuovi: quelli della cultura americana.
Ma sarà poi solo quello? Sarà solo uno sfuggire all'essere ebreo (pur nella coscienza di non poter essere niente di diverso) e ad una educazione ossessivo-repressiva? O non sarà, piuttosto, una universale presa di coscienza dell'impossibilità di creare un ponte verso il femminino? Una abdicazione dolorosa alla possibilità di comprenderlo veramente?. Alan Kepesh, in effetti, è una tetta inutile. Una tetta che non dà latte e a cui viene anche negato il piacere sensuale.
Una tetta fine a se stessa. Come tante.
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