Ricerca Veloce:     Ricerca Avanzata
 
Vedi la classifica degli opinionisti

Tutte le recensioni di R. Montagnoli

Mozart era il mio preferitoMozart era il mio preferito
di Matteo Pugliares - Tabula Fati
  • Prezzo: € 6.00
5.0
Un piccolo gioiello, 19-10-2010, ritenuta utile da 3 utenti su 5
«“Mozart era il mio preferito: amavo tutto di lui.” Questa frase, tambureggiante come Il bolero di Ravel, è ripetuta più volte nelle riflessioni sorte dal subconscio della protagonista, Rosaria, una ragazza che soffre del male di vivere, che rifiuta un mondo di indifferenze e di ingiustizie e che, rifiutando il cibo, si ammala di anoressia.
E’ lei che racconta, coricata in un letto d’ospedale, mantenuta in vita da macchine e da farmaci.
E’ un quadro di una pur breve esistenza in cui tuttavia sono riassunti tutti quegli aspetti di una società ormai cronicamente amorale e che distrugge, ancor prima di costruire.
La storia è dolente, ma la mano dell’autore è felice nel descrivere situazioni, sensazioni, poche fugaci emozioni.
La musica, quella di Mozart soprattutto, oltre che essere di conforto, aiuta Rosaria a evadere, a salire in un mondo che promette quello che lei si attende.
Se frequenti scorrono le sue lacrime, la commozione può investire il lettore, ma non condizionarlo mai, non portarlo a uno stato di depressione emotiva proprio come quello della protagonista.
La sensibilità di Pugliares ha permesso di affrontare questa vicenda senza mai pervenire a eccessi e se la storia, come suppongo, sostanzialmente risponde a verità, non è di quelle che vengono prese a pretesto per narrazioni di carattere commerciale così purtroppo frequenti.
L’autore, nel disegnare un personaggio, si pone in effetti il problema di un’esistenza vuota, piatta, senza amore e proprio nell’amore trova una soluzione, senz’altro condivisibile, un amore punto di partenza per accettare questo mondo e cercare anche di migliorarlo.
L’anoressia verrà così vinta, Rosaria conoscerà questo sentimento capace di rigenerare, di far sbocciare il desiderio di vivere, ma la storia non avrà un lieto fine, per gli imperscrutabili disegni del destino.
Un passaggio definitivo a quell’oltre, accompagnato ancora una volta dalle note di Mozart, perché era il suo preferito, chiude il racconto, e solo allora il lettore comprenderà il valore di questo libro, poche pagine intense, scritte benissimo, un autentico gioiello forgiato dalle mani e dall’anima di Matteo Pugliares. »

IrregolareIrregolare
di Vincenzo Bosica - Solfanelli
  • Prezzo: € 16.00
4.0
Un giallo fantascientifico, 15-10-2010, ritenuta utile da 3 utenti su 6
«La fantascienza mi interessa maggiormente quando viene descritto un futuro non lontano, ma assai prossimo e questo è il caso di Irregolare, di Vincenzo Bosica.
In un pianeta Terra ammorbato dall’inquinamento vive una società ipertecnologica al punto di consentire il ricambio di organi fra i più comuni, compresa l’epidermide, con braccia, gambe metalliche che assicurano prestazioni del tutto inusuali.
In buona sostanza nella società del futuro imbattersi in un cyborg è del tutto normale, anche perché c’è chi ricorre a queste protesi per vivere più a lungo e c’è chi invece ne fa uso per esaltare la bellezza del proprio corpo, con tanto di addominali e di bicipiti artificiali.
E’ una tecnologia già acquisita da tempo e ovviamente pubblicizzata in un sistema ove conta sempre di più l’apparenza, mentre la sostanza sfugge, la mancata omologazione è osteggiata, insomma per certi versi è un futuro già attuale.
Fra l’altro il collasso demografico viene evitato in forza di una legge internazionale che rilascia permessi di procreazione in presenza di altrettanti decessi, e non è che sia possibile essere inadempienti, poiché le identità di ognuno, codificate digitalmente, sono una traccia informatica univoca e incancellabile, in un mondo popolato di occhi elettronici, di sensori speciali, che tutto vedono e tutto registrano.
Francamente credo che un futuro così non poteva ipotizzarlo nemmeno Orwell, anche se, per certi aspetti, il grande scrittore inglese ha tracciato un percorso lungo il quale effettivamente stiamo camminando.
La società di Irregolare è ben lungi dall’essere perfetta e se le supertecnologie hanno consentito di risolvere pressoché totalmente tutti i casi di omicidio, ce n’è uno, apparentemente inspiegabile, che assilla la polizia di una città americana, la fa disperare perché non esiste il più piccolo indizio. Tutto il romanzo si sviluppa su questo caso, sulle indagini che finalmente porteranno al colpevole.
Quindi, fantascienza certamente sì, ma anche thriller, piuttosto raffinato, con colpi di scena non prevedibili, ma logici, in un crescendo di tensione che impedisce al lettore di togliere gli occhi dal libro.
In questo senso Bosica è riuscito a scrivere un’opera convincente, oltre che, ovviamente, avvincente e fra l’altro con uno stile pulito e un italiano corretto, cosa rara quest’ultima ai giorni nostri.
L’unico appunto che mi sento in dovere di muovere all’autore riguarda la localizzazione del fatto e i personaggi. Secondo me, in un mondo come quello, del tutto uniformato, non c’era bisogno di ambientarlo negli Stati Uniti, ma tranquillamente in Italia, con il vantaggio anche di poter ideare protagonisti più vicini ai nostri gusti.
Se di peccato si tratta, comunque è da considerare veniale, perché il libro merita senz’altro d’essere letto. »

AccabadoraAccabadora
di Michela Murgia - Einaudi
  • Prezzo: € 18.00
  • Nostro prezzo: € 15.30
  • Risparmi: € 2.70 (15%)
3.0
Eutanasia alla sarda, 14-10-2010, ritenuta utile da 3 utenti su 10
«Già dopo le prime pagine ho capito che questo è un romanzo da leggere prima con il cuore e poi con la testa, una narrazione stilisticamente eccellente che offre l’immagine di un mondo chiuso, isolano, in cui i gesti hanno una ripetitività ancestrale, in una specie di pellicola in bianco e nero che riporta agli albori del cinema e che è il quadro di un ambiente in una certa epoca.
La tradizione dell’affiliazione di fatto vede unite una bimba, Maria, a una signora che veste il lutto da quando l’amato non ha fatto ritorno dalla prima guerra mondiale, ed è un rapporto fatto di poche parole e di molti silenzi assai più significativi di qualsiasi linguaggio.
Ma Bonaria Urrai, così si chiama la signora, è anche un’accabadora, cioè una persona tanto ricercata quanto temuta che pietosamente pone fine alle sofferenze altrui, in una forma di eutanasia tipicamente del luogo.
Non nascondo che il libro mi ha entusiasmato e avvinto, con quel suo ritmo lento, ma non statico, almeno fino a pagina 119, perché dopo, una volta che Maria scopre quest’attività tenutale prima sempre celata, se ne va, lascia la casa dove ha vissuto gran parte della sua fanciullezza e fugge a Torino a fare la baby sitter.
Ora, se la reazione della giovane Maria è più che comprensibile, del tutto inutile è la narrazione di questo periodo con cui si cerca di cancellare la memoria del passato; sono pagine artificiose, che nulla aggiungono alla storia, e che anzi troncano quell’equilibrio così apprezzabile che mi aveva soggiogato. Da romanzo d’ispirazione classica si passa così a uno scritto quasi insipido, un cambiamento repentino che non giova al libro e che prelude all’ultima parte, con il ritorno di Maria al capezzale di Bonaria Urrai, costretta in un letto per un ictus.
E qualche cosa deve essere accaduto all’autore, perché cade ancora una volta l’omogeneità dello scritto, il ritmo diventa altalenante e si arriva a una conclusione che, fra le tutte possibili, è senz’altro la meno azzeccata.
C’è la volontà di dare a un mondo di naturale dolore un sviluppo positivo che stona con la logica dell’opera, almeno per quella presente nelle prime 119 pagine.
La fretta di chiudere, fra l’altro, svilisce il ritrovato affetto (e forse un giorno amore) fra Maria e Andrìa, quest’ultimo suo compagno d’infanzia.
Si perde, soprattutto, il concetto di come in una vita che si chiude con la morte l’unica cosa che conti è l’amore.
E’ un peccato, perché le intenzioni erano ottime, ma poi si sono perse per strada, e così può anche capitare che un premio (Il Campiello) tributi gli onori non tanto a un’opera coerente, ma solo alle sue intenzioni.
»

La verità sugli uomini e sulle cose del regno d'Italia. Rivelazioni di J. A. Antico agente secreto del conte CavourLa verità sugli uomini e sulle cose del regno d'Italia. Rivelazioni di J. A. Antico agente secreto del conte Cavour
di Filippo Curletti - Solfanelli
  • Prezzo: € 7.00
5.0
Luci e ombre sul Risorgimento, 07-10-2010, ritenuta utile da 3 utenti su 6
«Negli archivi privati di Teodoro Bayard De Volo, ministro del duca di Modena Francesco V, si trova anche uno scritto, quasi anonimo, in quanto firmato solo J.A., con delle straordinarie rivelazioni.
Il documento è attualmente conservato nell’Archivio di Stato di Modena e ha destato l’interesse di Elena Bianchini Braglia, che, in questo libro, lo riporta integralmente. E’ curioso notare l’italiano di altri tempi, non gravido di errori, ma di espressioni ormai desuete.
Ma cosa ha di così tanto interessante questo scritto?
In pratica, J.A., che risponde poi al nome di Filippo Curletti, agente segreto del regno sabaudo al servizio del Conte di Cavour, getta nuove luci sul nostro Risorgimento, anche se sarebbe più esatto dire che getta nuove ombre.
Non è che siano rivelazioni assolutamente imprevedibili, perché gli storici si sono finalmente liberati da quella visione del periodo risorgimentale riportata sui testi scolastici, ripetuta da insegnanti sia in epoca prefascista, sia durante il ventennio che negli anni successivi.
Che il nostro Risorgimento non corrisponda alle lezioni ricevute è ormai assodato e questo sulla base di indizi, numerosi, circostanziati e, per la loro logica, quasi del tutto probatori.
Lo scritto di Curletti costituirebbe invece la prova inoppugnabile di come sono andate finalmente le cose, perché l’uomo non è solo spettatore degli eventi, ma vi partecipa o addirittura li promuove.
Resta da stabilire la sua attendibilità.
In ordine alla sua autenticità sembra che non ci siano dubbi, tanto che è conservato nell’Archivio di Stato; se poi sia stato redatto proprio da un agente segreto, certe situazioni riportate, che trovano riscontri e che non erano comunque all’epoca di dominio pubblico, sembrano avvalorare l’ipotesi.
C’è un ultimo quesito da considerare, e cioè se Curletti ha scritto la verità, magari inserendo abilmente menzogne fra fatti realmente accaduti.
Questo è impossibile da verificare, per quanto quegli indizi di cui ho sopra accennato siano compatibili con il documento in questione.
Curletti sembra voler lasciare ai posteri la spiegazione di un fatto di grande portata come il Risorgimento, proprio perché possano comprendere come mai sia stato realizzato uno stato, con le sue istituzioni, ma sia mancata la nazione italiana, cioè non vi sia quel senso di forte identità che accomuna i suoi abitanti.
Così, leggendo queste pagine, potremo capire come delle finalità puramente dinastiche e di potere furono spacciate per il più nobile scopo di un’indipendenza, potremo vedere con occhi nuovi Vittorio Emanuele II, definito il re galantuomo, perché appunto non lo era, troveremo un Garibaldi al di fuori della tradizione mitizzante, un brigante con vaghe idee di dare agli italiani un paese libero.
Su tutto domina la corruzione, che emana dal personaggio di Cavour, un male ormai diventato endemico e che condanna l’Italia a un’arretratezza morale che aggrava la mancanza di una forte identità nazionale.
Da leggere, inoltre, la presentazione di Walther Boni e l’esauriente e approfondita introduzione della curatrice Elena Bianchini Braglia, che, riferendosi alla imminente ricorrenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia, termina con un invito che non è disaggregante, ma di autentica speranza affinché, come disse Massimo d’Azeglio, “Fatta l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”.
Il suo pensiero è’ frutto di saggezza e di sincero amore per il paese, ma essere consapevoli del nostro passato è l’unico modo per essere tutti effettivamente italiani.
Scrive infatti Elena Bianchini Braglia: In realtà l’unico modo per celebrare l’Italia sarebbe quello di restituirle tutta la sua storia, tutti i suoi eroi, valorizzare tutte le sue antiche tradizioni, riconoscere le diversità dei popoli che la compongono. Solo così si potrà dare un senso a questa ricorrenza, solo così, forse, superate le violenze, le incongruenze e le forzature, l’unità potrà “ essere forte e durevole”.
Questo libro non può solo essere letto, ma deve essere letto, perché la verità, sepolta da anni di menzogne, possa finalmente trionfare e consentire a noi italiani un processo cognitivo delle nostre origini, delle nostre tradizioni, peculiari delle varie zone in cui l’Italia era divisa 150 anni fa, presupposto indispensabile per costruire un futuro di effettiva unione nel quadro di un’identità nazionale che fino a ora non è mai esistita.
»

Le parrocchie di RegalpietraLe parrocchie di Regalpietra
di Leonardo Sciascia - Adelphi
  • Prezzo: € 19.00
5.0
Il problema storico della miseria, 06-10-2010, ritenuta utile da 3 utenti su 6
«Pubblicato nel 1956 dall’editore Laterza, Le parrocchie di Regalpetra non è un romanzo, bensì una saggio che parla dell’ambiente, della gente, della storia di Racalmuto, paese natio di Sciascia, denunciando apertamente, senza remore, i problemi ancestrali, ormai cronicizzati, che affliggono quella località, finendo per estensione con il caratterizzare qualsiasi unità amministrativa siciliana.
Ma perché allora non intitolarlo Le parrocchie di Racalmuto?
Lo spiega lo stesso autore nella prefazione, precisando Debbo aggiungere che il nome del paese, Regalpetra, contiene due ragioni: la prima, che nelle antiche carte Recalmuto (cui in parte le cronache del libro si riferiscono) è segnata come Regalmuto; la seconda, che volevo in qualche modo rendere omaggio a Nino Savarese, autore dei Fatti di Petra.
C’è un ordine logico in queste cronache che non è solo temporale, ma anche finalizzato a dimostrare appunto quell’Enorme tempo, cristallizzato, che Giuseppe Bonaviri ha reso perfettamente con il suo omonimo libro.
Si parte così dalla storia del paese, andando indietro di circa quattro secoli per approdare, abbastanza rapidamente, al periodo intercorrente fra le due guerre, con gustose rappresentazioni dell’era fascista, ma è soprattutto il dopoguerra, frutto dell’esperienza diretta, il cardine di tutta l’opera, con l’acuta osservazione della politica, i cui rappresentanti locali, dismessa la camicia nera, ora ne indossano di altri colori, ma, si sa, come l’abito non faccia il monaco.
L’effettiva preoccupazione di Sciascia, però, è il fine stesso dell’opera e cioè di mostrare le condizioni in cui versavano le classi povere, con la scarsa e inadeguata paga per il necessario sostentamento, accompagnata dal rischio insito nel lavoro proprio dei cavatori di sale e degli zolfatari.
Se la descrizione della vita di questi quasi servi della gleba provoca sdegno nel lettore, Le cronache scolastiche dello Sciascia maestro sono di quelle che stringono il cuore, che fanno venire in mente l’infanzia di tanti derelitti descritta già dal Verga e che nel Cuore di De Amicis risulta sì commovente, ma edulcorata.
Qui la verità cruda è che gli scolari patiscono la fame, soffrono il freddo, già alla loro età maturano gli espedienti per sopravvivere, vestiti di stracci, spesso alternando lavori faticosi agli studi, senza un avvenire, immiseriti fuori e dentro.
Ricordo che siamo negli anni 50 del XX secolo e non nel XVIII o XIX secolo; l’Italia è uscita dalla guerra impoverita, desiderosa tuttavia di raggiungere migliori condizioni di vita, ma lì, a Racalmuto – Regalpetra, si vive solo per morire.
Credetemi, poiché non è un romanzo in cui vien dato spazio alla fantasia, ma è una cronaca, un’indagine e quindi c’è solo realtà, a leggere queste pagine si è pervasi da un’intensa commozione e anche da un senso di vergogna, per noi che ora abbiamo tutto, quando loro invece non avevano niente, ma solo la fatica di vivere.
Come se Le cronache scolastiche non fossero sufficienti l’ultimo articolo di questo libro, intitolato La neve, il Natale è di quelli che è impossibile dimenticare, perché allargano quella ferita che già si è aperta in noi. Un inverno rigido, di quelli da tenere a memoria, con tanta neve e gli scolari vestiti quasi come Arlecchini, perché le mamme rimediano quello che è possibile trovare per attenuare il senso di freddo, il Natale che si avvicina, che arriva e il diario di tre di loro su come hanno trascorso la festività cristiana. Sono stilettate vere e proprie, come questa: “ Io il giorno di Natale ho giuocato con i miei cugini e i miei compagni. Avevo vinto duecento lire e quando sono ritornato a casa mio padre me le ha prese e se ne è andato a divertirsi lui. “.
E’ comprensibile quindi l’altra funzione di queste cronache, cioè l’essere la base, lo spunto per le opere successive di Sciascia, tanto che nel 1967, a proposito di Le parrocchie di Regalpetra, l’autore scrisse “ Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno. Un libro sulla Sicilia che tocca i punti dolenti del passato e del presente e che viene ad articolarsi come la storia di una continua sconfitta della ragione e di coloro che nella sconfitta furono personalmente travolti e annientati.”.
Questo libro è assolutamente imperdibile.
»

Filastrocche per l'angelo. Ediz. italiana e franceseFilastrocche per l'angelo. Ediz. italiana e francese
di Anna Vincitorio - Tabula Fati
  • Prezzo: € 6.00
4.0
Non solo musicalità, 05-10-2010, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«La filastrocca è un componimento di estrazione popolare, molto in voga in un passato nemmeno tanto lontano, e caratterizzato da un’armonia cantilenante. Le nonne vi si cimentavano con i nipotini, per attirare la loro attenzione e comunque per trasmettere un senso di appagamento e di sicurezza.
Anna Vincitorio, autrice di numerosi libri di poesia, ha rispolverato questa forma oggi non del tutto usuale con una serie di componimenti che, oltre a ben estrinsecare il significato della filastrocca, ne riportano tutte le caratteristiche salienti in modo egregio, con risultanze, oltre che piacevoli, anche di eccellente livello.
Queste poesie non sono come le ninne nanne, in genere fini a se stesse e che hanno come scopo quello di conciliare il sonno, ma portano un messaggio, sotto forma metaforica, e comunque a una morale più adatta agli adulti che ai bimbi.
(Cantilena cantilena / non mi basti dolce Nena / non mi basta il cielo azzurro / non mi bastano le foglie / e nessuno le raccoglie. / La canzone è troppo triste / troppi gli anni sulle spalle. / Più non viene Lancillotto / a salvare la sua dama. / C’è una donna sola e vecchia / che si sente una puttana / degradata inascoltata / sola sola abbandonata. / Vieni presto, vieni presto / fa qualcosa, stringi forte / ma consegnami alla morte.). L’esperienza dell’esistenza, il grigiore di una vita al termine sono espressi in modo convincente e senz’altro immediato, senza ricorrere a termini inconsueti, pur in presenza di un lessico colto.
Come si può notare non ci troviamo di fronte a poesiole più basate sull’orecchiabilità che sul contenuto, perché ci si sbaglierebbe e non poco.
No, Anna Vincitorio ricorre alle filastrocche per esprimere le sensazioni del suo “io”, come un altro poeta magari invece userebbe il canto o la ballata.
Non c’è solo ritmo, né semplicemente sillabe ripetute, ma un flusso continuo di emozioni, di sentimenti, di ricordi, di gioie e di dolori, insomma tutto l’animo dell’autrice porto in modo garbato al lettore, una comunicazione spirituale che solo la poesia può consentire, anche ricorrendo alla filastrocca.
Una particolarità di questo libro: per ognuno dei componimenti vi è il testo in francese a fronte e vi assicuro che anche in questa lingua la musicalità permane, forse addirittura migliora.
Da leggere per meditare, piacevolmente. »

Canale MussoliniCanale Mussolini
di Antonio Pennacchi - Mondadori
  • Prezzo: € 20.00
  • Nostro prezzo: € 17.00
  • Risparmi: € 3.00 (15%)
3.0
Un'occasione sprecata, 30-09-2010, ritenuta utile da 3 utenti su 11
«Una saga familiare per raccontare un’epoca non è certo una novità e non sono pochi gli autori, non solo italiani, che hanno scritto al riguardo. Ci ha provato anche Pennacchi, narrandoci delle vicende della famiglia Peruzzi, spostatasi, per necessità, dal rovigotto alle ex Paludi Pontine, risanate dall’intervento massiccio del regime fascista teso a dare nuova terra coltivabile agli italiani.
Si potrebbe pensare quindi a un romanzo storico e in parte Canale Mussolini lo è, ma è influenzato da quel desiderio di riappacificazione nazionale volto a riscrivere l’avvento e il dominio del fascismo, compito certamente difficile e in cui l’autore si è gettato a capofitto, evidenziando però carenze culturali e di approccio che fanno di quest’opera un libro sicuramente leggibile, ma anche approssimativo, dalle facili conclusioni che cadono come sentenze, in un quadro di eccessive semplificazioni dei problemi proprie di chi crede di sapere come siano andate effettivamente le cose perché convinto che la sua conoscenza sia completa e assoluta.
Alla base del romanzo quindi c’è un peccato di presunzione che finisce con l’inficiare la validità delle asserzioni, spesso gratuite, frutto non tanto di una disamina attenta, quanto di un credo politico.
Ed è un peccato perché l’idea di partenza era e resta buona e così, anziché trovarci di fronte a un rigoroso romanzo storico, scorre davanti agli occhi una lunga telenovela, con personaggi che sono degli stereotipi del socialista, dell’anarchico, del fascista, insomma una sorta di opera rientrante nella cultura nazionalpopolare, così cara ai regimi illiberali e feconda sia sotto il fascismo che sotto il governo dei soviet.
Ciò nonostante il libro riesce più di una volta ad avvincere, perché le vicende rientrano in quei percorsi della natura umana in cui tutti, chi più chi meno, ci ritroviamo.
Ci sono in effetti pagine da epopea, come quella della bonifica delle paludi, un racconto corale che ben si presta all’agiografia, anche se proprio lì si riscontra un atteggiamento didascalico che appesantisce il romanzo, in cui peraltro sono frequenti divagazioni, variazioni di tempi non sempre giustificabili, che finiscono per portare al lettore una certa stanchezza e comunque tale da fargli scorrere velocemente le pagine per ritrovare quelle di un discorso più snello e quindi più appagante.
Il ritmo della narrazione è altalenante, discontinuo, con improvvisi acuti seguiti da vere e proprie fasi di stanca, quasi che l’autore volesse prendere un po’ di fiato e del resto si potrebbe dire che Pennacchi ricorre a un italiano più parlato che scritto, con frequenti frasi in un dialetto veneto un po’ particolare, quasi modificato per aumentarne la comprensibilità.
Se l’impostazione colloquiale (l’autore si rivolge a un ipotetico lettore) è strutturalmente interessante, però, data la lunghezza del libro, finisce con l’annoiare e peraltro il testo stesso poteva essere ridotto alquanto, perché le frequenti divagazioni, che tirano in ballo anche personaggi occasionali e di scarso rilievo per l’opera, occupano non poche pagine.
In questo bilancio i difetti, fra i quali un uso della lingua italiana non proprio da manuale, sono parecchi e i pregi pochi; resta un certo fascino della vicenda che desta interesse, ma se questo consente di considerare il romanzo un prodotto nel complesso leggibile, le numerose pecche non giustificano assolutamente l’assegnazione del Premio Strega, che conferma ancora una volta lo scadimento delle ultime edizioni.
»

L' enorme tempoL' enorme tempo
di Giuseppe Bonaviri - Sellerio Editore Palermo
  • Prezzo: € 12.00
  • Nostro prezzo: € 10.20
  • Risparmi: € 1.80 (15%)
5.0
Un tempo cristallizzato, 29-09-2010, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«Il tempo sembra essersi fermato a Mineo, immobile da secoli, come se si fosse cristallizzata la vita in una miseria a cui gli abitanti si sono assuefatti al punto che questo “enorme tempo” attenua i drammi quotidiani, le sofferenze, in una rassegnazione che sì stupisce, ma, soprattutto, lascia attoniti quelli, come noi, che trascorrono l’esistenza in un susseguirsi di periodi che non sono mai uguali.
Giuseppe Bonaviri, fresco laureato in medicina, dopo gli studi a Catania e il servizio militare in Piemonte, ritorna al paese natio e lo riscopre, fra l’entusiasmo di chi avvia una carriera e l’umana profonda pietà che sgorga, costante, pur essa immensa, nel corso di tutto il romanzo.
La sua è una discesa in un girone infernale, dove la miseria si autoalimenta; lo accompagna un vigile sanitario che di volta in volta può somigliare al Virgilio della Divina Commedia, soprattutto quando insieme si abbandonano a pacate riflessioni, oppure al Sancho Panza, fedele scudiero di un Bonaviri-Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento dell’ottusità burocratica, della superstizione e del potere che toglie, con l’acqua, quel poco che la povera gente ha.
E’ una scrittura che ricorda quella del Sarto della strada lunga, incline a un verismo senza sconti, ma pur tuttavia di tanto in tanto impreziosita da quella vena fantastica che è propria dell’autore siciliano e che nell’accostamento fra la semplice solennità della natura e la tragedia dell’esistenza umana ricorda e riconduce l’uomo al suo ruolo nell’ambito della creazione.
Già gli inizi del libro, con il ritorno in treno e poi in corriera a Mineo, sono di quelli che non possono lasciare indifferenti, perché è l’omaggio dello scrittore, nonché poeta, alla sua terra (…Mentre il treno riprendeva ansimando il suo cammino verso Grammichele, la corriera, con un tonfo gorgogliante, s’avviava per il piano di Càllari in cui già mugolava e si doleva il vento…).
E’ evidente che ci troviamo di fronte a una forma espressiva quasi poetica, che ogni tanto si ripresenta nel corso del romanzo, a stemperare o anche ad accentuare per contrasto un profondo senso di tristezza per la gente del paese, vista nelle sue ataviche tradizioni, forse anche indisponente nel rifiuto del progresso, come nel caso delle vaccinazioni, ma anche accarezzata con affetto per la sua tribolata e ignota esistenza.
Dove tutto è fermo da secoli, accompagna gli esseri umani la rassegnazione propria dell’immobilità dentro l’enorme tempo e non sfugge a questa precarietà esistenziale anche il Dr. Giuseppe Bonaviri, in cui si affievoliscono poco a poco gli entusiasmi iniziali, la voglia di fare, il desiderio di cambiare, nei limiti delle sue possibilità, quella situazione.
In un paese dove perfino i morti dell’obitorio stanno all’acqua sotto il tetto sfondato e le case si stringono l’una all’altra quasi per farsi forza e continuare, gli episodi che conducono a una non ricercata commozione sono innumerevoli. Lì si vive in una sola camera, spesso assieme alle bestie, si nasce e si resta in attesa della morte, poco nutriti, senza avvenire se non la disperata emigrazione; Mineo finisce con il diventare il cimitero di se stesso, dove vivi e morti quasi si confondono, dove nulla cambia, in cui regna sovrano l’enorme tempo.
Mi pare superfluo aggiungere che ci troviamo di fronte a un romanzo bellissimo, da leggere e rileggere, perché nulla è lasciato al caso fra quelle righe, nulla è di troppo o di troppo poco, in un equilibrio stilistico che, non a caso, fa di Bonaviri uno dei grandi della letteratura.

»

I viceréI viceré
di Federico De Roberto - Dalai Editore
  • Prezzo: € 10.90
5.0
Tutto cambia per restare infine uguale, 13-09-2010, ritenuta utile da 3 utenti su 6
«I Viceré è indubbiamente il romanzo più famoso di Federico De Roberto, un’opera piuttosto corposa che a stento ed eufemisticamente può rientrare in una collana di tascabili. Considerato da non pochi critici un autentico capolavoro (Sciascia addirittura scrive che dopo I Promessi Sposi è il più grande romanzo che conti la letteratura italiana), ma in un certo qual modo stroncato da Benedetto Croce (Il libro di De Roberto è prova di laboriosità, di cultura e anche di abilità nel maneggio della penna, ma è un’opera pesante, che non illumina l’intelletto come non fa mai battere il cuore) è in effetti un romanzo complesso, anche strutturalmente, e presenta luci e ombre, di cui tuttavia le seconde non ne intaccano l’intrinseca valenza.
E il valore è indubitabile, perché I Viceré, nel descrivere le vicende dei numerosi componenti della nobile famiglia siciliana Uzeda, finisce con l’essere la devastante biografia di una nazione, un’immagine impietosa di ciò che siamo noi italiani, con una narrazione impregnata da una forte vena critica e ironica.
La storia in effetti è costituita dalla vittoria, in apparenza, della rivoluzione patriottica siciliana e dal suo pratico insuccesso, con un esito quindi impietoso e deludente di tutto il processo risorgimentale, perché le risultanze siciliane vengono di fatto estese all’intero paese. In questo senso De Roberto è stato un’analista del fenomeno non solo attento a tutti i suoi risvolti, ma anche profetico, come infatti sembrerebbe testimoniare l’attuale situazione italiana, di Stato di forma, ma non di sostanza.
Per quanto ovvio balza subito alla mente un altro capolavoro, quel Gattopardo pur esso in grado di anticipare situazioni successive, ma scritto molto tempo dopo I viceré ed è quindi logico supporre fosse stato letto e in un certo qual senso preso a spunto e ad esempio da Tomasi di Lampedusa.
Dice bene Matteo Collura quando scrive che “Nel cospicuo contributo dato dagli scrittori siciliani alla moderna letteratura italiana, s’impone un dato costante: la delusione per la mancata rivoluzione promessa dal Risorgimento, il fallimento delle speranze dei meridionali nel compiersi dell’Unità d’Italia. Viene da lì gran parte dei mali che continuano ad affliggere questo Paese, la scarsa autorevolezza dello Stato, le divisioni e incomprensioni tra regioni del Nord e regioni del Sud e, propriamente oggi, il rischio dello scardinamento dell’unità nazionale.”.
Indubbiamente, basterebbe solo questa visione profetica per classificare I Viceré come un capolavoro, ma c’è dell’altro, quali la caratterizzazione dei personaggi, invero troppi, ma precisa e rappresentativa di modi d’essere e pensare, l’atmosfera quasi irreale di un corpo in decomposizione pronto però a trasmigrare in un altro, fermo restando l’obiettivo di conservare le proprie prerogative. Negli Uzeda c’è tutta una famiglia stranamente attuale, con vizi, furberie, astuzie, cialtronerie e perciò senza cuore. De Roberto non ha pietà per questi personaggi, ma non travalica mai il limite sottile fra avversione e odio, quasi da spettatore e cronista di fatti che avverte come emblemi di una realtà ben più grande.
Benedetto Croce non ha quindi compreso l’effettivo significato dell’opera, soprattutto quando dice che non illumina l’intelletto, forse perché aborre l’idea che quello stato di cui fa parte è una struttura altamente imperfetta che deriva dal fallimento delle idee risorgimentali, pregevoli, eccellenti nelle intenzioni, scomparse nella realizzazione.
L’opera è invece indubbiamente pesante, troppo lunga, e caratterizzata da un ritmo lento che induce a frequenti soste durante la lettura, difetto che tuttavia incide in modo trascurabile sull’effettivo rilevante valore.
Da leggere, senza dubbio. »

Barnabo delle montagneBarnabo delle montagne
di Dino Buzzati - Mondadori
  • Prezzo: € 8.50
  • Nostro prezzo: € 7.23
  • Risparmi: € 1.27 (15%)
5.0
La magia della natura, 12-09-2010, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«Bàrnabo delle montagne, scritto nel 1933, è stato il primo romanzo di Dino Buzzati. Opera breve, tuttavia ha in sé i germi di tutta la produzione successiva, con l’immensità della montagna, raccolta in un silenzio al tempo stesso imperioso e sublime, che crea un’atmosfera magica tale da rapire l’attonito escursionista, o comunque da lentamente attrarre a sé l’uomo che ritrova in essa un senso della vita in completa armonia con il creato.
C’è anche l’attesa di Bàrnabo nel il desiderio di riscattarsi, attesa che sarà il fil rouge di un’opera successiva di grandissimo valore, Il deserto dei Tartari. In un certo senso il personaggio di Bàrnabo anticipa, pur in veste diversa, quello del tenente Drogo, in questo tempo sospeso che fa dimenticare il trascorrere dei giorni, stregati rispettivamente dalla montagna e dal deserto, tutti intenti inconsciamente a ricercare e a concretizzare un senso della propria esistenza.
La costruzione del racconto, denso di metafore, l’aria fiabesca che vi si respira nella comunione con una natura spettatrice imparziale dei tentativi dell’uomo di affermarsi come essere privilegiato, le descrizioni dei paesaggi, gli affascinanti misteri dell’ambiente evidenziano una propensione naturale di Buzzati verso il fantastico, ma contingentata ai luoghi dove egli, più che vissuto, ha soggiornato da appassionato escursionista.
E se Il deserto dei Tartari è stato ispirato dalla solitudine in cui si trovava da giornalista nella sua stanzetta presso Il corriere della sera, in Bàrnabo delle montagne c’è tutta la meraviglia verso la maestosità della montagna che lo accompagnerà per tutta la vita.
In particolare, oltre agli umani, sembrano avere un’anima anche gli alberi, i torrenti, il vento, la nuda roccia, circostanza che mi induce a pensare che in Buzzati sia emersa una visione celtica del mondo, propria di chi cerca di vivere in armonia con il creato.
Comunque si resta stupiti per il fascino di questa narrazione, per la fantasia che la pervade e che porta il lettore a fantasticare, a vedere questo mondo magico come se fosse presente, come se ne fosse parte.
La lettura, ovviamente, è più che raccomandabile. »


back
Vai alla pagina: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 > »