Seneca rivisitato. Per una lettura contestuale dell'Apocolocyntosis e dell'Octavia

Seneca rivisitato. Per una lettura contestuale dell'Apocolocyntosis e dell'Octavia

di Giuseppe G. Gamba


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In sintesi

Seneca, avvicinatosi alla fede cristiana in occasione della prima prigionia romana di San Paolo (56-57 d.C.) tramite la mediazione dell'Apostolo e dell'""armatore"" Teofilo, avrebbe finito per aderirvi (58-59 d.C.), trascinando con sé vari altri membri dell'aristocrazia e della famiglia imperiale, tra cui Petronio, il futuro autore del Satyricon, e lo stesso Nerone. Entrambi però, con motivazioni e manifestazioni comportamentali diverse, già sul finire del 62 d.C. avrebbero ripreso in pieno la loro ""libertà"", ritornando alla vita ""pagana"" e debosciata di prima. L'Octavia, tragedia composta da Seneca in quei frangenti, costituirebbe il ""Non tibi licet!"" gridato dal ""maestro"" apertamente in faccia all'""allievo"", già ""cristiano"", in occasione del ripudio della legittima consorte. L'Apocolocyntosis, invece, da collocarsi per argomento e per genere letterario, nel contesto delle celebrazioni funerarie di trigesima in onore dell'imperatore Claudio, si risolverebbe in una composizione di alto valore pedagogico e formativo destinata al diciassettenne Nerone nel momento in cui inizia la sua attività imperiale. Entrambe le composizioni poi, a ben considerarle, si rivelerebbero in prospettiva come l'antefatto ""storico"" giustificativo ed esplicativo del Satyricon di Petronio.

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