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Il sangue di san Gennaro

Il sangue di san Gennaro

3.0

di Sándor Márai


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Descrizione

A Pasqualino, perché aveva sei anni e ogni mattina portava giù l'immondizia, al pescatore monco, perché ammansiva il mare, a santo Strato, perché proteggeva il palazzo e i malati: a loro Màrai dedica il suo "romanzo napoletano", ambientato nella città dove visse dal '48 al '52, prima di partire per gli Stati Uniti. A formare il vasto coro, lacero e sgargiante, che commenta la vicenda intorno a cui è costruito il libro sono gli uomini, le donne e i bambini della città, con la loro miseria, il loro lerciume, la loro fatica di vivere e il loro orgoglio ancestrale di aristocratici; e le interminabili chiacchiere, le liti che scoppiano furibonde, teatrali, ritualizzate, da una finestra all'altra, i lutti non meno teatrali e urlati, i santi arcigni e polverosi dentro le teche di vetro - con la loro umanità piagata e ghignante. Un intero popolo che, fra tutte le possibilità, crede che "la più verosimile" sia il miracolo. Un giorno, dalle parti di Capo Posillipo, vanno ad abitare due stranieri, un uomo e una donna (inglesi? polacchi?): displaced persons, così li definiscono le autorità, profughi. Anche loro, almeno per un po', crederanno che lì possa avvenire il miracolo. Ma durante una violenta tromba d'aria si verificherà un evento che avrà il senso di una delusione assoluta, di una sconfitta inappellabile, poiché sancirà l'impossibilità di credere che ci sia un futuro per chi, in quanto esule, ha perso la propria identità.

In sintesi

Sándor Márai dedica il suo <> alla città in cui ha vissuto dal '48 al '52, prima di emigrare verso gli Stati Uniti. A fare da sfondo alla narrazione sono gli uomi, le donne ed i bambini che la popolano con le loro voci sguaiate e la loro sporcizia, le liti urlate da una finestra all'altra, le interminabili ciance e una religiosità che spesso e volentieri sconfina nel paganesimo e nella superstizione. La teatralità e la mimica napoletane sono impresse indelebilmente sulle pagine che raccontano dell'arrivo nel quartiere di Posillipo di un uomo e una donna, che le autorità definiscono profughi. Un giorno, in seguito ad una violenta bufera, l'uomo verrà ritrovato sfracellato sulla sabbia ai piedi di un belvedere, e in tre lunghi monologhi ci verrà illustrato cos'abbia voluto dire per quell'uomo la forzatura di vivere da esule in una terra straniera.

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Voto medio del prodotto:  3.0 (3 di 5 su 1 recensione)


3.0Il sangue di san Gennaro, 21-02-2011, ritenuta utile da 2 utenti su 2
di S. Santi - leggi tutte le sue recensioni

E' sempre sbagliato farsi delle aspettative su un libro. Tolgo un voto perché il finale ha disatteso le mie aspettative. Avendo letto da poco "Le braci", mi ero creata una certa aspettativa da questo secondo romanzo di Sandor Marai. Mi ha deluso in primo per la struttura. Sembrano due libri diversi messi insieme. Vi è una prima parte che mi è piaciuta parecchio, in cui lo sguardo di uno straniero che soggiorna in città, quale è lo scrittore ungherese, racconta una Napoli di signori e lazzaroni, brulicante di una variopinta umanità unita, indipendentemente dalle differenze sociali, dall'attesa del "miracolo", di fronte al quale la povertà, la miseria e la malattia non provocano disperazione e angoscia proprio perché c'è sempre la speranza del "miracolo" alla quale abbandonarsi con fiducia (e rassegnazione). Il miracolo atteso dalla popolazione napoletana da poco uscita dalla seconda guerra mondiale può arrivare da un parente che è emigrato in America, da un politico in visita a Napoli, dalle corse dei cavalli o dal totocalcio, magari da uno dei tanti santi nelle chiese ai quali i napoletani di ogni estrazione sociale sono soliti rivolgere richieste contenenti termini e modalità precise di esecuzione.

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