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Tutte le recensioni di R. Montagnoli

Il vampiro. La storia segreta di Lord ByronIl vampiro. La storia segreta di Lord Byron
di Tom Holland - Tre Editori
  • Prezzo: € 18.00
5.0
Poeta e vampiro, 13-07-2010
, ritenuta utile da 3 utenti su 5
«George Gordon Noel Byron nasce a Londra il 22 gennaio 1788 e muore di meningite a Missolungi (Grecia) il 19 aprile 1924.
La fama di poeta è contesa con quella di uomo dissoluto, dal carattere forte, ma accompagnato da una malvagità che in famiglia non era cosa nuova, visto che un prozio era soprannominato Il malvagio.
Peraltro, come riferisce anche la moglie, la sua cattiveria si rivolge a chi più ama, pur nella consapevolezza di sbagliare. Si potrebbe dire che il male che portava dentro era più forte di lui.
Su questa base caratteriale, Tom Holland, uno storico inglese che normalmente scrive di greci e persiani, ha imbastito un romanzo della sua vita in cui si ripercorrono tutti gli eventi salienti, ma con una visione fantastica secondo la quale Lord Byron era un vampiro.
Quest’ipotesi, per quanto frutto di creatività, trova tuttavia elementi di ipotesi quanto mai abbondanti, anche se rivenienti da opere letterarie. Il suo medico personale, John William Polidori, pubblicò nel 1819 il primo romanzo di successo sui non morti, intitolato appunto Il vampiro. Nel testo il protagonista ha il nome inventato di Lord Ruthven, ma descrizioni e vicende sono proprie di Lord Byron. Inoltre Caroline Lamb, amante del poeta e da questi poi allontanata, diede alle stampe un’altra opera, intitolata guarda caso, Lord Ruthven, in cui il personaggio principale è chiaramente il poeta baronetto, descritto in tutte le sue nefandezze al punto da destare scandalo.
Sulla base di questi scritti e di ricerche effettuate Tom Holland ha elaborato un romanzo senz’altro avvincente, aderente alla realtà dei fatti (viaggi, amicizie, turpitudini), da cui esce un Byron straordinariamente vivo, un’incarnazione del potere assoluto del male che qui lo trasforma in un vampiro dalle infinite facoltà, in pratica un vero e proprio monarca dei non-morti.
Può far sorridere questa visione, ma non si possono dimenticare il rapporto incestuoso con la sorellastra, il fascino perverso che esercitava sulle donne e anche la sua omosessualità, quest’ultima più per un’esigenza cerebrale che fisica, anche se non disdegnava saltuariamente la compagnia di giovani uomini.
La vita di Byron resta comunque un mistero e come se tutto quanto a lui attribuito non bastasse occorre ricordare che le sue Memorie, già purgate dallo stesso autore - che al riguardo scrisse “omettendo tutte le parti davvero pertinenti e importanti, per rispetto verso i morti, verso i vivi e verso coloro che debbono essere l'una e l'altra cosa” -, furono poi bruciate dal suo editore per evitare uno scandalo senza precedenti. Dall’ipotesi che di tali memorie esistesse una copia prende avvio il romanzo di Holland con la ricerca del manoscritto da parte di Rebecca, una sua discendente, e così finisce con l’imbattersi nelle stesso avo, il quale racconterà la vera storia della sua vita.
La scrittura fluida, una tensione costante che a tratti si accentua, i rapporti con personaggi realmente vissuti, come il poeta Percy Shelley e la sua compagna Mary, la sorellastra di quest’ultima Claire Clairmont, una delle sue numerose amanti, da cui ebbe una figlia, Allegra, strappata alla madre e morta giovanissima in convento, la descrizione di un mondo quasi in disfacimento, la presenza di pagine di chiara ispirazione poetica sono tutti fattori che, sapientemente accostati, tengono avvinto il lettore, scosso ogni tanto da sottili brividi quando il male appare in tutta la sua cieca potenza.
Ne esce in ogni caso una figura di Byron grandiosa e tremendamente negativa al tempo stesso, animata dalla molla della vanità di raggiungere e dimostrare l’onnipotenza. Sì, perché un tipo come il baronetto non si accontentava di essere un vampiro, ma doveva essere sopra tutti, una specie di Supervampiro. In proposito ricorderò sempre quella parte del racconto in cui Byron descrive la sua visita al luogo in cui avvenne la battaglia di Waterloo, con il terreno impregnato del sangue dei caduti che inizia a ribollire e con gli eserciti dei deceduti che escono dalle zolle, acclamando in lui il loro imperatore.
Da leggere, senza ombra di dubbio, perché è un gran bel romanzo. »

Claire ClairmontClaire Clairmont
di Marco Tornar - Solfanelli
  • Prezzo: € 16.00
5.0
Ritorno dall'oblio, 05-07-2010
, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«Quando termino la lettura di un libro e mi sento scosso profondamente, so di aver avuto per le mani una perla rara; se poi questo stato emozionale si ripresenta dopo alcuni giorni al solo riaffiorare di alcune immagini o situazioni che ho ritenuto particolarmente significative e provo un turbamento interiore che gradualmente si scioglie in un senso di serenità, sono consapevole che quanto ho letto è un’autentica opera d’arte, un capolavoro che rimarrà sempre dentro di me.
A essere del tutto sincero, prima della lettura nutrivo il timore di potermi trovare di fronte a un feuilleton, insomma a un romanzo d’appendice, in questo indotto dal poco che sapevo della protagonista, sorellastra di Mary Shelley e quindi cognata del poeta, amante di Lord Byron, da cui ebbe Allegra, una figlia morta in tenera età. La vicenda di Percy Shelley, perito in un naufragio, e del poeta baronetto inglese morto di meningite a Missolungi, unita a quella della prematura scomparsa della bimba lasciavano infatti presagire una narrazione volta a commuovere facilmente il lettore, non rivestendo la figura di Claire Clairmont un interesse particolare, se non quello di essere stata privata dei suoi più stretti affetti ancora in età giovanile.
Per fortuna mi sbagliavo, e anche di molto, perché la protagonista principale è una donna di eccezionali qualità, forse non versata per la poesia, ma testimone di fatti, di eventi importanti, lei stessa attrice e vittima dei medesimi, condannata a vivere moltissimi anni con il suo dolore, una figura che si riassume nell’epitaffio che lei volle fosse scolpito sulla lapide della sua tomba nel cimitero di Antella: Passò la vita soffrendo, espiando non solo le proprie colpe ma anche le proprie virtù.
Scomparsa dal ricordo, a differenza di Percy e Mary Shelley e di Lord Byron, Claire Clairmont è tornata a vivere in questo meraviglioso romanzo di Marco Tornar che ha sollevato i veli dell’oblio, realizzando ciò che unisce i morti ai vivi, quella memoria che diventa patrimonio comune, che ci permette di volgerci all’indietro e di saper proseguire in avanti.
L’autore è l’io narrante, sia nel momento in cui percorre il viaggio alla ricerca dei luoghi di questa memoria, sia quando si cala nei panni di Edward Silsbee, ricco americano, docente universitario, che nella seconda metà del XIX secolo viene in Italia e si reca a Firenze con la speranza di avere un colloquio con l’unica che ancora sia in grado di dire qualche cosa di nuovo sui coniugi Shelley e su Byron.
Così si svolge la vicenda, in una tensione sottile, quasi evanescente, ma sempre presente, e come in un palcoscenico l’apertura del sipario rivela gli attori, qui si scostano progressivamente drappi polverosi per svelare una vita e un personaggio straordinario.
L’'atmosfera di quell'’epoca, la luce di Firenze nelle stagioni, la passione amorosa che divampa fra Edward e Georgina, pronipote di Claire, i dialoghi, spesso monologhi, fra l’'americano e la protagonista, uno spaccato di vita sociale in un’Italia nel periodo immediatamente successivo all’'unità, il funerale di Shelley sono un grande esercizio di stile da cui traspare la natura poetica di Tornar, che riesce a mantenere per tutta la narrazione un ritmo equilibrato, proprio di una cosa del passato, come una fotografia ingiallita la cui osservazione ci porta poco a poco a scoprire e a definire i soggetti ritratti.
In un italiano estremamente preciso e corretto, sempre più raro oggi, pagina dopo pagina si passa da un'’iniziale curiosità alla necessità di conoscere, anche perché sapere di Claire Clairmont vuol dire scoprire un passato che è nostro patrimonio, significa riflettere sull’esistenza e sulle tante domande che inconsapevolmente ci poniamo.
A un certo punto del romanzo Claire dice: Penserei volentieri che la mia memoria possa non perdersi nell’oblio com’è accaduto alla mia vita; ebbene questo suo desiderio si è realizzato grazie a Marco Tornar, che ci ha fatto dono di un libro di stupefacente bellezza. »

La vittoria del 1934. I campionati mondiali di calcio nella politica del regimeLa vittoria del 1934. I campionati mondiali di calcio nella politica del regime
di Alessandro D'Ascanio - Solfanelli
  • Prezzo: € 16.00
5.0
Calcio e regime, 23-06-2010
, ritenuta utile da 3 utenti su 5
«Il gioco del calcio non è mai stato per me una passione, ma un'occasione di svago e divertimento, e solo nel caso che le partite vedano di fronte due squadre disposte a dar spettacolo. Siamo comunque in periodo di mondiali e mi sembra giusto dare un po' di spazio a questo sport che ha rappresentato più di mezzo secolo fa uno strumento di sostegno di un regime all'interno del paese e di supporto anche a una certa politica estera fatta di proclami roboanti, seguiti spesso da azioni moderatrici, del tipo insomma proprio della tattica del bastone e della carota.
E in questo sta l'interesse di questo bel saggio di Alessandro D'Ascanio che ha come punto di partenza la nostra prima vittoria dei mondiali calcio, quella del 1934, con la nazionale italiana guidata dal mitico Vittorio Pozzo.
Il testo è un lucido spaccato di un periodo nel quale anche una partita di calcio e soprattutto la conquista del primato rappresentavano un biglietto da visita di un paese che voleva emergere a tutti i costi, rinsaldando il fronte interno con la comune passione per questo sport e cercando di conferire uno spirito nazionalistico, indispensabile al regime per poter avere basi solide. Non è che questo consenso sportivo si rivelò poi inossidabile, anzi si poté notare e ancor oggi si vede l'assenza di una forte identità di popolo, quella coesione ferma e irremovibile che invano il fascismo tentò di realizzare richiamandosi anche alle glorie dell'antica Roma.
La manifestazione sportiva del 1934 fu voluta fortemente da Mussolini e, grazie anche a un ingente sforzo finanziario, riuscì bene, culminando con il meritato successo dei nostri giocatori. Il tutto appare come una delle più efficaci campagne di propaganda, come detto rivolta non solo all'interno, ma anche all'esterno.
L'impressione che si voleva dare era quella di un paese unito e orgoglioso, pacifico, ma non disponibile a cedere ad altri le proprie ambizioni di riscatto per arrivare ad essere alla pari con le grandi potenze.
Era il 1934 e quindi mancavano sei anni alla nostra entrata in guerra, evento che in breve avrebbe dissolto un'immagine così faticosamente costruita anche attraverso quel campionato del mondo.
Il libro di D'Ascanio è un'analisi di quella Coppa Rimet (come allora si chiamava), di quanto fosse sentita dal fascismo, e quindi degli scopi che si proponeva il regime, delle sue ricadute, cioè dei risultati, sempre in funzione politica.
Si respira nelle pagine una storia ancor recente, si scoprono tante cose che ignoravamo, ma, soprattutto, si comprende come il gioco del calcio ad alto livello possa costituire anche una risorsa per chi detiene il potere in un paese.
Da leggere, ne vale senz'altro la pena. »

Islam nazismo fascismo. Storia di un'intesa idealogica e strategica che avrebbe potuto modificare l'assetto geopolitico mediorentale ed euroasiaticoIslam nazismo fascismo. Storia di un'intesa idealogica e strategica che avrebbe potuto modificare l'assetto geopolitico mediorentale ed euroasiatico
di Alberto Rosselli - Solfanelli
  • Prezzo: € 12.00
5.0
Viaggio nel passato per comprendere il presente, 13-06-2010
, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«Muhammad Amin al-Husayni è un nome certamente a molti non noto, ma ben conosciuto dagli ebrei e dal mondo arabo in generale. Quest'uomo fu a lungo il Gran Mufti di Gerusalemme, cioè la massima autorità giuridica islamica sunnita responsabile della corretta gestione dei luoghi santi islamici in Gerusalemme.
Costui, fra il 1934 e il 1945, intrattenne complessi rapporti con Adolf Hitler e più in generale con il nazismo tedesco e con il fascismo italiano. Riesce difficile comprendere una stretta relazione fra un capo religioso e il dittatore, notoriamente ateo, di una nazione impregnata di antisemitismo, tanto più che se gli ebrei sono semiti, altrettanto lo sono gli arabi.
Questo bel saggio storico di Alberto Rosselli si propone di fare chiarezza su questi rapporti, delineandone i motivi alla base e le finalità, e lo fa in modo convincente, con una scrittura precisa, ma accessibile anche ai non addetti ai lavori.
Due realtà, apparentemente inconciliabili, trovarono punti di contatto nella comune avversione nei confronti dei sistemi democratici e verso quel mondo occidentale (Inghilterra e Francia) che, se da un lato costituiva per Hitler un naturale ostacolo al suo espansionismo, per il Gran Mufti invece era simbolo di colonialismo, lo stesso di cui molte popolazioni arabe scontavano gli effetti, anche se Francia e Inghilterra agivano in Siria, Libano, Iraq, Algeria, Tunisia, Egitto, Palestina non come pieni proprietari, ma come esercenti un mandato volto a consentire con gradualità il passaggio alla piena autonomia delle popolazioni di quei territori.
Meno comprensibile è il rapporto con il fascismo, stato coloniale che aveva represso sanguinosamente la rivolta senussita in Libia, ma qui entrano in gioco ragioni di stato, le stesse per le quali Mussolini varò le leggi razziali, unico effettivo punto di contatto e di condivisione con il Gran Mufti.
Del resto Mussolini mirava ad ampliare l'area d'influenza italiana e questa gli sembrò l'occasione buona. Agì tuttavia con prudenza in una visione politica volta a tenere sotto pressione l'Inghilterra senza giungere a un punto di rottura.
Hitler invece perseguì una politica più strettamente militare, volta da un lato ad alimentare l'irredentismo islamico onde creare complicazioni ai suoi avversari e dall'altro a mettere le mani sulle corpose riserve petrolifere dell'Iraq.
Non è improbabile, invece, che il Gran Mufti fosse animato da una sincera infatuazione per il nazismo che, per quanto ateo, propugnava idee di forza, volontà e coraggio che ben si sposavano con il suo acceso radicalismo religioso, tanto che, nel corso della seconda guerra mondiale, furono costituiti reparti di SS di fede islamica, composti per lo più da elementi europei dei paesi occupati dalla Germania.
La vicenda, complessa, anche se appassionante, si delinea nelle pagine con scorrevolezza, senza pervenire a facili semplificazioni e a conclusioni di comodo.
Il merito di Rosselli non è di scrivere la Storia, ma di mettersi al servizio della stessa, di indagare, di reperire documenti, di esporre, senza un indirizzo politico, ma solo i fatti, mai giudicati, o al più formulando logiche ipotesi.
Questo libro è senz'altro da leggere, perché in questo viaggio nel passato è possibile comprendere il presente, l'instabilità del Medio Oriente e la sanguinosa guerra non dichiarata che da così tanti anni vede combattersi israeliani e palestinesi. »

Intervista a Claudio MagrisIntervista a Claudio Magris
di Sergio Sozi - Historica
  • Prezzo: € 5.00
5.0
Un dialogo culturale di elevato livello, 13-06-2010
, ritenuta utile da 3 utenti su 5
«E' indubbio che i libri di Sergio Sozi, fatta eccezione per il romanzo Il menù, presentino caratteristiche del tutto particolari, ricomprendendo forme espositive diverse. E' accaduto con Ginnastica d'epoca fredda, con un bel racconto intitolato appunto così, accompagnato da un breve, ma esaustivo saggio sulla Storia della Letteratura degli italiani d'Istria, Quarnaro e Dalmazia.
In Intervista a Claudio Magris, un vero e proprio dialogo culturale avvenuto nel 2006, è ricompresa l'analisi di una lettera, pubblicata nell'estate del 2009 sul Corriere della sera, e indirizzata dallo stesso Magris al Ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini, epistola che fra l'ironico e il satirico è una decisa presa di posizione sull'unità linguistica e sull'identità nazionale, .
Ora, le interviste possono magari incuriosire, ma è meno frequente il caso che possano veramente interessare e quella presente in questo libro è una di quelle, rare, che veramente costituiscono un'occasione da non dimenticare. I motivi della pregevolezza di questo scambio di domande e di risposte risiedono da un lato nella capacità di Sozi di formulare quesiti che, pur nell'ambito della cultura, sono di portata ampia e tale da essere considerati imprescindibili nell'attuale contesto sociale, e dall'altro nell'elevato livello intellettuale di Claudio Magris, disponibile a un dialogo schietto, sincero, non dogmatico e, soprattutto, non politicizzato.
E' fuor di dubbio che l'autore triestino rappresenti ormai da tempo un faro per la cultura non solo italiana, ma mondiale; in lui convivono, interagendo, un profondo senso etico che tende a restituire alla conoscenza il valore di accrescimento spirituale dell'uomo, e la capacità di analizzare i fenomeni mettendo a frutto la corposa cultura assimilata con spirito critico nel corso della sua esistenza.
Magris è certamente un nome conosciuto, ma ritengo opportuno brevemente sintetizzare chi sia veramente. Triestino, laureato in Lingua e Letteratura tedesca, che insegna nell'università di Trieste, saggista di primo piano (suoi sono i Tre studi su Hoffmann, Lontano da dove, Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale, ancora Tre saggi su Hoffmann, Utopia e disincanto), è anche narratore (Un altro mare, Le voci, Microcosmi, con cui ha vinto il Premio Strega). Figura di assoluto rilievo in campo letterario, è sovente nella rosa dei papabili per il Premio Nobel.
Ritorno all'intervista, un vero e proprio dialogo, fra un uomo di frontiera come Magris e un italiano proiettato nella complessa realtà di quella frontiera come Sozi; la stessa inizia prendendo spunto da Microcosmi, il romanzo dell'autore triestino che ha avuto come riconoscimento il Premio Strega, e in particolare dalle pagine riguardanti il Monte Nevoso (Sneznik). Non ho letto questo libro, ma sono dell'opinione che quel rapporto-conflitto tra uomo e natura non possa che suscitare il mio più pressante interesse. Credo che Magris abbia saputo cogliere quel problema esistenziale che, nel mentre ci porta a fuggire da una vita convulsa e irrazionale, ci pone di fronte anche a un dilemma, un dubbio amletico sui motivi della nostra presenza e sull'accettazione di essere umili parti di un caos perfetto.
Non vado oltre, evitando anche di riferirmi alle successive domande, perché l'interesse diretto e immediato che può offrire solo la lettura del libro finirebbe inevitabilmente con il disgregarsi, tentando un lezioso e tutto sommato inutile riassunto.
Il breve saggio invece sulla citata lettera al Corriere della sera è l'occasione, ghiotta, per Sozi, che ovviamente condivide i contenuti di quest'epistola, per rivendicare la nostra italianità, tema a lui sempre caro, al punto da costituire l'oggetto delle sue opere di narrativa, e che si tratti di un uso corretto della nostra lingua, oppure della riaffermazione di una comune nazionalità, le cose non cambiano.
Bella, ironica, anche sarcastica è la lettera di Magris, puntuale, esauriente e senza retorica ne é il commento di Sozi.
Quindi ci troviamo di fronte a un libro strano, senz'altro di estremo interesse, parole distillate per compendiare concetti e forme in modi più che corretti, decisamente comprensibile, l'ideale per una lettura gradevole, ma che induce a frequenti riflessioni. Gli antichi romani, ma anch'io, lo definirebbero con una semplice, ma efficace locuzione: jucunde docet. »

Il nipote del NegusIl nipote del Negus
di Andrea Camilleri - Sellerio Editore Palermo
  • Prezzo: € 13.00
  • Nostro prezzo: € 11.05
  • Risparmi: € 1.95 (15%)
5.0
Una commedia sugli italiani, 13-06-2010
, ritenuta utile da 3 utenti su 3
«"Montelusa - Albergo Trinacria 20/12/1929 0re 14
- Oddiodiodiodiodiodiodiodiodiodiodiodiodio
Montelusa - Albergo Trinacria 20/12/1929 Ore 17
- Cosìcosìcosìcosìcosìcosìcosìcosìcosìcosì...
Montelusa - Albergo Trinacria 20/12/1929 Ore 19
- Ancoraancoraancoraancoraancoraancora..."
Sono frasi che non necessitano di ulteriori spiegazioni, quasi tipiche della miglior commedia all'italiana, ma Il nipote del Negus, di Andrea Camilleri, se può avere la parvenza di una commedia fra l'umoristico e il boccaccesco è invece una satira spietata attraverso la messa in scena di una commedia sugli italiani.
E quando s'apre il sipario sul palcoscenico si stenta a notare la differenza fra attori e pubblico, i primi impegnati al massimo della loro capacità a tratteggiare un regime dietro la cui parvenza di grandezza i piccoli e i grandi protagonisti si muovono come marionette fra ipocrisie, timori e apparente fierezza, mentre gli altri, il pubblico in sala, sorride, ride, anche fragorosamente, non accorgendosi di trovarsi dinnanzi a uno specchio.
Il periodo fascista descritto da Camilleri è quello di un'Italia dai roboanti proclami a cui si finge di credere affinché nulla possa turbare i propri traffici privati, spesso illeciti, nella totale assenza di senso per lo stato.
La storia è ambientata nel 1929, ma per come agiscono i personaggi, per come insomma gira la carrozza del paese, si ha l'impressione di un qualche cosa di già visto e che, purtroppo, è sotto ai nostri occhi tutti i giorni, una lenta assuefazione tale da non accorgerci di questa perenne recita a soggetti, tutto uno sbandierare di apparenze, di deformazione della verità, una sorta di sogno infantile il cui risveglio potrebbe tramutarsi in incubo.
Fra l'altro Camilleri per raccontare si è rifatto all'esperienza de "La concessione del telefono" e così è tutto un fiorire di carteggi fra commissari di Pubblica Sicurezza, Questori, Federali, Podestà, ministeri degli Interni e degli Esteri, intercalati da prime pagine di giornali che più di tutti rivelano un totale asservimento a un regime in cui la notizia non è il fatto come accaduto, ma come, secondo la illogicità di un sistema, viene offerto, anzi imposto, agli occhi di un lettore che ormai non può più discernere fra vero e falso.
Non mancano anche siparietti colloquiali, inseriti nel momento giusto e tesi soprattutto a dimostrare che fra l'ufficialità dei comportamenti e la relativa sicurezza del privato tutto era completamente diverso, come se ciascuno potesse contare su una doppia, e distorta, personalità.
L'autore siciliano parte così da un evento vero, e cioè il fatto che negli anni 1929 - 1932 si trovava a Caltanissetta il principe Brhané Sillassiè, nipote del Negus Ailé Sellassié, come studente della Regia Scuola Mineraria, da cui uscì diplomato.
Di lui si sa che era bello, focoso, gran spendaccione e questa è la realtà, tanto che opportunamente il buon Camilleri ci precisa alla fine che tutto il resto è solo frutto di fantasia.
Senza descrivere la trama, per non dispiacere al lettore, dico solo che questo etiopico, dalla pelle nera, si rivelerà pagina dopo pagina non lo sprovveduto e quasi selvaggio di cui Mussolini intende avvalersi, ma un attore astuto e consumato tanto da prendersi gioco del regime.
Allora un nero in Italia era una rarità, ora non lo è più, ma in un contesto socio-comportamentale assai analogo non oso pensare quello che un altro nipote del Negus, o di un capo tribù del Ciad, o addirittura anche un ex morto di fame del Biafra potrebbe combinare. Perché se c� un posto in cui tutto può accadere e anche accade è proprio l'Italia, ove grazie a personali ragion di stato, a furberie da asilo infantile e a soporiferi intrattenimenti dei media, tutto procede in una irreale realtà in cui anche "un alieno" di pelle scura potrebbe dimostrare che la logica vince sempre, soprattutto quando opera in un terreno in cui è assente.
Ho riso, più volte, ma è un riso amaro che si allarga nello specchio in cui mi rifletto.
Semplicemente un libro imperdibile. »

Oltre il sipario. Il teatro è vita e la vita è teatroOltre il sipario. Il teatro è vita e la vita è teatro
Albus Edizioni
  • Prezzo: € 12.00
5.0
Il teatro metafora della vita, 13-06-2010
, ritenuta utile da 3 utenti su 5
«Il Teatro è Vita e la Vita è Teatro, così Giuseppe Gambini ha voluto sotto intitolare questa antologia poetica da lui curata e ora fresca di stampa per i tipi della Albus Edizioni, opportunamente inserita nella collana Le parole per te.
Non è un caso se il poeta, napoletano d'origine, ma milanese d'adozione, ha inteso rendere omaggio a una sua vecchia e costante passione, vale a dire la rappresentazione teatrale, da lui da anni coltivata, anche se l'intento va oltre le semplici parole, si articola più in là del palcoscenico, andando a cercare, a esplorare in un mondo metaforico che appunto è Oltre il sipario.
Infatti, se vogliamo ben guardare, tutta la nostra vita ci vede al contempo protagonisti e spettatori, con un interscambio dei ruoli del quale nemmeno ci accorgiamo. E non è sempre detto che qualora facciamo parte dell'anonimo pubblico non siamo in effetti i più incisivi attori, muovendoci in silenzio nell'ombra del palcoscenico, figure che non si notano, che non appaiono alla ribalta, ma che sono lì, servono, sono necessarie, come i macchinisti, gli scenografi, il regista.
Ognuno ha un suo ruolo ben preciso, perché la vita si compone, si scompone, come le pietruzze di un mosaico, e se una c'è è perché esistono le altre, in un'interdipendenza di cui nemmeno ci accorgiamo se non quando qualcuno viene a mancare, una comparsa, anzi un attore che si allontana in silenzio per sfumare dietro le quinte del palcoscenico della vita.
Gambini ha scelto bene le poesie, in modo da presentare una varietà di liriche che, nel tema, hanno la dignità della loro diversità.
Si va così dalle quattro pareti in cui si consuma ogni sera il dramma della vita, lirica opera dello stesso Gambini all'ultima danza, che muore col sogno, di Gloria Venturini, passando per l'esplicito sipario della vita, di Giuseppina Iaccarino, e per i tasselli ribelli di un pianoforte, di Antonella Marseglia.
Cosa resterà di questa commedia dell'esistenza?
Forse il rimpianto di aver recitato un copione che abbiamo per forza dovuto accettare.
E' una bella antologia, varia e veramente interessante, e quindi senz'altro da leggere. »

La firma del diavoloLa firma del diavolo
di Fiorella Borin - Tabula Fati
  • Prezzo: € 9.00
5.0
Le streghe di Triora, 27-05-2010
, ritenuta utile da 5 utenti su 8
«Biastemo il giorno che me innamorai,/ Biastemo il giorno che ti misi amore,/ Biastemo il giorno che in te mi fidai,/ Biastemo il giorno che ti déi il mio core;/ Biastemo il bene ch'io te volsi mai,/ Biastemo l'alma mia, che per te more...

E' l'anno di grazia 1588 e a Triora, un paesino della Valle Argentina, sito nel retroterra di Ventimiglia, corre la paura, c'è la caccia alle streghe, ree di aver fatto mancare la pioggia e di aver ridotto alla fame gli abitanti. Sono giorni di sospetti, di calunnie, di confessioni estorte con la violenza, di nomi di innocenti fatti sotto tortura, con i nuovi incolpati che, per lenire le sofferenze, chiamano in causa altri incolpevoli, in una spirale di crescente terrore. Spadroneggia, forte della sua carica, il commissario Giulio Scribani, feroce persecutore di seguaci del diavolo e fra queste Magdalena, la più bella del paese, amante di un nobile soldato, peraltro coniugato, e che farà di tutto per salvarla dal rogo.
I fatti accaduti in quell'anno sono veri e sono documentati da incartamenti d'epoca e da saggi storici. Pure vero è il commissario Scribani, mentre la vicenda di Magdalena e del suo amante è frutto di fantasia, innestata però con perizia nella realtà degli eventi, al punto di apparire del tutto verosimile.
Fiorella Borin si destreggia abilmente fra realtà e invenzione scrivendo un romanzo, in cui superstizione, fanatismo religioso e amore contribuiscono a costruire una storia di grande interesse e anche di notevole bellezza.
C'è solo follia, la follia della gente ignorante e pavida che soggiace alla volontà della Chiesa tramite le parole del vicario Gerolamo Dal Pozzo che di fatto insinua il sospetto e indica le prove, gli elementi di chi potrebbe essere una strega e trasformando così la paura in terrore; c'è la follia ancor più malvagia di Giulio Scribani, un fanatico che vede intorno a lui solo streghe; e infine c'è la follia di un innamorato che cerca inutilmente di salvare la propria amata.
E per tutto il romanzo arde costante un solo fuoco, quello di un amore che va oltre ogni limite, al punto che, proprio per amore, si può anche dare la morte affinché non si abbia troppo a soffrire.
Lei, rea confessa, la cui assunzione di colpa appare, oltre che inspiegabile, stupefacente, finisce con il diventare la vera protagonista, lei e tutte le donne che nei secoli sono state comodi capri espiatori. Il fuoco del rogo brucia tutto, anche ogni speranza, ma non l'amore e solo dopo, per un caso fortuito, sapremo il perché delle strane parole della confessione, un ulteriore, supremo e sublime atto d'amore.
Così, dopo aver letto e apprezzato due libri concernenti processi di stregoneria (Tu non dici parole, di Simona Lo Iacono, e La chimera, di Sebastiano Vassalli), ho seguito con passione ed emozione questa storia, con un senso di presenza ai crudeli interrogatori, alla disperazione dell'innamorato, sotto un cielo cupo e in un'atmosfera dal pungente lezzo della paura. Presunte streghe, povere donne innocenti sacrificate all'altare della superstizione, volti sconosciuti, ma quello di Magdalena me lo sono immaginato, provato, scavato, ma radioso nell'amore che la sosteneva, questa forza quasi immortale che resta anche dopo povere ceneri.
La firma del diavolo è un romanzo semplicemente stupendo. »

Raimondo Mirabile, futuristaRaimondo Mirabile, futurista
di Graziano Versace - Edizioni XII
  • Prezzo: € 15.50
4.0
Un riuscito cocktail di diversi generi, 20-05-2010
, ritenuta utile da 3 utenti su 5
«Già dalle prime pagine l'IO narrante, rappresentato da Gregorio Valli, il maggiordomo di Raimondo Mirabile, l'effettivo protagonista, mi ha fatto venire in mente un altro personaggio, Archie Goodwin, il segretario di Nero Wolfe; poi, nello svolgimento della trama, un vero e proprio feuilleton ambientato in una fosca Milano degli inizi del secolo scorso, l'autore ha attinto a piene mani ad altri generi e sottogeneri. Così, nell'ambito di una vicenda di extraterrestri e quindi propria della fantascienza, si innestano, oltre a elementi del giallo, anche aspetti e situazioni tipiche del gotico, dell'esoterico, con una puntata nell'atmosfera dello steampunk. Nasce così un curioso cocktail in cui Graziano Versace sembra trovarsi, tutto sommato, a suo agio e di questa costruzione narrativa il lettore non potrà che essere appagato, costantemente teso a scoprire come i nostri eroi riusciranno finalmente a sventare una diabolica cospirazione messa in atto da esseri alieni. Giova molto, peraltro, l'agilità di una scrittura dal tono velatamente distaccato, quasi di epoca vittoriana, che più che tendere a drammatizzare induce ad alimentare una curiosità sull'evolversi della vicenda che cresce progressivamente, fino a quasi il parossismo delle pagine finali, con una discesa in una cripta, gigantesca, di una tomba monumentale del cimitero di Milano in cui ritroviamo strumenti e macchinari tipici dei romanzi di Jules Verne Viaggio al centro della terra, Dalla Terra alla Luna, L'isola misteriosa e Ventimila leghe sotto i mari.
L'impressione è così di immergersi nei ricordi delle letture della giovinezza, allorché attiravano maggiormente le avventure narrate dallo scrittore francese anziché quelle di Asimov, forse perché le prime avevano un sapore pionieristico, quasi artigianale, meno tecnologico del mondo dei robot.
Oggi la fantascienza è una proiezione della scienza nel futuro ed è quasi scontato che un giorno sarà così, ma il sapore di qualche cosa che sembra più dimensionato all'uomo si ritrova in opere come quelle di Verne, di Wells e anche in questo piacevolissimo romanzo di Versace.
Peraltro, il richiamo al futurismo non è solo opportunistico, vista l'epoca, ma va ben oltre e sembra avere un significato profetico, con quel delirio di volontà e di potenza con il quale gli alieni intendo asservire i terrestri. Le loro parole circuiscono, nel dire una cosa se ne imprime un'altra nelle menti, un'allusione all'attuale comunicazione televisiva che non libera, ma assoggetta.
Fra trovate geniali, come quella dell'olio sostituito al sangue, e altre con vaghi richiami letterari, come la serata futurista, è un salto nel passato per comprendere il presente, e, secondo me, sta in questo la reale grandezza del romanzo, peraltro godibilissimo anche come letteratura fantastica.
Da leggere, non ve ne pentirete. »

L' amante dell'Orsa MaggioreL' amante dell'Orsa Maggiore
di Sergiusz Piasecki - Mondadori
  • Prezzo: € 5.42
5.0
La vera libertà, 07-05-2010
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«Se c'è un romanzo che incarna il desiderio di libertà e lo spirito di avventura è proprio 'L'amante dell'Orsa Maggiore. L'autore è riuscito a narrare una sua esperienza di vita innestando anche fatti ed eventi di pura fantasia con straordinaria abilità, rendendo così la sua opera particolarmente attraente tanto da trovare non pochi entusiasti al punto tale da indurre il regista Valentino Orsini a trarre un buon film nel 1971 e Anton Giulio Majano a dirigere uno sceneggiato televisivo nel 1983.
La trama, densa di avvenimenti, ruota intorno alla figura di Vladek, nome che si attribuisce l'autore e che altri non è se non un contrabbandiere che percorre di notte sentieri appena tracciati per passare dalla Polonia all'Unione Sovietica.
Il pericolo sempre presente, le suggestive descrizioni di cieli stellati, di una natura solo in apparenza ostile e le innumerevoli vicende che si susseguono con ritmo serrato danno a questo romanzo un'atmosfera di ribellione a tutto ciò che è imposto dagli uomini per restituire così all'individuo la originaria libertà.
Vladek non è un eroe, ma solo un uomo che ama correre nel vento come un cavallo selvaggio, forse anche un anarchico ammantato da un velo di istinti primitivi che lo portano a vivere un'esistenza avventurosa giorno per giorno fino a quando anche lui si accorgerà che non è più il tempo di una spensierata giovinezza trascorsa all'insegna di una beata incoscienza, ma che l'ultima stagione va sempre più approssimandosi.
In questo romanzo ciò che è emerge è la bellezza di vivere, il desiderio di esistere intensamente ogni giorno come se questo fosse l'ultimo; l'ho letto che ero giovane e mi ha letteralmente entusiasmato, l'ho riletto molti anni più tardi con un senso di rimpianto per il tempo andato, per giorni trascorsi a rilento, per un'esistenza che non è che una pallida ombra di quella di Vladek.
E non c'è più un'Orsa Maggiore a guidare il mio cammino nell'oscuro sentiero della vita.
Leggete questo romanzo, riscoprite il significato della vera libertà. »


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