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Tutte le recensioni di R. Montagnoli

La padrona di Santa MariaLa padrona di Santa Maria
di Valentino Rocchi - Giraldi Editore
  • Prezzo: € 14.00
5.0
Il riscatto di una donna, 05-06-2009
, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«E' indubbio che tematiche e ambienti legati alla vita contadina siano uno stimolo per Valentino Rocchi, poiché non pochi suoi romanzi parlano di questo mondo agreste, fatto di fatiche e di poche gratificazioni. Anche La padrona di Santa Maria è un'opera dove la terra è sempre presente, dove la realtà di gente che sgobba dalla mattina alla sera in cambio del minimo per sopravvivere è il canovaccio sul quale l'autore dipinge una vicenda di emancipazione, non solo dalla miseria, ma dalla condizione femminile del tutto subalterna come accadeva appunto nel XIX secolo, nel caso specifico con maggior valenza in quanto tutto accade sotto lo stato pontificio, notoriamente immobile e strenuamente conservatore di privilegi e di preconcetti, soprattutto nei confronti dell'altro sesso.
In questo contesto la figura di Maria Domenica, fanciulla data in sposa a un ricco agricoltore, assai avanti con gli anni, unicamente per farla uscire da una condizione di indigenza senza speranza e per non inimicarsi il parroco, di fatto la massima autorità nel paese, assume l'emblema della disperazione femminile, di donne relegate al semplice ruolo di fattrici di figli e di aiutanti dei mariti nel duro lavoro dei campi, oggetto di attenzioni solo per questi scopi.
Lei cercherà, nonostante il divario di età, di amare quel marito, ma dovrà rassegnarsi a essere divisa con un'altra, in un crescendo di progressiva e amara disaffezione che finirà con l'imporla come la padrona di Santa Maria, senza in effetti essere padrona di nulla, nemmeno di se stessa.
Eppure Maria Domenica è un personaggio importante, quasi il profeta di un mondo futuro in cui alla donna venga riconosciuta la dignità dell'uomo. Lei reagisce come può, cerca subdolamente di far pesare al marito la sua assenza, ma finisce, vista l'inutilità dei tentativi, per concedersi ad altri, e non solo per provare quel piacere sessuale che il consorte le nega, ma anche per ribadire almeno la libertà di scelta di un essere umano di andare con altri suoi simili.
Come al solito la scrittura di Valentino Rocchi è costellata di verismo, non di rado pietoso, senza tuttavia tralasciare la possibilità, quando se ne presenta l'occasione, per riversare nella protagonista il suo incondizionato favore.
Nella condizione disumana di Maria Domenica si avverte l'anelito dell'autore per un mondo di eguali e la malinconica certezza che ciò non avverrà mai.
La padrona di Santa Maria è un romanzo di forte impegno sociale, ma, soprattutto, è un'opera che avvince e resta dentro al cuore. »

La signora dalla maschera d'oroLa signora dalla maschera d'oro
di Giovanni Buzi - Ass. Culturale Il Foglio
  • Prezzo: € 15.00
  • Nostro prezzo: € 9.75
  • Risparmi: € 5.25 (35%)
4.0
Sotto la maschera, 02-06-2009
, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«La vicenda inizia con un mezzo di comunicazione modernissimo, quale Internet, e con una conversazione erotica in chat. Siamo nel XXI Secolo, epoca in cui l'acquisizione delle tecnologie è talmente rapida da non permettere di metabolizzarle e in cui si è sempre protesi al futuro, dimenticando rapidamente il passato.
In un periodo storico così tecnologico e avveniristico si perpetuano i riti della setta del Dio-toro dalle lontane origini etrusche, con cerimonie magiche, accoppiamenti fra gli adepti, omicidi rituali e perfino forme di cannibalismo.
E' evidente il contrasto quindi fra un trascorso bestiale e un presente che a ogni istante che passa diventa futuro.
Con una trama del genere Giovanni Buzi va in carrozza, dando libero spazio alla sua fantasia, fatta di policromie, di un mix di sadismo e masochismo e di scene truculente, insomma un vero e proprio horror, ma...
Ma c'è una novità, perché l'autore innesta anche alcuni elementi propri del giallo con un'ispettrice di polizia che indaga sulla misteriosa morte di un giovane, la cui testa mozzata viene fatta trovare appunto davanti al commissariato.
Se i personaggi di contorno sono resi in modo autentico, così come è anche per la protagonista principale, un'affascinante signora con il volto coperto da una maschera d'oro, la figura della poliziotta è invece un po' sotto tono, anche se occorre dire che Buzi ha tentato di creare qualche cosa di nuovo nella miriade di investigatori a cui la letteratura gialla ci ha abituato. Non è bella, è un po' mascolina, fredda, non riesce a destare simpatia, ma, soprattutto, non sembra una detective, anche se poi dimostra il suo talento.
Il romanzo è ben costruito e riesce ad avvincere, anche angosciando, fino a quando si resta nel campo esclusivo dell'horror, ma allorché si vuole investigando scoprire il velo e risolvere il mistero zoppica un po', tanto che il finale mi ha lasciato piuttosto perplesso, in quanto scontato.
Ed è un peccato, perché come trama horror è originale e coinvolgente, ma l'innesto del giallo non è perfettamente riuscito, tanto da far sembrare che nello stesso libro i romanzi siano due: uno, molto piacevole e tipicamente fantastico, e un altro, quasi banale, poliziesco.
Comunque, considerato lo stile dell'autore, la sua capacità di trascendere, di andar oltre nel campo dell'immaginario, la lettura resta senz'altro consigliabile. »

Il sarto della stradalungaIl sarto della stradalunga
di Giuseppe Bonaviri - Sellerio Editore Palermo
  • Prezzo: € 10.00
5.0
Il ritratto di una civiltà, 29-05-2009
, ritenuta utile da 4 utenti su 10
«Il sarto della stradalunga è un diario di famiglia, costruito intorno alle figure emblematiche di Pietro, il padre, di Pina, la zia, e di Peppi, Giuseppe, ognuna delle quali si fa parte narrante, a integrazione del racconto.
La figura di Mastro Pietro, il sarto, uomo che, per l'ambiente, è un letterato, sapendo leggere e scrivere, è il ritratto di una speranza delusa, di quel tentativo di uscire dal cerchio della miseria, lasciando la campagna per l'artigianato; intorno a lui ruota un piccolo mondo di diseredati, che gli si rivolgono per chiedere di scrivere lettere d'amore, con esiti anche ameni, ma è solo un momento di elevazione, perché poi la realtà di quello stomaco da saziare riprende il sopravvento e l'impossibilità di farlo in modo adeguato segna indelebilmente l'animo, rende l'uomo taciturno, spento, perché la speranza di un cambiamento è definitivamente tramontata.
Non meno importante è la figura della zia Pina, zitella non per vocazione, ma per necessità economica, una donna rassegnata che ritrova la sua femminilità e quasi un senso di maternità nell'amore per i nipoti.
Quanto a Peppi il tutto viene visto con gli occhi di un ragazzo, a cui troppo presto si chiede di essere uomo per contribuire al magro bilancio familiare.
Intorno a questi personaggi chiave gira una piccola umanità, in preda a superstizioni, a ignoranza e a un'atavica fame. Nessuno è più importante degli altri e nessuno è importante se non nella misura della sua presenza con cui fornisce il contributo a darci un'idea di un mondo crudele, con i più poveri, uniti non solo dalla loro condizione, ma anche dalla solidarietà, da quell'amore per il prossimo ormai così raro a trovarsi.
E le parole fluiscono incessanti, con un ritmo blando, una cronaca che si anima ogni tanto dai voli di fantasia di Pietro che per lui costituiscono l'unica evasione dalla realtà.
Il linguaggio utilizzato è veramente encomiabile, perché l'autore riesce sapientemente a innestare nel quadro di desolazione umana le splendide immagini della natura del suo luogo natio, con tramonti, albe, campi di grano che scorrono davanti agli occhi increduli, ma soprattutto con un estro poetico di rara efficacia e che mi porta a concludere che questo più che un romanzo, è un poema, è il canto di uno che c'era e che riuscì a venirne via, oltrepassando quel confine che, tuttavia, per certi aspetti, vorrebbe ora ripassare per ritrovare quell'umanità di cui serba solo il ricordo.
Il sarto della stradalunga è un romanzo bellissimo, uno di quelli da leggere e rileggere per scoprire ogni volta qualche cosa di nuovo. »

Nella casa del soleNella casa del sole
di Marisa Attolini - Tabula Fati
  • Prezzo: € 6.00
5.0
Una presa di coscienza, 18-05-2009
, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«Dedicata alla madre scomparsa, questa silloge è un percorso esistenziale dell'autrice volto alla metabolizzazione di un evento quale la morte, che impedisce alle persone che restano un completamento del rapporto con l'estinto.
E' una fase consciamente o inconsciamente sempre presente e procede necessariamente per gradi, arrivando poi all'identificazione con il defunto e infine nel ritrovamento di se stessi.
Si tratta di una catarsi vera e propria, una presa di coscienza dell'ineluttabilità del fatto, da cui sempre si esce con un ricordo della persona amata accompagnato da malinconia, e non più dal dolore.
Non vuol dire solo che "la vita continua", ma che ora si procede da sé, pur insieme alla memoria. Chi non c'è più non verrà cancellato, non sarà dimenticato, ma si penserà a lui con un affetto soffuso.
Le poesie di Marisa Attolini sono stralci di memoria, piccole carezze dell'anima che non possono lasciare indifferente il lettore. La presenza, pressoché costante, della natura aiuta questa trasformazione dello stato emotivo, smussa gli eccessi, inquadra il tutto nel supremo ordine naturale delle cose e conferisce alle liriche una grazia del tutto particolare ( Il picchio scandiva le ore / del tempo sull'ippocastano / fiorito e il bosco stormiva / all'aria leggera e cantava / il profumo di giorni sereni /...).
Senza che possano essere definite in senso stretto bucoliche, tuttavia l'ambiente è quello della vita a contatto con la natura ( Correva la carraia / verso le zolle arate / dalla mano solerte / dei tuoi padri e / ...- oppure - Il pettirosso è ritornato / dondola sul tenero ramo / del gelsomino addormentato /...).
Così, con gradualità si compie il percorso e si arriva al termine ( La luce del buio / rischiara il cammino / sui sentieri dell'anima / guida il mio passo e / ti rivedo raccolta / nella grotta della vita / ricomporre il tuo presente / rammendare le parole / che l'amore intriso / perpetuo canti musica / e riposo al cuore / dei tuoi figli miei / e futuri Mamma / che tu sei e vivi / nell'eternità della vita).
La lettura è sicuramente consigliata. »

Lewis Carroll nel paese delle meraviglieLewis Carroll nel paese delle meraviglie
di Isa Bowman - Tre Editori
  • Prezzo: € 14.50
4.0
Quasi una favola, 18-05-2009
, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«Prima di parlare di questo libro ritengo opportuno ricordare chi era Lewis Carroll.
Lewis Carroll, pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, è stato uno scrittore e matematico inglese nato nel 1832 e morto nel 1898.
La sua fama va ascritta a due romanzi, assai noti, Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, opere che ebbero e hanno ancor oggi molti estimatori, dai ragazzi agli adulti, e che furono fonte di ispirazione per altri celebri scrittori, quali James Joyce e Jorge Luis Borges.
Forse la sua mente di adulto per certi versi era rimasta infantile, ma sta di fatto che Carroll si trovava meglio a vivere con i bambini che con gli adulti, e dalla sua passione per la fotografia, soprattutto per quella del nudo artistico di ragazze e bambine, sono sorti non pochi dubbi su una sua presunta pedofilia. Questa caratteristica serve anche a comprendere l'amicizia fra lo scrittore e l'autrice di questo libro, ragazzina interprete di Alice nel paese delle meraviglie nella versione teatrale.
D'altra parte, questa sua preferenza nella frequentazione di minori può anche servire a spiegare meglio il perché dei ricordi di Isa Bowman, proprio per quella presenza nel corpo adulto di Carroll di residui comportamenti fanciulleschi che non potevano che mettere a suo agio l'attrice, anziché intimorirla in presenza di un uomo ormai maturo e importante, che secondo la rigida educazione vittoriana avrebbe invece dovuto esigere il massimo ossequioso rispetto.
A dar credito a Isa il grande amore di Lewis non fu Alice Liddell, ma lei stessa, tanto che la volle proprio come protagonista di Alice nella versione teatrale. Mi permetto di far notare che il termine amore può essere meglio inteso come una fortissima simpatia, che potrebbe anche essere scambiata per un sentimento profondo, ma non mi sento personalmente di considerare lo scrittore inglese un pedofilo, bensì un adulto che nella vita reale trovava il meglio di se stesso entrando nel mondo dei bimbi come un personaggio della sua fantasia.
Isa, chiamata da lui la sua "fanciullina", era indubbiamente la sua prediletta, quella con cui il rapporto amichevole appariva più stretto e proprio per questo lei fu in grado di raccogliere meglio di altri le impressioni che poi, insieme a una certa frequentazione, costituiscono il testo di questo volume, che non può essere considerato una biografia, ma che mescola favola e realtà in modo tale che ne esce un&'opera in grado di attrarre sia bambini che adulti.
E' un diario di un rapporto amichevole fra una bimba e un maturo professore di Oxford, corredato di note gustose, di quel senso che hanno proprio gli adolescenti nel mitizzare chi è più grande di loro quando dimostra piacere per la loro presenza. Così emergono tratti caratteristici di Lewis, piccole e grandi manie, insomma un ritratto eseguito in un'atmosfera "Old England" con gli occhi innocenti e incantati di una ragazzina, che spesso esagera, confonde o anche inventa.
Per fortuna, a ristabilire una certa aderenza alla realtà dei fatti, visti da Isa spesso con infatuazione, ci pensa la bella postfazione di Edwuard Wakeling, uno dei maggiori studiosi di Lewis Carroll.
E' un libro, comunque, che, pur con i limiti derivanti dalla memoria non imparziale e anche ingenua di una bambina, ha il sapore di una fiaba, quasi un sogno raccontato da Isa che aveva attraversato lo specchio, come Alice. Il personaggio le calzava talmente bene che il suo rapporto con Lewis finì con il diventare la prosecuzione della finzione teatrale.
Da leggere, perché ne vale la pena. »

AvorioAvorio
di Matteo Gambaro - Historica
  • Prezzo: € 7.90
4.0
Una storia di succhiasangue, 18-05-2009
, ritenuta utile da 4 utenti su 6
«Sono quattro racconti che finiscono con il legarsi l'uno all'altro come i capitoli di un romanzo, grazie al filo conduttore, rappresentato non solo dal genere, ma dalla presenza di un personaggio, l'agente speciale Carnielli, un uomo particolarmente valido nella caccia ai vampiri.
Infatti si tratta di un horror legato ai succhia sangue, ma non pensate al tradizionale Dracula, principe delle tenebre; qui invece sono degli assetati, per lo più metropolitani, la cui presenza è avvertita dal lettore, poiché non compaiono direttamente nella narrazione, ma ne viene ricreata la classica atmosfera.
Che si tratti di vampiri del resto un primo elemento probatorio è riportato nel primo racconto, Il Borgo, forse il migliore, visto che il protagonista ricorre quasi subito alla protezione della tradizionale croce portata al collo.
Si respira in tutto il libro un tanfo di chiuso, di remoto, fra morti orripilanti e aria opprimente, quasi da cripta, e proprio in questa atmosfera sta la maggior qualità dell'opera, che dona ampio risalto, più che ai fatti, alle fasi precedenti gli stessi, dense di aspettative che incutono lentamente uno stato di disagio che va in crescendo dal timore al terrore.
Penso che gli amanti del genere troveranno più di un motivo per gradire la lettura di quest'opera, indubbiamente originale nell'idea e scritta anche stilisticamente bene.
Per me, che non sono un appassionato, posso solo dire che mi ha fatto trascorrere piacevolmente un paio di ore. »

La scomparsa di MajoranaLa scomparsa di Majorana
di Leonardo Sciascia - Adelphi
  • Prezzo: € 9.00
  • Nostro prezzo: € 7.65
  • Risparmi: € 1.35 (15%)
5.0
Scienza e coscienza, 13-05-2009
, ritenuta utile da 9 utenti su 10
«Oggi probabilmente solo gli studenti di matematica e fisica sanno chi è stato Ettore Majorana, scomparso misteriosamente nel 1938, forse durante il viaggio in nave fra Palermo e Napoli, dove insegnava nella locale università. Di lui disse Enrico Fermi: "Al mondo ci sono varie categorie di scienziati; gente di secondo e terzo rango, che fanno del loro meglio ma non vanno lontano. C'è anche gente di primo rango, che arriva a scoperte di grande importanza, fondamentali per lo sviluppo della scienza. Ma poi ci sono i geni come Galileo e Newton. Ebbene Ettore era uno di quelli. Majorana aveva quel che nessun altro al mondo ha. Sfortunatamente gli mancava quel che è invece comune trovare negli altri uomini: il semplice buon senso ".
Leonardo Sciascia, il grande scrittore, siciliano come Majorana, tralasciate per un momento le opere di denuncia della mafia, si interessa con questo splendido libro della scomparsa dell'insigne matematico, basandosi sul famoso episodio di cronaca della presunta morte, raccogliendo a distanza di anni notizie anche incomplete, frammentarie, e dichiarazioni di persone che lo conobbero e gli furono vicine. Il risultato è un ritratto talmente realistico che Majorana stesso ne sarebbe rimasto impressionato. Ma, sarebbe fare un torto a Sciascia se si limitasse la peculiarità del suo libro a una semplice connotazione, se pur di valore, del personaggio, perché ci sono anche altre finalità, che esulano dalla soggettività del caso specifico. Lo scrittore siciliano, così attento a scrutare l'uomo nella sua struttura dinamica mentale, affronta anche il problema della scienza e del suo interagire con chi la coltiva, e Majorana sembra proprio l'individuo adatto a personificare la sete del sapere e la paura delle conseguenze che potrebbero derivare da una scoperta.
Sotto questo aspetto il libro è un autentico capolavoro, con pagine di riflessioni dell'autore che lasciano trasparire la possibilità che le stesse fossero già state effettuate dal matematico siciliano.
In particolare, non posso esimermi dal riportare un passo illuminante "Chi conosce la storia dell'atomica, della bomba atomica, è in grado di fare questa semplice e penosa constatazione: che si comportarono liberamente, cioè da uomini liberi, gli scienziati che per condizioni oggettive non lo erano; e si comportarono da schiavi, e furono schiavi, coloro che invece godevano di una oggettiva condizione di libertà. Furono liberi coloro che non la fecero. Schiavi coloro che la fecero." Sciascia si riferisce nel primo caso al gruppo degli scienziati tedeschi che facevano capo al professor Heisenberg e che nulla misero in atto per arrivare a produrre la bomba atomica, mentre nell'altro caso il riferimento è a Enrico Fermi e a quanti collaborarono con lui nel progetto Manhattan.
L'applicazione dell'etica alla scienza sembrerebbe un'ossessione, peraltro condivisibile, dello scrittore siciliano, che però ravvisa anche il tormento del ricercatore di fronte alla scoperta e alle sue possibili nefaste applicazioni, contrasto interno non sempre presente, ma che quando si verifica impone delle scelte sempre difficili e con inevitabili strascichi.
E' in quest'aspetto che Sciascia individua il motivo della scomparsa di Majorana che, nonostante alcune lettere in cui accennava al suicidio, avrebbe architettato un piano perfetto per sparire lasciando un mito, sia che si sia lasciato travolgere dalle acque del Mediterraneo, sia che lo abbia voluto far credere, ipotesi questa che lo scrittore privilegia e non è un caso quindi se il libro termina con una visita in un monastero di certosini, dove un colloquio con uno di loro non fornisce certezze, ma nemmeno approda a smentite. Ettore Majorana semplicemente nel 1938 ha preferito l'etica alla scienza, ha abbandonato i numeri e le formule per abbracciare la pace dello spirito.
La scomparsa di Majorana è un libro stupendo, da leggere, da rileggere, per capire che l'uomo deve venire sempre prima della scienza. »

Parola e passioneParola e passione
di Pasquale Incoronato - Dissensi
  • Prezzo: € 11.00
5.0
Omelie che lasciano il segno, 10-05-2009
, ritenuta utile da 3 utenti su 5
«Ho sempre pensato che il messaggio del Cristo sia stato soprattutto filosofico, quasi politico, mentre l'aspetto religioso, se pur primario, abbia rappresentato una funzione di supporto all'idea rivoluzionaria portata duemila anni fa.
Mi sono anche chiesto spesso perché questo è accaduto solo venti secoli fa, perché non prima, o non dopo. L'unica risposta logica che ho potuto trovare è stata che in quell'epoca, di straordinaria potenza dell'impero romano, l'uomo aveva bisogno di comprendere come doveva essere la vera vita. I principi di uguaglianza, di solidarietà, di amore per il prossimo sono quanto più di grande sia mai stato detto, un'indicazione per un percorso di un'umanità che potesse considerarsi tale. E' inutile credere nella religione cristiana se poi non si applica ogni giorno, per intima e ferma convinzione, quel messaggio, e invece con il tempo è rimasta la struttura religiosa, una sorta di burocratizzazione del pensiero che ne ha svilito i contenuti.
E' cosa di tutti i giorni notare come nel nostro paese (mi riferisco solo all'Italia per esperienza diretta) il cristiano lo sia quasi sempre di nome e non di fatto. In poco tempo si è perso quel concetto di vita che, se pur in buon parte inapplicato, poteva lasciar sperare in un futuro meno indegno di essere vissuto.
E' quindi con piacere che leggo le omelie di Padre Pasquale Incoronato, raccolte in questo libro dal titolo altamente significativo (Parola e Passione).
In particolare, riporto un passo di quella di domenica 7 ottobre 2007, perché spiega in modo lampante ciò che ho inteso dire fino a ora.
"Dobbiamo comprendere che con Dio non vale un rapporto matematico, del tipo * Sonc' juto a messa tutte 'e dumméneche, aggio fatto 'e preghierine, aggio dat' pure 'e sordi a Padre Pasquale pe' costruì 'a tenda 'a proposito chest'; è importante..." aggio fatto 'o volontariato, aggio recitato 'o rosario tutt' 'e juorni; Mo Signò: facimmo 'e cunti! *.
Nella fede non è così; la vera fede è dire: * Signore, mi abbandono nelle tue mani perché il giusto vivrà per sempre e il cattivo soccomberà...*".
O come quella del 24 febbraio del 2008 sulla sete e sulla privatizzazione dell'acqua, un bene che dovrebbe essere di tutti e perciò gratuito, un sopruso praticato nella generale indifferenza, che è il vero problema.
"Oggi non c'è passione per una città mal governata, per un Paese mal governato, dove non c'è niente, né futuro, né speranza, solo la cocaina e basta!..."
Di grandissimo valore è poi l'omelia dell' 8 giugno 2008:
" Dopo 2000 anni anche il cristianesimo si è trasformato in religione: la gente viene in chiesa per il battesimo, per il matrimonio, per i funerali, per la cresima..."
Insomma, la religione piano piano ha perso la fede.
Padre Pasquale Incoronato deve essere un uomo di grande spiritualità, un umile che non strepita, non travolge, ma comunica, sia con le parole che con il comportamento. Vive in questo XXI Secolo, così traboccante di nulla e senza speranze, eppure lui sembra nato duemila anni fa, pare aver ascoltato il messaggio di un giovane nativo di Betlemme che rischiarò il buio dell'umanità come una meteora, una luce rimasta viva nel suo pensiero. »

La vita eternaLa vita eterna
di Ferdinando Camon - Garzanti Libri
  • Prezzo: € 6.46
  • Nostro prezzo: € 6.14
  • Risparmi: € 0.32 (5%)
5.0
Una civiltà scomparsa, 09-05-2009
, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«Molti oggi, tranne forse i più anziani, non sanno com&'era, fino a non tanti anni fa, la vita nelle campagne. Per i contadini era una vita misera, fatta di cibo scarso e non vario. Il progresso, intervenuto con la fase industriale, non aveva scalfito questo modo di vivere, proprio di una civiltà immobile nel tempo, con una vita avara di soddisfazioni, animata al di fuori del lavoro nei campi solo da racconti tramandati da secoli, frutto di un paganesimo cristiano impregnato di superstizione e di ignoranza. Poi, quasi all'improvviso, questo mondo è stato stravolto e giustamente Ferdinando Camon, nel corso dell'intervista che gli ho effettuato, ha citato al riguardo Charles Péguy, un poeta francese che ha scritto che "la fine della civiltà contadina è il più grande evento della storia, dopo la nascita di Cristo".
Di questo mondo scomparso parla il libro di Camon; una pagina dopo l'altra, la prosa asciutta, non idilliaca, anzi lontana da certe visioni della vita agreste proprie dei grandi poeti latini e in particolare di Virgilio, mi ha avvinto e così, mentre leggevo, ho cominciato a vedere dei campi riarsi dal sole o raggelati dal freddo dell'inverno, della povera gente intenta a un lavoro duro e ben poco retribuito, ho sentito la puzza delle stalle, sono entrato in un'atmosfera immobile di miseria senza barlumi di speranza.
Ferdinando Camon ha dedicato questo libro a questa povera gente, inserendosi nel solco di altri che lo hanno preceduto, magari con intenti diversi, come Verga, Faulkner, oppure Saramago.
La sua, però, non è una narrazione asettica, ma nemmeno c'è l'abbandono alla retorica, semplicemente c'è il desiderio di portare la luce a una moltitudine di ombre, senza ricorrere all'enfasi, bensì permeando le parole di un grande senso di pietà.
E' la sua gente, anche lui è nato in campagna e ha vissuto la giovinezza in quell'ambiente che poi il boom economico degli anni sessanta ha sconvolto, ha trasformato così radicalmente al punto di poter affermare che oggi la civiltà contadina è solo un ricordo, anzi senza il suo libro non sarebbe nemmeno questo.
Provate a pensare a un modo di vivere rimasto sostanzialmente inalterato nei secoli e perciò figurativamente eterno, considerate che era il ceto più basso, in cui la solidarietà e la superstizione erano gli aspetti salienti, se pur contrastanti, di un'esistenza il cui ritmo era scandito dall'avvicendarsi del giorno con la notte e delle stagioni, e dove tutto iniziava con la nascita, proseguendo quasi per inerzia fino alla morte, sovente prematura; avrete così un'idea, ma solo approssimativa, perché per capire veramente e per comprendere è indispensabile la lettura di questo romanzo.
Pagina dopo pagina sembra di tornare indietro di secoli, benché questa realtà, immobile, sia stata presente fino a una cinquantina di anni fa. E' un mondo che si è estinto e che volutamente è stato cancellato dalla memoria come se fosse un qualche cosa di cui vergognarsi, come se quella miseria fosse un vizio capitale, da seppellire sotto coltri di reticenze.
La penna di Camon, che passa indifferentemente dall'epoca attuale al medioevo, da questo alla disfatta di Caporetto, e poi a quel guizzo di vitalità che è stata la resistenza, restituisce al lettore questa civiltà. Le pagine sulla ribellione alla dura repressione tedesca non sono celebrative, ma tendono solo a onorare la memoria di quanti, e non furono pochi, si scossero da un lungo torpore, anche a prezzo della vita, per poi ritornare, ombre nella notte, nel loro lungo silenzio, fino agli anni sessanta, quando la luce elettrica e la televisione svelò loro un altro mondo, meno di fatica, più di soddisfazione materiale, a cui finirono per abbandonarsi, perdendo la loro identità.
Questa comunità di poveri, dove il povero, secondo Camon, è l'uomo che non ha scampo ed è tale perché pure i suoi antenati non hanno avuto scampo, non ha personaggi che si staccano sugli altri, ma c'è un solo protagonista: essa stessa.
Se c'è un libro che ha reso giustizia a una civiltà, facendola conoscere alle generazioni attuali e a quelle future, è proprio questo e credo di poter dire che l'autore è stato un cantore di ciò che per tanto tempo fu e mai più sarà.
La vita eterna non è solo un romanzo molto bello, è molto di più, è un capolavoro. »

I lunghi fucili. Ricordi della guerra di RussiaI lunghi fucili. Ricordi della guerra di Russia
di Cristoforo Moscioni Negri - Il Mulino
  • Prezzo: € 10.80
  • Nostro prezzo: € 10.26
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5.0
Il tenente del sergente nella neve, 28-04-2009
, ritenuta utile da 5 utenti su 5
«Nel 1953 usciva edito da Einaudi Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, opera che ebbe un successo pressoché immediato e che ottenne anche il prestigioso riconoscimento del Premio Viareggio opera prima.
La ritirata di Russia, la strage dei nostri soldati in quella terra lontana, ha trovato nelle pagine dell'autore di Asiago momenti di intensa commozione che ancor oggi stupiscono e avvincono i lettori.
Fra i vari protagonisti di questo romanzo figura anche il tenente Cristoforo Moscioni Negri, energico, severo, competente, ma anche umano e vinto, oltre che dalla guerra, dal crollo della fiducia in chi l'aveva propugnata e poi diretta, senza la minima preparazione e nell'indifferenza per chi la combatteva direttamente.
Questo sentimento di delusione e poi di indignazione che sfocia in rabbia è descritto magistralmente da Rigoni Stern nell'occasione dello sganciamento dalle truppe russe, con quei colpi di mitra esplosi nel buio della notte senza che fossero diretti presso un preciso bersaglio.
Per quanto ovvio, Moscioni Negri, sopravvissuto a questa tragedia, lesse Il sergente nella neve e gli nacque lo stimolo di scrivere un lavoro analogo, ovviamente con la stessa trama e i medesimi personaggi, ma in un'ottica diversa, volta cioè, più che a realizzare un'opera letteraria, a denunciare impietosamente il tradimento del regime e degli alti gradi militari, creando così una sorta di ibrido fra l'indagine storica e la memorialistica.
Ne venne fuori un libro che, sottoposto all'Einaudi con i buoni uffici di Rigoni Stern, venne poi pubblicato nel 1956 nella collana "Saggi". Purtroppo il successo fu limitato e l'autore incolpò l'editore di aver effettuato una presentazione che aveva reso il suo lavoro "una minestra riscaldata", mettendolo nella scia del Sergente nella neve.
Questo paragone, però, finiva con l'essere inevitabile: stessa ambientazione, stessa trama, stessi protagonisti. Di questa possibilità di considerarlo "una copia" si era reso conto Italo Calvino che stimava il libro e che giustamente nel risvolto aveva chiarito le differenze fra la voce del semplice e tenace alpino che si fa interprete dei sentimenti di piena umanità della moltitudine e la trasformazione di un giovane ufficiale borghese che diventa uomo, maturo e consapevole, libero da pregiudizi e più attento ai fatti concreti e reali, scendendo fra i suoi alpini.
Personalmente, dico che è veramente inevitabile fare un accostamento fra un'opera e l'altra, con la prima che inoltre presentava il vantaggio della novità, ma il raffronto ha un senso nella misura in cui si considerino due opere dello stesso genere. Ora, Il sergente nella neve è prevalentemente un lavoro letterario, mentre I lunghi fucili è marcatamente un'ndagine storica, pur se presenta pagine, poche in verità, di notevole impatto e di ottima letteratura.
Se si tiene conto, pertanto, di questa pregiudiziale, è possibile apprezzare il libro di Cristoforo Moscioni Negri che, con le stesse caratteristiche, si ripeterà in Linea Gotica sulla sua esperienza partigiana e con un'amara conclusione sui valori traditi della Resistenza.
Paradossalmente, si potrebbe dire che Il sergente nella neve ebbe anche più successo perché Rigoni Stern riuscì a rappresentare l'abnegazione, il sacrificio e la solidarietà di tanti uomini emersa per effetto delle incredibili incapacità e manchevolezze, sia a livello politico che a livello militare, quegli elementi negativi che ne I lunghi fucili sono oggetto di una meticolosa, severa e anche rabbiosa critica e che determinarono in Moscioni Negri una trasformazione che lo condusse a sentirsi fratello dei suoi uomini.
E' per questo motivo che ritengo che questo libro abbia una particolare rilevante valenza tale da raccomandarne la lettura, magari unitamente a quella de Il sergente nella neve. »


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