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Tutte le recensioni di R. Montagnoli

Voglio che Dio mi mostri il suo voltoVoglio che Dio mi mostri il suo volto
di Fabrizio Manini - Ass. Culturale Il Foglio
  • Prezzo: € 7.50
5.0
Non ateo, ma anticlericale , 04-03-2009
, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«E' difficile scrivere un commento critico di un testo di così elevata portata, ma anche per sua natura estremamente complesso, perché sinceramente parlare di entità supreme al di fuori dei canoni dogmatici istituiti dagli uomini di chiesa può apparire, oltre che profano, anche eretico.
Del resto quando un uomo rivendica una propria autonoma interpretazione di qualsiasi cosa di questo mondo finisce inevitabilmente per essere bollato con l'infamia propria di chi non vuol far parte delle regole rigide di un ordine costituito.
Ritengo, però, opportuno chiarire subito un concetto, sgombrando così quel dubbio che si potrebbe insinuare in un credente leggendo le prime poesie: l'autore non ha inteso innalzare un ode all'ateismo, anzi il poeta, per quel modo di vedere e di sentire del tutto autonomo, intende rivendicare una propria specifica visione della spiritualità.
In questo contesto, invece, emerge un evidente anticlericalismo, rivolto non tanto alla Chiesa, ma agli uomini della chiesa, nel senso che l'istituzione in sé non è criticabile, mentre altra cosa è il comportamento di chi la rappresenta.
Del resto, il rivendicare una propria religiosità individuale, al di fuori degli schemi rigidi creati da chi rappresenta la chiesa, se da un lato costituisce un'eresia, dall'altro realizza quell'identità spirituale fra uomo e divinità che è propria di una religione monoteista volta ad essere compresa dall'animo di ogni individuo.
La visione di Fabrizio Manini si attua attraverso un'evoluzione che dapprima porta a considerare Dio e il Diavolo due facce della stessa medaglia, ma poi finisce con il considerarli elementi che non riescono a trovare una collocazione logica nella mente umana proprio perché non è possibile dimostrare la loro esistenza.
A questo punto sembrerebbe scattare l'ipotesi di un testo ateo, ma subito viene fugata da un raziocinio che riesce a individuare come ragion d'essere l'Amore, in ambo i suoi significati, cioè quello puramente affettivo e quello erotico. Anche in questo caso sono due facce della stessa medaglia; però se il primo è l'amore di Dio e il secondo è quello del Diavolo, la visione percepibile concretamente dalla mente umana non è la contrapposizione a cui ci ha abituato la rigida e, per molti versi, illogica morale cattolica, ma la loro contemporanea presenza, una perfetta unione in mancanza della quale non può sussistere un concetto di vita salvifico.
Quindi, più che per lo stile, peraltro assai funzionale e piacevole, questa silloge assume una valenza per il concetto espresso, tanto da pensare che un filosofo si sia dilettato a esporre il suo pensiero con la poesia.
Il titolo della silloge, oltre che essere tratto da due versi di una delle liriche (MIODIO), riassume bene il significato di libertà di interpretazione, di dialogo muto fra uomo e spirito che solo può portare a una concezione religiosa in funzione dell'individuo che la vive, quindi lungi da dogmatismi, frutto di imposizioni di altri uomini.
A mio avviso, questa è un opera che conferma il talento di questo autore, capace di rendere in poesia concetti filosofici di notevole profondità. »

Ballate di vita, di morte e d'amoreBallate di vita, di morte e d'amore
di Fabrizio Manini - Ass. Culturale Il Foglio
  • Prezzo: € 5.00
5.0
Sulle orme di François Villon, 04-03-2009
, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«Della produzione poetica di Fabrizio Manini, di notevole pregio (al riguardo prego il lettore di leggersi le mie recensioni a Grigie distese e a Voglio che dio mi mostri il suo volto), fa parte anche un'opera di più ridotte dimensioni, ma sicuramente atipica sia per l'autore che per le produzioni correnti.
La ballata era un tempo molto diffusa e la sua ritmicità permetteva ai cantastorie di cantarla; spesso erano lavori che parlavano di vicende amorose o anche storiche, ma adatti soprattutto ad ascoltatori di poche pretese, quali potevano essere soprattutto i servi della gleba di almeno sette secoli fa.
Ciò non toglie che vi si siano cimentati, con opere di diverso e maggior valore, anche poeti famosi, fra i quali Petrarca e in tempi meno remoti Carducci, Pascoli, D'Annunzio.
In queste composizioni la tecnica è essenziale e quindi occorre non solo conoscere bene la metrica, ma esserne padroni. Infatti i versi sciolti e liberi mal si adattano al ritmo richiesto e soprattutto a quella sorta di ritornello armonico che è sempre presente.
Al riguardo Manini dimostra consapevolezza dei propri mezzi, ricorrendo a quartine a rime pure, talvolta baciate, altre più spesso alternate; tuttavia non si rifa alla tradizione italiana della ballata, cioè alle opere dei citati Petrarca, Carducci, ecc., di carattere più elegiaco, ma ai grandi specialisti francesi, fra i quali spicca quel François Villon, scapestrato e mezzo delinquente, al punto tale che, al di là del valore, è anche noto per la sua vita turbolenta.
Fabrizio Manini ha intitolato queste dodici ballate Ballate di vita di morte e d'amore, perché in effetti ha inteso tracciare alcuni aspetti caratteristici dell'esistenza, con un occhio però di favore più per la morte che per la vita e per l'amore.
E indubbiamente Villon ha avuto un grande ascendente su di lui, ove si consideri che la fonte ispiratrice sono proprio le opere dell'autore francese.
Non a caso il riferimento è addirittura la famosa Ballade des pendus e anche nella silloge di Manini troviamo La ballata dell'impiccato (...;dal cappio pietà/ brunito d'attesa/la tua fune saprà/che il mio culo pesa.).
Poi ci sono altre ballate che hanno tematiche diverse, ma nella maggior parte delle quali è presente la morte.
Del resto, nell'epoca d'oro di questa forma poetica, la morte, vista come figura, era quasi sempre presente, perché in fondo serviva anche a umanizzarla. Questa tendenza smitizzante era ripetuta anche nelle arti figurative, come nelle famose Danze Macabre che affrescavano le pareti di molte chiese con annesso cimitero.
E anche in Manini questa smitizzazione è presente, perché in fondo l'autore sembra volerci dire che la morte è una certezza, mentre la vita non lo è.
Peraltro l'opera ha una sua valenza anche perché prefigura quella che sarà la successiva produzione poetica dell'autore, e non tanto per la forma, quanto per i contenuti.
In particolare si ravvisa quelle tematica esistenziale propria di Grigie distese nella Ballata della noia, successivamente ripresa con alcune modifiche nella silloge testé citata, nonché nella Ballata della solitudine, segno evidente dell'evoluzione artistica e filosofica che l'autore nel tempo va portando avanti.
Del resto i prodromi di Voglio che dio mi mostri il suo volto si riscontrano, sia pure abbozzati, nella Ballata dell'amore e della morte, dove il concetto, che sarà in seguito più ampiamente espresso, qui è delineato in modo diverso, ma è pur sempre presente la contestualità fra l'amore affettivo e quello erotico, il primo rientrante con il pentimento nella raffigurazione divina e il secondo, con l'espiazione nella morte, simbolizzato da una sorta di diavolo salvificatore (...cerco l'oblio/dell'alito nero/ e invoco il mio/ destino e spero...;... baciarti la bocca/ a labbra di seta/ salvezza mi tocca/ in morte discreta...).
E' opera di facile e gradevole lettura, dove la tecnica, come precisato agli inizi, la fa da padrona, ma scorrendo le righe, quartina dopo quartina, se riuscirete a essere partecipi, non potrà non venire in voi il desiderio di canticchiarle, magari immaginandovi di essere su una piazza del '500, contornati da mocciosi che si accapigliano e da gente del popolo, che, estasiata, batte il tempo con i piedi. »

Ballate di vita, di morte e d'amoreBallate di vita, di morte e d'amore
di Fabrizio Manini - Ass. Culturale Il Foglio
  • Prezzo: € 5.00
5.0
Sulle orme di François Villon, 04-03-2009
, ritenuta utile da 1 utente su 2
«Della produzione poetica di Fabrizio Manini, di notevole pregio (al riguardo prego il lettore di leggersi le mie recensioni a Grigie distese e a Voglio che dio mi mostri il suo volto), fa parte anche un'opera di più ridotte dimensioni, ma sicuramente atipica sia per l'autore che per le produzioni correnti.

La ballata era un tempo molto diffusa e la sua ritmicità permetteva ai cantastorie di cantarla; spesso erano lavori che parlavano di vicende amorose o anche storiche, ma adatti soprattutto ad ascoltatori di poche pretese, quali potevano essere soprattutto i servi della gleba di almeno sette secoli fa.

Ciò non toglie che vi si siano cimentati, con opere di diverso e maggior valore, anche poeti famosi, fra i quali Petrarca e in tempi meno remoti Carducci, Pascoli, D'Annunzio.

In queste composizioni la tecnica è essenziale e quindi occorre non solo conoscere bene la metrica, ma esserne padroni. Infatti i versi sciolti e liberi mal si adattano al ritmo richiesto e soprattutto a quella sorta di ritornello armonico che è sempre presente.

Al riguardo Manini dimostra consapevolezza dei propri mezzi, ricorrendo a quartine a rime pure, talvolta baciate, altre più spesso alternate; tuttavia non si rifa alla tradizione italiana della ballata, cioè alle opere dei citati Petrarca, Carducci, ecc., di carattere più elegiaco, ma ai grandi specialisti francesi, fra i quali spicca quel François Villon, scapestrato e mezzo delinquente, al punto tale che, al di là del valore, è anche noto per la sua vita turbolenta.

Fabrizio Manini ha intitolato queste dodici ballate "Ballate di vita di morte e d'amore", perché in effetti ha inteso tracciare alcuni aspetti caratteristici dell'esistenza, con un occhio però di favore più per la morte che per la vita e per l'amore.

E indubbiamente Villon ha avuto un grande ascendente su di lui, ove si consideri che la fonte ispiratrice sono proprio le opere dell'autore francese.

Non a caso il riferimento è addirittura la famosa Ballade des pendus e anche nella silloge di Manini troviamo La ballata dell'impiccato (...dal cappio pietà/ brunito d'attesa/la tua fune saprà/che il mio culo pesa.).

Poi ci sono altre ballate che hanno tematiche diverse, ma nella maggior parte delle quali è presente la morte.

Del resto, nell'epoca d'oro di questa forma poetica, la morte, vista come figura, era quasi sempre presente, perché in fondo serviva anche a umanizzarla. Questa tendenza smitizzante era ripetuta anche nelle arti figurative, come nelle famose Danze Macabre che affrescavano le pareti di molte chiese con annesso cimitero.

E anche in Manini questa smitizzazione è presente, perché in fondo l'autore sembra volerci dire che la morte è una certezza, mentre la vita non lo è.

Peraltro l'opera ha una sua valenza anche perché prefigura quella che sarà la successiva produzione poetica dell'autore, e non tanto per la forma, quanto per i contenuti.

In particolare si ravvisa quelle tematica esistenziale propria di Grigie distese nella Ballata della noia, successivamente ripresa con alcune modifiche nella silloge testé citata, nonché nella Ballata della solitudine, segno evidente dell'evoluzione artistica e filosofica che l'autore nel tempo va portando avanti.

Del resto i prodromi di Voglio che dio mi mostri il suo volto si riscontrano, sia pure abbozzati, nella Ballata dell'amore e della morte, dove il concetto, che sarà in seguito più ampiamente espresso, qui è delineato in modo diverso, ma è pur sempre presente la contestualità fra l'amore affettivo e quello erotico, il primo rientrante con il pentimento nella raffigurazione divina e il secondo, con l'espiazione nella morte, simbolizzato da una sorta di diavolo salvificatore (...cerco l'oblio/dell'alito nero/ e invoco il mio/ destino e spero...;... baciarti la bocca/ a labbra di seta/ salvezza mi tocca/ in morte discreta...).

E' opera di facile e gradevole lettura, dove la tecnica, come precisato agli inizi, la fa da padrona, ma scorrendo le righe, quartina dopo quartina, se riuscirete a essere partecipi, non potrà non venire in voi il desiderio di canticchiarle, magari immaginandovi di essere su una piazza del '500, contornati da mocciosi che si accapigliano e da gente del popolo, che, estasiata, batte il tempo con i piedi. »

Grigie disteseGrigie distese
di Fabrizio Manini - Ass. Culturale Il Foglio
  • Prezzo: € 10.00
5.0
Il grigio della noia, 04-03-2009
, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«Non so se succede anche a voi, ma a me capita sempre così. Prendo in mano una silloge e comincio a leggere; all'inizio trovo sempre un po' di difficoltà, una sorta di atteggiamento di cauto approccio che, per fortuna, viene superato con un semplice ragionamento, che consiste poi in un atto di umiltà, quasi una sottomissione al messaggio del poeta di turno. Per comprendere e apprezzare la poesia si deve necessariamente avere la massima disponibilità ad ascoltare quanto l'autore ci dice. La stessa cosa è accaduta con Grigie distese e, lirica dopo lirica (in totale sono 101), sono arrivato alla fine con la piena consapevolezza di aver letto un'opera di notevole gradimento. Di norma, in questi casi, esce spontaneo un aggettivo, che può essere bella, magnifica, stupenda, ma che in questo caso è stato il frutto di un nuovo conio, e così mi è sfuggito dalle labbra un'intensa, quasi a voler qualificare, più che la soddisfazione, l'intera sua costruzione. Preciso che intensa è stato il primo della serie, perché poi è seguito un mirabile e infine un realistica. Subito dopo, scatta l'inevitabile domanda: perché? Questa volta, complice il caldo afoso, che rallenta i riflessi e impigrisce la mente, prima di rispondere con le mie considerazioni a questo quesito di rito, quasi inavvertitamente ho incautamente letto, cosa che invece di solito faccio solo dopo aver scritto la recensione, l'introduzione di Taylor Grant Hawkes, poeta e saggista americano. Ebbene, queste poche righe sono state scritte in modo talmente esauriente che ho finito con il pormi un'altra domanda: che scriverò ora? Per farla breve, ho deciso, nella circostanza, di mutare completamente il mio modus operandi e dopo questa premessa, forse un po' lunga, anche barbosa, ma a mio avviso indispensabile, di seguito potrete leggere la mia recensione. La noia, non quella che ci prende ogni tanto, quando siamo insoddisfatti temporaneamente della nostra esistenza, è alla base di questa silloge. E' una noia che trova origine in un contesto esistenziale: Anche oggi/chiude gli occhi/chi non trova posto/nel tacito patto/di esistenza/fra il milite ignoto/e la trincea del nulla. (NOIA I). Del resto già il titolo dell'intera raccolta è di per sé esplicativo. Fra tutti i colori quello più opprimente è il grigio, un colore non colore, una massa uniforme che ci isola dagli altri e che separa noi dalla realtà, come una nebbia persistente. Se poi aggiungiamo una distesa di questo colore, possiamo comprendere come l'isolamento sia totale, come profondo e insanabile sia il senso di solitudine di chi riesce a vedere oltre le immagini, a differenza di chi opera sulle apparenze. E' un rifiuto insanabile di fare parte di qualche cosa in cui non si crede, è una lenta presa di coscienza di ciò che si è, di quello che non si è e di nient'altro. A un eroe inutile/è concessa solo/ la forza di odiare/i giorni che si ripetono (da Noia LXXXIII). In un trauma interno, in un conflitto fra la comprensione del proprio stato e il ripudio della possibilità di essere parte del mondo omologandosi, scaturisce un' emozione catartica quale l'odio. E' il passo indispensabile nell'enfasi cosciente della sensazione, ossessiva, del tempo che scorre per giungere a un lucido stato di pazzia, con cui si finisce con l'accettare quel destino, quel fardello che altri portano senza sapere. La silloge termina con una lirica stupenda, un omaggio di un essere rassegnato alla nemica, ma in fondo amica, perché propria del suo sentire: sempre, eternamente la noia. E così, con la splendida Ballata della noia si conclude un'opera non solo di elevato livello stilistico, ma di pregnante, rilevante analisi psico-filosofica, dove le risultanze dell'introspezione diventano una visione più generale della vita, di quello che gli altri sono incapaci di avvertire.
Una silloge di indubbio elevato valore e, peraltro, di gradevolissima lettura. »

Il cuoco di MussoliniIl cuoco di Mussolini
di Carlo Bordoni - Bietti
  • Prezzo: € 17.50
5.0
Una parentesi ucronica, 03-03-2009
, ritenuta utile da 3 utenti su 5
«Che cosa fa Mussolini, in incognito, in una casa toscana nell'agosto del 1944?
Spera di realizzare un piano che gli assicuri un futuro e che magari acceleri l'occupazione anglo-americana dell'Italia. E' l'ultima illusione e resterà tale anche per un incontro fatale con un ragazzino ospite di quella casa e che per il duce e il suo seguito s'improvviserà cuoco.
E' evidente che questo fatto non si è mai verificato: Mussolini, benché presidente della Repubblica Sociale Italiana, viveva sul lago di Garda, in ostaggio dei tedeschi e di se stesso.
Ma la storia ucronica, costruita con notevole abilità da Carlo Bordoni, ha tutti gli aspetti della veridicità, partendo da presupposti inconfutabili, quali l'avanzata lungo lo stivale degli alleati, la progressiva sfiducia nella vittoria finale dei fascisti e perfino dei tedeschi che, come si sa, trattavano con gli anglo-americani tramite emissari del generale delle SS Wolf e questi per ordine di Himmler.
I personaggi sono reali, nel senso che sono esistiti, fatta eccezione per il cuoco ragazzino, che però rappresenta il simbolo di un italiano non legato al regime, pragmatico e disposto a ricominciare di nuovo, una speranza per un'Italia diversa e migliore.
La capacità di alternare l'invenzione alla realtà è giocata da Bordoni in perfetto equilibrio, senza mai una nota steccata, così che poco a poco si finisce con il credere che l'intera storia sia vera e questo appassiona, avvince, coinvolge.
Si arriva a un punto che sembra di essere lì con il dittatore, ridotto ormai a un'ombra di se stesso, angosciato, in preda a una gastrite devastante che gli fa emettere un fiato pestilenziale, ma, e qui l'abilità dell'autore è stata notevole, non si è mai tentati di considerare Mussolini un povero diavolo, cioè non si è presi dalla pietà e comunque nemmeno dall'odio.
Lì, in quella casa, infatti ognuno pensa solo a se stesso, l'uomo è ridotto a un essere che lotta, anche con l'illusione, per sopravvivere.
Quando la sorte avversa è ormai segnata, per quanti sforzi si facciano, si finisce con il comprendere di essere prossimi al capolinea ed è questo che si intuisce che pensi Mussolini tornandosene a Gargnano.
Non è così per il cuoco, il vero autentico personaggio principale, un ragazzo, desideroso di vivere e che sa che potrà farlo perché il sole che sta tramontando per il regime sta sorgendo per lui.
Non c&'è politica, perché non avrebbe senso in un mondo morente e in un giovane che s'avvia verso il futuro senza la remora di un passato da scontare.
Il cuoco di Mussolini è un romanzo veramente bello, piacevole da leggere e che fa molto meditare, perché non c'è nulla di più reale di uomini soli con le loro paure o con le loro speranze.
La trama sarà ucronica, ma rispetta in pieno, anche nella conclusione, la verità su quel che accadde, così come è di sicuro apprezzabile il rispetto dell'autore per i personaggi, che descrive esattamente come furono, senza giudicare, senza parteggiare e in fondo restituendoli integri alla storia.
La lettura, più che consigliabile, è sicuramente raccomandabile. »

Una nave impazzitaUna nave impazzita
di Piero Gaffuri - Ass. Culturale Il Foglio
  • Prezzo: € 10.00
5.0
Un canto di libertà, 03-03-2009
, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«Una nave impazzita è un omaggio al mare, all'acqua nella sua immensità, fonte di vita, ma anche di libertà, perché lì non vi sono confini, se non quelli naturali delle coste e allora perché non cercare di percorrere nuove rotte, senza piani di viaggio, ma così per caso, sotto l'effetto dell'ispirazione, alla ricerca di se stessi.
Piero Gaffuri è al tempo stesso nocchiero, viaggiatore, scafo, onda e perfino mare, è un odisseo che volontariamente rifugge il luogo di ogni giorno, la vita omologata per salpare per un lungo viaggio che gli faccia scoprire quanto di nascosto c'è in lui.
Sarà che amo tanto il mare, ma mi sono inebriato leggendo certi versi, ho aspirato aria salmastra, mi sono lasciato bagnare delle onde, ho cavalcato con i delfini, in poche parole sono entrato nella poetica dell'autore.

MARE

"Quante volte
ho temuto di perdermi
nell'azzurro del cielo
ubriaco di sonno e sole.
Cosa avrei fatto
senza la forza nelle braccia,
i gomiti, i muscoli del corpo,
il collo, la spina dorsale?
Perché davanti a me
c'era sempre mare:
il vento sul viso
con la forza di un pugno,
il suo profumo,
di ragazza perfida e selvaggia,
il richiamo dell'acqua profonda
e i pesci, sfuggenti e misteriosi.
Lo so
e non voglio tentarvi.
So cosa significa,
ma lasciatemi andare,
libero, ancora."

Il mare, amico e nemico, il luogo ideale per un'evasione dal nostro guscio, conchiglie rinserrate nei simboli di una civiltà opprimente, mentre là, quell'immensa distesa, sempre mobile, ricca di vita, fa sognare la fuga verso un'isola inconscia che sappiamo esistere in noi, ma che la fretta del giorno ci nasconde.
E questo paradiso apparentemente perduto è la salvezza; basta che diamo una svolta a tutto, senza progetti, senza impegni, senza scadenze e, novelli olandesi volanti, prendiamo la via del mare, per tuffarci nella libertà, per ritornare a essere uomini.
Dotate di uno stile accattivante e particolarmente efficace, queste liriche si leggono con vero piacere e descrizioni, ambienti e paesaggi le ornano di uno sfondo quasi mistico.
Una nave impazzita è un canto di libertà. »

L' involucro del nullaL' involucro del nulla
di Francesco Baldassi - Tabula Fati
  • Prezzo: € 8.00
5.0
Il nulla alla base del tutto, 27-02-2009
, ritenuta utile da 3 utenti su 5
«La materialità del nulla, intesa ossimoricamente come presenza, è alla base di questa silloge di Francesco Baldassi.
La ricerca interiore sui tanti perché dell'esistenza attuata attraverso un'analisi che lentamente scende in profondità per dare luce al buio assoluto della mancanza di conoscenza finisce per approdare al dubbio, mai risolvibile, che proprio ciò che noi chiamiamo nulla sia il fondamento del tutto.
Il lavoro di Baldassi, prima ancora che poetico, è di natura filosofica e i versi sono la manifestazione attraverso la quale si snoda il percorso cognitivo al cui approdo certo non è possibile arrivare, in una ricerca dell'Assoluto, una sublimazione dell'innata spiritualità spesso ignorata e che si svela, pur non completamente, in itinere (Dammi luce, mio Dio / perché è il suo raggio che tesse / intera la trasparenza del mio sogno / e il cuore e il senso delle cose / che di te altissima / cantano impalpabile bellezza / e l'insondabile sereno / della palpitazione del mistero. /...). E' un tragitto intrapreso da tanti in un labirintico procedere che finisce con il riportare alla partenza senza risposte certe, ma con una consapevolezza di serenità tale da desiderare continuamente di riprovare (Quiete di dolce intimità. Nel cielo / gli astri travolgono il pensiero / d'essere esposti al vento / siderale. / Il giorno consuma il desiderio / di durare al di là della limitazione / per cogliere perfetta l'espressione / del compimento. / Tra gli alberi raccolti nell'aperto / spazio che modula il sentiero / della sorte, m'abbandono all'alito / del cuore. / In questa transumanza dalla terra / al cielo, stridulo stropicciare di cicale / scorta la vita nel suo percorso estivo / incontro / alla soglia assoluta della serenità.).
Siamo indubbiamente, a livello poetico, nell'ambito della corrente ermetica, la più idonea per sviluppare un discorso filosofico di così elevata concettualità e Baldassi è consapevole che, per scelta e finalità, il mezzo appare il più appropriato per sviscerare, enunciare, proporre quest'opera la cui valenza, sotto ogni aspetto, è fuor di dubbio, raggiungendo livelli di eccellenza che ne raccomandano vivamente la lettura. »

L' incrinarsi di una persistenza e altri racconti fantasticiL' incrinarsi di una persistenza e altri racconti fantastici
di Maurizio Cometto - Ass. Culturale Il Foglio
  • Prezzo: € 15.00
5.0
Quando il fantastico è...fantastico, 26-02-2009
, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«Valerio Evangelisti scrive nella prefazione "Se mi chiedessero, a bruciapelo, qual è l'autore italiano di narrativa fantastica che preferisco, risponderei: Maurizio Cometto".
Ora, io non sono Valerio Evangelisti e nemmeno sono un appassionato del fantastico, anzi ne leggo raramente, però mi sento di affermare che questa seconda edizione, riveduta e ampliata, de L'incrinarsi di una persistenza è un libro di notevole valore, che va oltre la tipicità del genere.
Già mi aveva interessato Il costruttore di biciclette, ma questa volta sono stato letteralmente avvinto dai racconti piemontesi di Cometto.
Ho riscontrato infatti una straordinaria abilità nel rendere verosimili fatti che non hanno nulla di reale, nel proporre al lettore vicende e situazioni dotati di un'originalità più unica che rara, il tutto accompagnato da una sottile vena ironica che sdrammatizza le situazioni senza nulla togliere al pathos delle stesse.
Sono tredici racconti che, se si ha il tempo, si leggono d'un fiato, scritti in modo impeccabile e che confermano quindi il giudizio di Evangelisti.
Già il primo, Maglia a pois, ha il tono epico delle imprese ciclistiche di altri tempi, ma, quel che più conta, ricrea l'atmosfera magica di una difficile corsa, inserendo elementi propri del fantastico che si potrebbero definire perfino possibili. Il finale, poi, credetemi, è del tutto imperdibile.
Commovente, straziante perfino, è poi L'incrinarsi di una persistenza, che dona il titolo all'intera raccolta.
Non è mia intenzione, tuttavia, scrivere di tutti i racconti, ma di limitarmi a quelli che, a mio giudizio, sono veramente delle chicche e così ai due precedenti ne aggiungo uno piuttosto lungo che da solo, opportunamente ampliato, e c'è di certo la possibilità, potrebbe anche diventare un romanzo.
Mi riferisco a "Lo scaricamento della bara" che, al di là della stupenda trama, presenta caratteristiche del tutto particolari, con una precisa e incisiva definizione del carattere dei protagonisti, circostanza questa che, unita a un'ambientazione particolarmente riuscita, fa emergere le qualità stilistiche di Cometto, un autore che potrebbe cimentarsi anche nel classico romanzo con risultati che sarebbero altrettanto soddisfacenti.
Certo, lui è portato per il genere fantastico e lì brilla di luce propria, imponendo caratteristiche di assoluta eccellenza.
Se è così tanto piaciuto a me, che non sono un amante del genere, raccomandarne la lettura diventa, quindi, la naturale conseguenza di chi, con sorpresa - lo ammetto - arrivato all'ultima pagina si è lasciato sfuggire una semplice esclamazione: fantastico! »

La divina forestaLa divina foresta
di Giuseppe Bonaviri - Sellerio Editore Palermo
  • Prezzo: € 11.00
  • Nostro prezzo: € 8.80
  • Risparmi: € 2.20 (20%)
5.0
Un poema biologico, 13-02-2009
, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«Non è facile scrivere di un libro come La divina foresta, perché tutto in esso è fuori dai canoni correnti. Lo si potrebbe anche interpretare in diversi modi, come un testo poetico e di poesia lì ce n'è tanta, ma non si tratta di versi sapientemente accostati per creare una composizione armonica, bensì di una prosa caratterizzata da soluzioni e da ritmi che sono propri della poesia, un insieme di elementi che fanno di questo testo un'opera unica e di indubbio elevato valore.
Non è solo la capacità creativa che stupisce e affascina, ma anche quella sottile vena di mistero che permea tutto il romanzo, con un susseguirsi di divenire, di modificare, di proporre nuovi quesiti dopo che già sembra di aver avuto adeguate risposte alle domande che inevitabilmente il lettore finisce con il porsi.
E'una scrittura immaginativa e non a caso il libro entusiasmò Italo Calvino, con quel sorgere della vita in un mondo primordiale descritta con una fantasia dall'efficacia sorprendente, e con una serie di successive metamorfosi che richiama alla memoria, pur nelle loro differenze, la famosa opera di Ovidio.
Se l'aspetto interpretativo non può essere univoco, di rilevante e uniforme giudizio è invece quello stilistico, in cui la ricerca del linguaggio ha caratteristiche svariate, che vanno dall'uso di descrizioni che si potrebbero definire addirittura tridimensionali all'aspetto fonetico delle parole, il tutto finalizzato a creare un irripetibile equilibrio ritmico di prosa poetica (del resto non è un caso se aveva suscitato in Giorgio Caproni tanto entusiasmo in un suo parere di lettura).
La vicenda di un magma inconsistente che si apre alla vita, prima indefinibile, poi vegetale, trasformandosi infine in un avvoltoio trova un'esatta definizione in quel poema biologico che proprio Calvino ebbe a riscontrare leggendo il libro.
Sarebbe tuttavia limitativo pensare solo che Bonaviri abbia inteso darci una sua personale visione della creazione e dell'evoluzione della vita, perché secondo me l'opera presenta altre interpretazioni, non in contrasto fra loro, che non possono che nobilitare ulteriormente il lavoro dello scrittore di Mineo.
Fra queste non di certo trascurabili sono le riflessioni filosofiche che ogni tanto emergono nel linguaggio di vegetali e di animali, un porsi il perché dell'esistenza in specie minori che presenta il vantaggio di semplificare i loro ragionamenti a tutto beneficio del lettore.
Del resto la vicenda dell'avvoltoio che ricerca l'amore fuggito, spingendosi oltre ogni confine, cercando di arrivare alla luna (le descrizioni al riguardo sono semplicemente eccezionali) sembra la metafora dell'uomo che tenta dalle origini di scoprire se stesso, senza mai riuscirci completamente.
Ma l'opera è aperta anche ad altre interpretazioni che le successive riletture sono in grado di far emergere, proprio come in un lavoro poetico di indubbio grande valore.
Ho riscontrato, fra l'altro, un rispetto profondo per la natura, quel senso del far parte di qualche cosa che dall'infinitesimo al più grande non ci appartiene, ma che ci ospita in un disegno apparentemente caotico, la cui perfezione tuttavia esclude la capacità dell'umano comprendere, a cui è consentito solo di scoprire leggi fisiche senza capirne i motivi se non cercando, con un percorso intimo trascendente, di arrivarvi, senza tuttavia riuscirci.
Mi pare superfluo aggiungere che questo libro è senz'altro raccomandabile, ma lo faccio perché Giuseppe Bonaviri è un autore poco conosciuto al grande pubblico, benché le sue opere possano incontrarne i favori anche per la considerevole gradevolezza della lettura. »

FranziskaFranziska
di Fulvio Tomizza - Mondadori
  • Prezzo: € 8.80
5.0
Delicatezza e sensibilità, 05-02-2009
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«E' fuor di dubbio che da Fulvio Tomizza il tema dei confini, siano essi solo territoriali, oppure etnologici, è particolarmente avvertito, anche per un'esperienza diretta.
Ma ci sono anche altri confini, più nascosti, quasi subdoli che possono devastare la vita degli uomini e ne è un tipico esempio Franziska, un romanzo di grande bellezza, in cui la capacità dell'autore di penetrare nell'animo femminile raggiunge vertici inimmaginabili. Già qualche cosa avevo intuito leggendo Gli sposi di via Rossetti, ma l'abilità nell'immedesimarsi, nel comprendere la sfera intima di una donna qui arriva a risultati che non potevo di certo nemmeno ipotizzare, per di più in un uomo.
L'avvio della storia risale a una data fatidica, all'inizio di quel secolo pieno di trasformazioni e di sconvolgimenti che avrebbe visto ben due guerre mondiali.
Il primo gennaio del 1900 nasce a San Daniele del Carso una bambina a cui viene imposto il nome di Franziska. Ai nati in quel giorno, entro le prime sei ore, l'imperatore Francesco Giuseppe ha promesso il suo speciale padrinato e, quel che più conta, una donazione di mille corone.
E' nell'ottica del guadagno, della partecipazione al premio che la levatrice, in presenza di un parto difficile, nulla fa per aiutare la puerpera, con il fine che la nascita ufficialmente avvenga nelle prime sei ore del primo gennaio del 1900.
Così nasce Franziska, ma muore Marija, sua madre.
La bimba crescerà, diventando donna, in un mondo sconvolto da una rapida trasformazione e questo libro parla con tenerezza, ma senza enfasi, dei suoi sentimenti, delle sue emozioni, di un amore forte che poco a poco si diraderà per colpa anche dell'invalicabile confine di classe.
La sua storia con il tenente del genio Nino Ferrari ha tutto il sapore di un'occasione mancata e irripetibile, di un unione incerta fra due mondi che non arrivano a comprendere che i confini sono frutto solo degli interessi umani.
L'amore diventa solo una parentesi, soffocata piano piano dalle difficoltà di un rapporto tra etnie diverse e da classi sociali troppo differenti.
Con lei a Trieste e lui ritornato a Cremona, sua città natale, la relazione prosegue, come negli sposi di Via Rossetti, in forma epistolare. Non c'è più la forza dell'amore, ma è un affetto tormentato che a poco poco si spegne. Resta in lei solo il ricordo di un giorno felice quando si conobbero e fra guerre, eccidi, e finalmente la pace, lo porterà con sé fino alla morte.
La vicenda, descritta così, sembra il tipico melo drammone strappalacrime, ma la grande abilità di Tomizza, che non si lascia mai prendere dalla compassione, fa sì che sia una storia fra le tante, di un rapporto semplicemente difficile fra due sconfitti.
Da leggere, perché lo merita. »


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