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Tutte le recensioni di R. Montagnoli

Unità senza identità. Come il Risorgimento ha schiacciato le differenze fra gli Stati italianiUnità senza identità. Come il Risorgimento ha schiacciato le differenze fra gli Stati italiani
di Giuseppe Brienza - Solfanelli
  • Prezzo: € 7.00
4.0
Fatta l'Italia restano da fare gli italiani, 13-02-2010
, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«Sono evidenti, sotto gli occhi tutti, i problemi che affliggono lo stato italiano, che appare non ancora maturo e consolidato dopo quasi un secolo e mezzo dalla presa di Roma. In particolare il popolo è affetto da particolarismi, da spinte eccessivamente autonomiste che finiscono con il minare la struttura, già di per sé debole in origine. Manca una forte identità nazionale, circostanza che impedisce la realizzazione di quelle riforme indispensabili per l'essere al passo dei tempi.
Unità senza identità affronta questo problema cercando di far emergere i motivi per i quali, se si è realizzata l'unità d'Italia, l'unificazione degli italiani è invece ancora ben lungi da essere concretizzata, con il fondato timore che la cosa sia ormai impossibile.
Per far questo parte necessariamente da una rigorosa analisi storica, al di là di ciò che è da sempre insegnato nelle scuole relativamente al risorgimento italiano.
Precisiamo subito che non è stato un moto di popolo quale si vuol far credere, anzi i nostri concittadini di quell'epoca furono abbastanza indifferenti.
Del resto i Savoia mai ambirono a unire l'Italia, già divisa in stati e staterelli, ma concepirono la loro azione solo come conquiste di territori da annettere allo stato piemontese, senza tener conto delle aspirazioni di chi li popolava, da secoli costituenti autonome realtà accomunate, come oggi, solo dalla lingua.
Vittorio Emanuele II, sempre descritto come un fervente patriota, in effetti considerava l'Italia solo come una mera espressione geografica, tanto che nei giorni precedenti alla proclamazione ufficiale del Regno d'Italia si oppose decisamente a questa denominazione del nuovo stato, intendendo invece mantenere quella di Regno di Piemonte. La presa di posizione del monarca fu tuttavia contrastata con successo da Cavour, timoroso che la decisione del re potesse costituire una palese smentita di ciò che era stata promesso da anni, con immaginabili conseguenze nei territori annessi e con riflessi non certo positivi nei confronti dell'alleato occulto (Inghilterra) che tanto si era prodigato per l'unità del nostro paese; e non si creda che questo aiuto fosse motivato solo da simpatia, perché da un lato la politica inglese mirava a temperare con una nuova realtà abbastanza forte le mire espansionistiche di Francia e Austria, e dall'altro intendeva indebolire lo stato pontificio, da sempre inviso alle logge massoniche di oltremanica.
Quindi già la premessa per la concretizzazione dell'unità era debole e lo fu ancor di più nella realizzazione pratica, perché non si tenne conto del fatto che i territori annessi avrebbero dovuto almeno godere di quell'autonomia a cui erano abituati, magari armonizzandola in un contesto di prudente trattativa, un po' come fece la Prussia con i non pochi staterelli che costituivano la Germania, ancora sola espressione geografica, ma che in breve divenne uno stato federale coeso e con gli abitanti dotati di una forte comune identità.
Il Regno di Sardegna, anche perché poco esteso e influenzato dal concetto di stato sorto con la rivoluzione francese, e poi indirettamente riconfermato con la restaurazione, era un forte accentratore e si oppose decisamente alla soluzione proposta da qualche parlamentare e volta a dividere amministrativamente l'Italia in comuni e regioni, più o meno corrispondenti queste ultime alla realtà antiunificazione.
In questo contesto si può quindi comprendere come i mali, forse insanabili di oggi, abbiano avuto origine da decisioni sbagliate, da un risorgimento sabaudo che in effetti risorgimento non era e da una visione proprietaria dello stato tipica proprio dei Savoia.
Il saggio storico di Giuseppe Brienza ha il pregio di ricercare le cause del malessere, con l'unico limite di non approfondire più di tanto il tema, il che avrebbe giovato non poco a fare luce completa su quanto invece fino ad ora divulgato per interessi di parte.
Resta comunque un'opera che incide su una vulgata tramandata nel tempo e che introduce a riflessioni di non poco conto sui tanti come e perché si è realizzata l'unità d'Italia, ma non l'unificazione degli italiani. »

La principessa di ghiaccioLa principessa di ghiaccio
di Camilla Läckberg - Marsilio
  • Prezzo: € 18.50
  • Nostro prezzo: € 17.58
  • Risparmi: € 0.92 (5%)
5.0
Un giallo di elevata qualità letteraria, 01-02-2010
, ritenuta utile da 3 utenti su 6
«Occorre premettere che ho sempre diffidato dei best sellers, libri in genere di piacevole svago, ma di modeste qualità letterarie, tranne rari casi. Così, quando ho preso in mano La principessa di ghiaccio, oggetto di una notevole campagna pubblicitaria, ero un po' scettico, immaginando il solito romanzo giallo, dal meccanismo ben oliato, magari di gradevole lettura, ma privo di spunti che potessero andare oltre il genere. Tuttavia, già dalle prime pagine, ho dovuto ricredermi , riscontrando che l'aspetto investigativo volto alla ricerca del colpevole o dei colpevoli di un delitto è quasi marginale, costituendo l'ossatura intorno alla quale costruire uno spaccato della società svedese. La morte violenta di una giovane e bella donna, Alexandra Carlgren, avvenuta a Fjällbacka, un tempo piccolo paese di pescatori, trasformatosi successivamente in ridente località turistica, innesca una serie di reazioni e mette a nudo le pecche di una società che, per abitudine, consideriamo assai più progredita della nostra.
Mano a mano che procedono le indagini, a cui partecipa attivamente anche Erica Falck, scrittrice di biografie e alla ricerca di dare una svolta alla sua vita ormai avviata a un destino da nubile, si scopre la tipica mentalità gretta di un piccolo borgo, in cui la maldicenza sembra imperare, nonostante i tempi moderni in cui svolge la storia.
Non è tuttavia solo una questione di mentalità ristretta, ove ciò che conta è l'apparenza oltre ogni logica, ma anche di una chiara invalicabile separazione fra le classi sociali, in cui una borghesia ricca cristallizza il suo mondo, rendendolo inaccessibile agli altri.
E' una visione della società svedese che stupisce, pur se indubbiamente veritiera, e che lascia molto a pensare sulle nostre convinzioni di un popolo molto più evoluto e libero del nostro. Anche per quanto concerne l'aspetto sessuale appare in netto contrasto con quanto abbiamo sempre pensato degli svedesi, al punto che perfino una violenza subita diventa motivo di vergogna per i familiari della vittima, quando addirittura non viene usata per tornaconti meramente economici.
Scopriamo così cosa c'è dietro la facciata, un mondo fatto di silenzi, di urla mute di chi subisce senza poter reagire, di come con il denaro si compri tutto, anche la dignità e la vita delle persone.
Camilla Läckberg non si dimostra per nulla tenera nei confronti dei suoi connazionali, additando invece come elementi positivi uomini e donne che cercano di condurre la loro esistenza nel pieno rispetto di sé e degli altri, fieri di essere quello che sono e che della loro umiltà fanno una ragione d'orgoglio, mai disponibili a scendere a compromessi, alla ricerca continua della verità, anche la più scomoda.
Pagina dopo pagina incontreremo personaggi che non possono che destare simpatia, oppure altri che finiremo con il detestare, nonostante le apparenze, in un intreccio che si fa sempre più fitto, una matassa di nodi intricati che si scioglierà solo alla fine, con l'inevitabile scoperta del colpevole nei confronti del quale non potremo che provare un autentico senso di pietà, in quanto anche lui vittima della sua condizione sociale.
Scritto benissimo, mai greve, con un'attenta e precisa caratterizzazione dei ruoli, La principessa di ghiaccio è uno dei pochi best seller di elevata qualità letteraria. »

Tesoretto siciliano. Compendio storico-culturale regionaleTesoretto siciliano. Compendio storico-culturale regionale
di Ezio Biuso-Rizzo - Solfanelli
  • Prezzo: € 14.00
5.0
Uno scrigno di conoscenza, 01-02-2010
, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«Non è infrequente che si viva di impressioni, o che comunque non si possa prescindere dalle stesse. A volte ci si azzecca, altre no, ed è quest'ultimo il caso di Tesoretto Siciliano che, prima di accingermi a leggerlo, immaginavo come un volumetto a uso del turista che intenda visitare la Sicilia e prima desideri avere un'infarinatura della sua storia. E invece non è così, ma è molto di più e penso che possano trarre giovamento dalla sua lettura gli stessi siciliani per sapere da dove sono venuti, come si è evoluta la struttura sociale nel corso dei secoli e il perché di una certa arretratezza economica che, dopo decenni di Cassa del Mezzogiorno, non è ancora stata sanata. Quest'isola è sempre stata una terra di frontiera, preda di diversi contendenti che ambivano a impossessarsene per la sua indubbia posizione strategica. Biuso-Rizzo, l'autore, senza approfondire troppo, riesce a condensarne la storia in modo tale che chi legge può comprendere facilmente e senza la necessità di ricorrere a fonti alternative, perché in quelle pagine c'è tutto quello che serve per farsi un'idea, abbastanza completa, dell'isola.
Dalla colonizzazione greca a quella romana, e poi a quella araba, soppiantata da quella normanna, per approdare a quella spagnola, matura chiaramente l'opinione della trascuratezza dei vari "padroni" per questa terra, mai considerata parte integrante e indispensabile del loro dominio, fatta eccezione per i Normanni, che lì posero le fondamenta di uno stato in una identità geografica che dagli altri era considerata invece una lontana periferia. La dominazione ispanica fece poi regredire la Sicilia a semplice territorio coloniale e proseguì questo atteggiamento anche con i Borboni, l'ultima dinastia prima dell'avvento dei Savoia e quindi dell'unità d'Italia. Resta il fatto che l'averla sempre considerata solo come una terra oggetto di scambio fra regnanti finì con il determinare non solo la mancanza di una forte identità regionale, ma anche una struttura statale debole e spesso vacante. Dal punto di vista economico è sempre stata vista come una zona agricola, ma il fenomeno dei latifondi portò sempre a produzioni modeste, quasi di sussistenza, di cui fece le spese un numeroso proletariato agricolo che, oppresso dalla miseria, nutrì sempre sfiducia nei confronti dei padroni, visti come rappresentanti di un potere feudale. Di conseguenza, l'assenza di un vero e proprio concetto di stato, fenomeno che è presente tuttora, è stato ed è il terreno fertile per lo sviluppo dell'attività mafiosa. A questa organizzazione criminale l'autore dedica un intero capitolo con osservazioni e conclusioni che mi trovano per lo più d'accordo ed esprimono bene le difficoltà per debellare definitivamente un fenomeno ormai ben radicato.
La storia, però, non è fatta solo di dinastie e di eventi, ma anche di cultura ed ecco che allora ci son ben tre capitoli dedicati all'arte, alla musica e alla letteratura. Se, come mi sembra di aver compreso, le prime due non sono state produttive di nomi prestigiosi - per quanto tuttavia non sia possibile dimenticare il barocco siciliano e le opere di Vincenzo Bellini - , la terza è invece di notevole rilievo, visto che vi sono autori che esulano ampiamente il ristretto spazio regionale e che ormai sono considerati dei classici, conosciuti in tutto il mondo. Capuana, Verga, Pirandello, Rapisardi, Martoglio, Tomasi di Lampedusa, Quasimodo, Sciascia, Bonaviri, Camilleri - per brevità ne ometto molti altri di rilievo - hanno donato a quest'isola, ma soprattutto alla cultura opere che lasciano il segno, romanzi e poesie indimenticabili. Questa terra, arretrata, emarginata, quasi soffocata dalla mafia, ha nella letteratura degli autentici tesori e non sembra stanca di produrne di nuovi, quasi si trattasse, e forse lo è, di una scuola, in cui il rapporto fra uomo e natura, fra materia e spirito, nell'impossibilità di una verità assoluta, segue una ferrea logica narrativa, secondo un processo di elaborazione filosofica di altissimo livello.
Concludono l'opera delle utili tavole sinottiche, a carattere informativo, affinché il turista sappia cos'altro visitare.
Tesoretto siciliano è un autentico scrigno di conoscenza e quindi la lettura è senz'altro raccomandabile. »

NGF. L'ultimo trapiantoNGF. L'ultimo trapianto
di Giuseppe Magnarapa - Tabula Fati
  • Prezzo: € 7.00
4.0
Tra horror e noir, 01-02-2010
, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«Chi non ha mai letto Frankenstein, o il moderno Prometeo, di Mary Shelley, da cui furono tratte alcune fortunate trasposizioni cinematografiche con l'indimenticabile Boris Karloff nei panni del mostro?
L'associazione fra lo scienziato, Victor von Frankenstein, e "la creatura" è stata tale che spesso quest'ultima viene identificata con il nome del suo ideatore.
Giuseppe Magnarapa, sulla scia di questo celebre romanzo, allestisce un racconto ambientato in epoca moderna e quindi plausibile alla luce delle sue conoscenze mediche, con una geniale variante: scienziato e creatura diventano un tutt'uno.
Era difficile inventare qualche cosa di nuovo, ma la vicenda del dottor Varaldi, il più famoso chirurgo esperto in trapianti, che vuole sfuggire alla morte a causa di un cancro che gli devasta il corpo, ma non è ancora arrivato alla testa, è congegnata in modo del tutto originale ed avvincente. Non si tratta più di confezionare un "mostro" con organi recuperati esclusivamente da cadaveri, ma di innestare nel corpo, sano, di un morto per incidente l'intera testa di Varaldi, grazie al compiacente aiuto del suo allievo prediletto Wender e di altri tre medici di chiara fama. L'intervento di per sé si presenta già difficilissimo, ma c'è anche il rischio che, qualora positivamente riuscito, le terminazioni nervose del donatore e del ricevente non riescano a dialogare fra loro. Varaldi, però, ha un asso nella manica: una sostanza chiamata NGF (Nerve Groving Factor) , già sperimentata da Rita Levi Montalcini, in grado di ripristinare l'integrità delle fibre nervose.
Non vado oltre, perché il seguito è troppo piacevole e a sorpresa per togliere al lettore il gusto di sapere cosa avverrà.
Caratteristica del racconto è di partire con un fantastico quasi convenzionale, assumendo via via maggiore credibilità, anche perché l'autore è, come si suol dire, un addetto ai lavori. Infatti è medico e specialista in Neurologia e Psichiatria e trasfonde nell'opera le sue conoscenze scientifiche al punto di riuscire a convincere piano piano che la vicenda narrata potrebbe essere possibile. Fra l'altro, dopo le prime pagine interviene un positivo connubio di horror e di noir che consente di pervenire a un finale inaspettato e che penso che risulterà più che gradito al lettore.
Esposto con uno stile mai greve, anzi piuttosto agile, NGF L'ultimo trapianto è veramente un bel racconto, tanto che ne consiglio senz'altro la lettura. »

Le città invisibiliLe città invisibili
di Italo Calvino - Mondadori
  • Prezzo: € 9.00
  • Nostro prezzo: € 7.65
  • Risparmi: € 1.35 (15%)
5.0
Un ultimo atto d'amore alle città, 23-01-2010
, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«In Calvino il fantastico non è una società avveniristica e tecnologica, ma un ritorno al passato, un desiderio, forte, ma anche sussurrato, affinché l'uomo ritrovi la sua strada e la sua naturale collocazione.
Se poi vogliamo avere un esempio di scrittura del "fantastico" ai suoi massimi livelli occorre per forza di cose leggere Le città invisibili, un libro che è necessario quasi spiluccare come se i vari capitoli fossero gli acini di un grosso grappolo d'uva. Del resto l'intento dell'autore non è solo quello di darci una rappresentazione metafisica della realtà, ma anche di stimolare le nostre percezioni sensoriali affinché possiamo costruire un nostro libro sul suo libro partendo dalla base che ci viene offerta. Se il pretesto è un resoconto di Marco Polo all'imperatore Kublai Kan del regno che ha attraversato e delle città che ha visto e conosciuto, tutte identificate da nomi femminili vagamente classicheggianti, in effetti lo scopo è quello di far giungere il lettore in un'altra dimensione, in cui l''ggancio con la realtà si affievolisce per lasciare spazio allo sviluppo della fantasia secondo la volontà di ognuno.
Così è possibile leggere descrizioni di questi agglomerati urbani, completamente diversi l'uno dall'altro, perché diversi sono i loro abitanti, non coincidenti sono le loro necessità e i loro desideri.
Se già questo è molto, occorre considerare i dialoghi surreali fra Polo e l'imperatore all'inizio e alla fine di ogni descrizione, quasi una cornice del discorso che è il fulcro di tutta l'opera, vale a dire entrambi tendono ad avere una visione di questi abitati trascendentale, ben oltre l'aspetto materiale delle costruzioni, ma volto alla ricerca di un significato, che potremmo definire assoluto e divino pur in una dimensione umana, non solo delle città, ma anche dei suoi abitanti, e dell'uomo in generale.
La loro visione della città è funzionale agli uomini che ne fanno parte e al centro del tutto vi sono proprio essi, così che il grande agglomerato urbano non sia semplicemente uno stanco e depauperante dormitorio, destinato progressivamente a svuotarsi, ma uno spazio in cui, anziché relegare i suoi abitanti, li proietti verso una libertà sempre più ampia.
Il vivere comune non deve essere motivo di un isolamento individuale, perché in caso contrario la città muore e i suoi abitanti, già morti dentro, l'abbandonano. Ritorna quindi un tema caro a molti letterati, cioè quell'incomunicabilità a cui sembra destinata sempre di più l'umanità.
Il grande insegnamento di Calvino è però che è sempre possibile intraprendere o riallacciare un dialogo, lo stesso che Marco Polo e Kublai Kan intrecciano nel corso delle pagine, pur essendo due esseri del tutto isolati e prigionieri dei loro ruoli, il primo reduce da un deserto che non è solo quello che ha attraversato, ma che l'animo umano tende a costruire quando cozza contro la chiusura altrui, e il secondo, per la sua natura d'imperatore, ristretto nella gabbia d'oro della sua funzione.
Per quanto possa sembrar strano, Calvino, con la sua grandiosa fantasia, non avrebbe potuto descrivere meglio il tema della città in funzione degli uomini in contrapposizione di quella che, giorno dopo giorno, nonostante i proclami di politici ed architetti, diventa un luogo di dissociazione.
Le città invisibili finisce con l'essere, con il suo alone poetico, un atto d'amore, forse l'ultimo, per quell'agglomerato di case, di persone che vogliono vivere e non vegetare, e che noi chiamiamo genericamente città.
Imperdibile. »

Gli scorridori infernaliGli scorridori infernali
di Luca Rocchi - Tabula Fati
  • Prezzo: € 5.00
4.0
Un thriller medievale, 23-01-2010
, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«Sono gli ultimi anni del Medioevo e già il Rinascimento, con la riforma di Lutero, bussa alle porte del tempo. Tuttavia l'epoca storica, prima di finire, ha gli ultimi guizzi di quell'oscurantismo che in parte lo ha contrassegnata, con fatti straordinari, da inferno in terra, nei possedimenti bergamaschi della Serenissima. Morti misteriose, senza una precisa logica se non quella della violenza, si susseguono, con vittime che sembrano frutto della casualità. Più che opera di esseri umani si ha l'impressione che la ferocia dei delitti sia più ricollegabile a bestie, o meglio ancora a uomini-bestie, secondo i canoni tipici della "Caccia Selvaggia", o della "Katertempora", comunque la si voglia chiamare.
Questa serie impressionante di fatti di sangue si svolge nel feudo del vecchio Bartolomeo Colleoni, il grande condottiero, Capitano di Terra della Serenissima Repubblica Veneta, e nel suo castello di Malpaga giunge Gaspare Barbarigo, su incarico del Doge, per svolgere le indispensabili indagini.
Benché la vicenda si svolga nello spazio ristretto di un racconto, l'autore è riuscito a condensare notevolmente la narrazione, così da essere completa, esauriente e appassionante nelle sole 40 pagine del libro.
Premetto che l'aspetto "horror" dell'inizio poco a poco sfuma in un thriller la cui soluzione, peraltro logica, si ha, come si conviene, solo alla fine, in una specie di duello tacito fra il colpevole e un rappresentante della fede, più portato alla stringente razionalità che alla superstizione, propria invece di un popolino terrorizzato da eventi inspiegabili.
Per quanto ovvio non anticipo nulla, al fine di non togliere il piacere della scoperta che conclude degnamente un racconto ben scritto e dove i caratteri dei protagonisti emergono pagina dopo pagina, portando alla considerazione, tema anche di altri scrittori, che sovente le persone non sono quel che sembrano e che quindi anche la verità ha molte facce, tanto da non essere mai assoluta.
La lettura, assai piacevole, è quindi senz'altro consigliata. »

Diceria dell'untoreDiceria dell'untore
di Gesualdo Bufalino - Sellerio Editore Palermo
  • Prezzo: € 8.00
5.0
Il tradimento, 19-01-2010
, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«Ci sono romanzi che iniziano in sordina, quasi che l'autore sia timoroso di offendere il lettore travolgendolo da subito, ma che poi pagina dopo pagina, riga dopo riga si intrufolano, ma sempre in punta di piedi, nell'animo di chi dapprima scettico sente crescere in sé un entusiasmo che non lo lascerà fino alla fine.
C'è una narrativa che, pur non cercando di indulgere alla commozione, poco a poco insinua nel cuore una vena di malinconia, mettendo a nudo e alla prova la capacità di sentire e di umanamente comprendere.
C'era un vecchio insegnante che ha voluto parlare della vita di uomini vicini alla morte e in tal modo è riuscito a far comprendere quanto, in quell'attesa, si possa ancora essere uomini.
Ecco, Diceria dell'untore di Gesualdo Bufalino è tutto questo.
Pubblicato per la prima volta nel 1981 ottenne subito un grande successo di critica e di pubblico, vincendo il Campiello lo stesso anno.
E' stato, quindi, un debutto clamoroso, sia per la qualità dell'opera che per l'età dell'autore, che all'epoca aveva sessant'anni.
Bufalino racconta l'esperienza autobiografica della degenza nel sanatorio della "Rocca" di Palermo, un percorso della memoria che dapprima lo portò ad abbozzare il testo verso il 1950, scrivendolo poi nel 1971 e dedicando i successivi dieci anni a continue revisioni.
La trama in sé, che potremmo definire "una tresca d'amore e di morte", si può ben riassumere, senza per questo togliere il piacere della lettura, in quel che al riguardo dice Bufalino:
"Si racconta la convivenza di alcuni reduci di guerra moribondi in un sanatorio della Conca d'Oro, nel '46. Fra il protagonista e una paziente dai trascorsi ambigui (Marta) nasce un amore, puerile e condannato in partenza, più di parole che d'atti, il cui sbocco è una fuga a due senza senso, e, subito dopo, la morte di lei in un alberghetto sul mare. Egli, invece, guarisce, inaspettatamente, e rientrando nella vita di tutti, vi porta un'educazione alla catastrofe di cui probabilmente non saprà servirsi, ma anche la ricchezza di un noviziato indimenticabile nel reame delle ombre.£
E' una interpretazione dell'eterno connubio di eros e thanatos, in cui nulla è lasciato al caso, tanto che Marta, amante dell'io narrante, ha le stesse consonanti della morte.
Fra l'altro, in questo romanzo stupiscono lo stile e l'abbondanza del linguaggio, che a tratti presenta caratteristiche baroccheggianti, soprattutto prima di introdurre profonde riflessioni, quasi che il ricorso a parole inconsuete, anche se nel passato utilizzate da letterati, servisse a procedere con maggior lentezza, predisponendosi così a una pausa meditativa.
Resta il fatto che sovente ci si trova di fronte a ampi laghi di parole, messe in bocca anche a personaggi che per le loro caratteristiche dovrebbero avere invece un lessico più modesto, il che dapprima mi ha indotto a pensare che in tal modo Bufalino volesse dare dimostrazione della sua erudizione, ma poi riflettendo, accostando le parti dell'opera fra di loro, credo d'aver capito i motivi e cioè evidenziare la forza dirompente del verbo in un ambiente immobile quale quello di individui che si trascinano alla fine, dove i suoni normalmente dovrebbero essere solo i frequenti colpi di tosse, e che invece danno un senso di intensa vitalità - potremmo quasi pensare agli ultimi fuochi - in chi è solo in attesa.
I personaggi, che potremmo chiamare i morituri, non sono mai semplici comparse, perché ognuno ha la sua storia nella storia comune dell'imminente fine, un residuo di vita che ogni giorno si spegne e che è retta da un patto tacito di non sopravvivere gli uni agli altri.
Compagni di sventura, emblemi di un'umanità che è parte del ciclo generale della vita, un cerchio infinito di nascite e morti che Bufalino ben tratteggia nel corso della fuga dei due protagonisti principali con l'immagine dell'agave, a cui occorrono dieci anni per fiorire, ma che, subito dopo, muore, una metafora per dire che la vita necessariamente salda con la morte il debito contratto per esistere.
Del resto, nell'opera sono contenuti diversi messaggi, anche se elementi salienti sono certamente il sentimento della morte, il sanatorio visto come luogo di sicurezza, più dalla vita che dalla morte, e addirittura quasi incantato, nonché l'imprevista guarigione considerata come un tradimento nei confronti dei compagni di sventura, quasi una diserzione da un destino che si è comunemente accettato.
Diceria dell'untore è sicuramente un romanzo stupendo. »

Racconti dal sottoboscoRacconti dal sottobosco
di Silva Ganzitti - Tabula Fati
  • Prezzo: € 9.00
5.0
Come natura crea, 19-01-2010
, ritenuta utile da 3 utenti su 5
«La narrativa per l'infanzia riserva a volte delle vere e proprie sorprese, lavori adatti indubbiamente a dei bimbi, ma che riescono a soddisfare culturalmente anche gli adulti. Sono casi non frequenti in verità, ma Racconti dal sottobosco è uno di questi.
Il pretesto per la narrazione di alcuni racconti è prettamente naturalistico: una passeggiata lungo un itinerario del Friuli precollinare, chiamato Ippovia del Cormôr, che segue il corso di un torrente in un paesaggio dolce e atto a suscitare fantasie. L'osservazione dell'ambiente, fatta in modo non superficiale, fa scoprire anche un microcosmo costituito dagli animaletti del sottobosco, esseri tutti con uguale dignità di vivere, in un contesto di raro equilibrio in cui è assente ancora l'intervento destabilizzatore dell'uomo.
Nascono così le storie in cui si immaginano questi piccoli esseri simili agli umani, pur con le loro peculiari caratteristiche, e sono racconti che mirano da un lato ad avvicinare i bimbi al meraviglioso mondo della natura e dall’altro a fornire indirizzi comportamentali in cui prevale quella solidarietà che nel mondo attuale diventa sempre più rara.
Diviso in tre parti, corrispondenti ad altrettante prose, il libro è costituito soprattutto dalla prima, di una sessantina di pagine, in cui la rappresentazione di questo microcosmo cela metaforicamente quella del nostro mondo, con esseri buoni e altri malvagi, come il mago scorpione Poisonio, che per il potere uccide, ma che poi farà una brutta fine. Nulla di diverso, quindi, dagli stilemi favolistici, in cui a prevalere, come dovrebbe essere, è sempre il bene, ma la capacità dell'autrice di destare simpatia per i protagonisti con piccoli tocchi, quasi sfumati, è indubbiamente di tutto rispetto.
A ciò aggiungo che è un'opera scritta bene, in un italiano ricercato e più che corretto, circostanza non frequente al giorno d'oggi, in cui l'uso della nostra lingua è spesso caratterizzato da un lessico ridotto, non di rado anche sgrammaticato.
Racconti dal sottobosco, per i temi trattati e il modo di esporli, è in grado quindi di soddisfare anche gli adulti, caratteristica che determina però un limite nella fruibilità da parte dei minori, perché secondo me è adatto a un'infanzia già in parte scolarizzata, cioè bimbi di 9-10 anni.
Ciò non toglie che, se letto dai genitori, può risultare comprensibile anche ai più piccoli, che finiranno col porre quelle inevitabili domande che sono proprie della curiosità della loro età.
Racconti dal sottobosco è quindi un testo più che raccomandabile. »

Atti relativi alla morte di Raymond RousselAtti relativi alla morte di Raymond Roussel
di Leonardo Sciascia - Sellerio Editore Palermo
  • Prezzo: € 8.00
5.0
Quale è la verità?, 14-01-2010
, ritenuta utile da 3 utenti su 5
«La prima cosa che mi sono chiesto, prima di leggere questo lavoro di Sciascia, è stata molto semplice, una domanda quasi naturale: chi era Raymond Roussel, che personaggio è stato da indurre il grande scrittore siciliano a scrivere un libro sulla sua morte, indagando come al solito per cercare una verità nascosta da molte omissioni volontarie e da colpevoli negligenze?
Ai tempi di Internet non è difficile, si digita nel motore di ricerca Raymond Roussel fra virgolette ed ecco diversi link, fra i quali ho scelto quello di Wikipedia. Non che questo sia la verità assoluta, ma ha almeno il pregio di essere sintetico e così ho letto: Raymond Roussel (Parigi, 20 gennaio 1877 - Palermo, 14 luglio 1933) è stato uno scrittore, drammaturgo e poeta francese. Nel prosieguo della pagina scopro che era di famiglia molto ricca e che aveva una sorta di passione sfrenata per l'ostentazione della sua immensa fortuna, che serviva forse da contrappeso alle notevoli delusioni provate in campo letterario. Insomma, la sua fama derivava unicamente dalla sua ricchezza e dai suoi atteggiamenti strani e dandistici, non certo dai suoi libri e dalle sue commedie che non risultavano apprezzati né dalla critica né dal pubblico.
Questo spiega anche il notevole successo che ebbe il testo di Sciascia in Francia, peraltro confortato da analoghi riscontri positivi in Italia.
Il libro prende spunto dal decesso avvenuto nella stanza 224 del Grand Hotel delle Palme a Palermo appunto di Raymond Roussel, che interessa a Sciascia per la particolare vicenda umana del francese, perché pone in modo emblematico il tema dell'identità così caro a Pirandello. In effetti, di Roussell si può dire che era un letterato talmente misterioso da apparire in una sola foto ufficiale, quasi che lui stesso rifiutasse la propria identità; da un lato si portava appresso il fardello di una grande fortuna e dall'altro il tentativo, non riuscito, di affermarsi letterariamente solo per qualità intrinseche, che tuttavia difettavano. E' un personaggio talmente oscuro nelle sue caratteristiche che anche la sua morte non ha la normale chiarezza. E' stato un incidente? Si è suicidato? O forse è stato ammazzato?
Sciascia, partendo dalle indagini giudiziarie, lacunose e frettolose, esamina tutte le varie possibilità, soppesando con un bilancino da farmacista i pro e i contro e se anche non arriva a determinare la verità sulle cause del decesso, sconfessa però, almeno così come dedotta dagli inquirenti, l'ipotesi del suicidio.
Quello che ne risulta, però, è uno straordinario saggio narrativo sulla morte, squallida, avvenuta in una camera d'albergo, mentre avvengono due festeggiamenti, per Santa Rosalia a Palermo e in tutta l'Italia per la trasvolata atlantica di Balbo. E' il 14 luglio 1933 e ulteriore stranezza è pure l'anniversario della presa della Bastiglia. Tutte celebrazioni importanti che si contrappongono alla fine di un uomo che, schiavo del suo nome e del suo denaro, aveva cercato inutilmente la fama con la sola forza del suo intelletto, ma fallendo il proprio obiettivo.
Si dice spesso che il denaro non è tutto, ed è vero, ma nel caso di Raymond Roussel non è stato nulla, fonte invece di un'insoddisfazione divenuta lancinante con l'esito infausto del suo tentativo di diventare "Raymond Roussel, lo scrittore".
Da leggere? Senz'altro, perché Sciascia non sbaglia un colpo. »

La strega e il robivecchiLa strega e il robivecchi
di Fiorella Borin - Tabula Fati
  • Prezzo: € 5.00
5.0
Fra realtà e fantasia, 13-01-2010
, ritenuta utile da 4 utenti su 5
«Fiorella Borin, veneziana trapiantata ormai da tempo in terraferma, sembra di casa a questo concorso (il Premio Tabula Fati) alle cui edizioni partecipa con puntualità, ottenendo lusinghieri risultati, come testimonia il secondo posto nell’edizione 2008 di questo suo racconto (in verità, nel 2009 è andata ancor meglio, vincendo la settima edizione con Christe Eleison).
Narratrice esperta, dotata di uno stile snello, scorrevole, è naturalmente portata alla narrativa storica o di ambientazione storica, come dimostrano Il pittore Merdazzer, secondo nell’edizione 2006, e anche Il bosco dell’unicorno, pure secondo nel 2003.
Fiorella Borin ha la capacità di essere accattivante inserendo in contesti storici degli elementi fantastici, così che sempre riesce a dare forma a un’originalità che non può che sorprendere piacevolmente il lettore.
Anche con La strega e il robivecchi, una vicenda da epoca di Santa Inquisizione, ricrea abilmente la vita di un borgo, Triora, a suo tempo famoso per le streghe, senza che però il periodo storico sia esattamente identificabile. Eppure la grande carestia, le superstizioni, la miseria, l’amore offerto e quello bramato finiscono con il fornire un convincente quadro in cui a fianco di due personaggi che hanno tutta l’apparenza di essere reali (il robivecchi Bigiarino e il riuscitissimo notaio Basadonne), si profilano dapprima, per poi concretizzarsi in modo del tutto naturale nella vicenda, elementi che sono propri del fantastico.
E’ dalla superstizione che condanna al rogo le presunte streghe che emerge, in modo sottile, la creatività dell’autrice, capace di rendere credibili fatti e soggetti che la nostra logica tende a considerare frutto di fantasia.
Del resto l’inquisizione c’era per debellare le adepte di Satana, quasi sempre vittime di calunnie, oppure povere pazze; e se il tribunale religioso credeva all’esistenza delle streghe, per quale motivo questa convinzione non avrebbe dovuto entrare nella modesta, per dire inesistente cultura del popolo?
Così la vicenda di Bigiarino, innamorato in silenzio di Isotta la Bella, finita poi sul rogo, trova quel substrato di plausibilità che riesce a convincere e ad avvincere il lettore su una domanda che alla fine per forza si pone: sono solo superstizioni?
Fresco e spumeggiante come un vino novello questo è un racconto che merita senz’altro di essere letto. »


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